L'io diviso
💬 VIII. Il caso di Peter
Peter era un uomo di venticinque anni, grande e grosso, il ritratto della salute. Venne da me perché sentiva un cattivo odore emanare costantemente dal suo corpo. Lui lo sentiva chiaramente, ma non era sicuro che lo sentissero anche gli altri. Gli pareva che provenisse specialmente dalla parte inferiore del corpo e dalla zona dei genitali. All'aria aperta era come un odore di bruciato; di solito però era un odore di acido, di rancido, di vecchio, che egli paragonava all'aria chiusa fumosa e sporca della sala d'aspetto di una stazione, o all'odore che viene dagli «stanzini» scrostati di certe case popolari nelle quali era cresciuto. Non riusciva a liberarsi da questo odore nemmeno facendo diversi bagni al giorno.
Un fratello del padre del paziente mi fornì i seguenti particolari sulla sua vita.
I genitori non erano persone soddisfatte, ma si consolavano stando molto vicini; erano sposati già da dieci anni quando il paziente era nato, ed erano inseparabili. Il bambino, figlio unico, non aveva cambiato la loro vita. Aveva dormito nella stanza dei genitori fino al termine della scuola. I genitori non erano mai stati apertamente ostili nei suoi confronti, sembra che lo tenessero continuamente vicino, però lo trattavano come se non ci fosse .
La madre (è sempre lo zio del paziente che parla) non poteva dargli un affetto che ella stessa non aveva mai ricevuto. Il bambino venne allattato artificialmente e crebbe benissimo, ma senza carezze e senza mai giocare con la mamma. Era un bambino che piangeva in continuazione, sebbene non fosse mai respinto apertamente, né trascurato in alcun modo dalla madre, perché era sempre stato nutrito e vestito bene. Tutta l'infanzia e l'adolescenza passarono senza nulla di notevole, ma sempre, si sarebbe detto, senza che la madre si fosse mai accorta di lui. Era una donna graziosa, curata nel vestire, e le piaceva farsi ammirare; ciò faceva piacere al padre, che le regalava dei vestiti tutte le volte che poteva ed era molto contento di farsi vedere insieme con la sua bella moglie.
Lo zio riteneva che nel padre, che a modo suo voleva molto bene al ragazzo, ci fosse qualcosa che gli impediva di manifestare il suo affetto. Era brusco, sempre pronto a notare nel figlio un difetto o una mancanza, e qualche volta lo picchiava senza motivo, oppure lo mortificava dicendogli «Buono a niente!» «Pastafrolla!» e simili. Secondo lo zio tutto questo era strano, ed era un peccato, perché quando il ragazzo aveva dei successi scolastici, e più tardi quando si trovò un posto in un ufficio, il che socialmente rappresentava un grande passo avanti per la famiglia, il padre si sentiva orgogliosissimo del figlio. D'altra parte era stato per lui un «colpo terribile» quando, più tardi, era apparso chiaro che il ragazzo non aveva nessuna ambizione.
Era sempre stato un bambino solitario e molto buono. Quando aveva nove anni una bambina della sua stessa età, vicina di casa, perdette la vista ed entrambi i genitori in un bombardamento. Per diversi anni il ragazzo dedicò gran parte del suo tempo a questa bambina: con pazienza e gentilezza inesauribili le insegnò a orientarsi nel quartiere, la accompagnava, stava sempre con lei a parlare. Più tardi la ragazza recuperò parzialmente la vista, e disse allo zio che doveva tutto a quel ragazzetto di nove anni, che era stato l'unica persona ad aver cura di lei quando era cieca, senza amici e senza nessuno che potesse o volesse prendere il posto dei suoi genitori uccisi.
Lo zio prese a interessarsi del ragazzo durante gli ultimi anni di scuola, e fu lui che lo aiutò e lo spinse a entrare in uno studio di avvocato. Dopo qualche mese il ragazzo non aveva più interesse per questo ufficio e lo lasciò, ma di nuovo per mezzo dello zio trovò lavoro in un ufficio di spedizioni, dove rimase fino al servizio militare. Nell'esercito si occupò, per sua scelta, dei cani da pattuglia; dopo due anni di servizio militare passati senza incidenti fu congedato, e fu allora che «spezzò il cuore di suo padre», perché scelse, letteralmente, una «vita da cani»: infatti trovò un lavoro da guardiano di scuderia in un cinodromo. Tuttavia dopo un anno lasciò anche questo posto, e dopo cinque mesi passati facendo vari mestieri umili, e sette mesi senza far nulla, andò dal medico perché sentiva il cattivo odore. Naturalmente l'odore era immaginario, sicché il medico lo rinviò allo psichiatra.
A me il paziente fece il racconto seguente.
La sua opinione era che né il padre né la madre avessero desiderato la sua nascita, e che anzi non lo avessero mai perdonato di essere venuto al mondo. Riteneva anche che la madre ce l'avesse con lui perché, nascendo, egli le aveva fatto del male e le aveva rovinato la linea: e sosteneva che durante l'infanzia glielo aveva spesso rinfacciato. Il padre invece, secondo il suo parere, ce l'aveva con lui per il semplice fatto che esisteva: «Non mi ha mai riconosciuto un posto nel mondo...» Ma pensava anche che, probabilmente, il padre lo odiasse perché il male che aveva fatto alla madre nascendo l'aveva resa contraria ai rapporti sessuali. Così gli pareva di essere entrato nel mondo come un ladro o come un criminale. [...]
✦ Ronald D. Laing. L'io diviso: studio di psichiatria esistenziale. Einaudi, 1978