La svolta, Vechi
💬 Della coscienza creativa
I. No, non dirò all'intellettuale russo: «credi», come dicono i predicatori del nuovo cristianesimo; non gli dirò nemmeno: «ama», come dice Tolstoj. Che utilità c'è nel fatto che persone, sotto l'influsso di prediche, nel migliore dei casi riconoscano la necessità dell'amore e della fede? Per amare o per credere, coloro che non amano e non credono debbono rinnovarsi interiormente e in questa cosa la coscienza è quasi impotente. Per arrivare a questo deve essere rigenerato il tessuto stesso dell'essenza spirituale dell'uomo, si deve compiere un certo processo organico nella sfera dove agiscono le forze elementari, nella sfera della volontà.
Una cosa che noi possiamo e dobbiamo dire all'intellettuale russo è questa: sforzati di diventare uomo. Diventato uomo, egli comprenderà senza di noi ciò che gli è necessario: amare o credere e precisamente come.
Poiché non siamo uomini, ma storpi, tutti quanti siamo intellettuali russi, e la nostra mostruosità non è nemmeno una mostruosità di crescita (come spesso avviene), ma una mostruosità casuale e violenta. Siamo storpi perché la nostra personalità è sdoppiata, perché abbiamo perduto la capacità di un'evoluzione naturale dove la coscienza cresce di pari passo con la volontà, perché la nostra coscienza, come una locomotiva staccata dal treno, s'è messa a correre e corre a vuoto, lasciandosi dietro insoddisfatta la nostra vita sensibile-volitiva. L'intellettuale russo è, prima di tutto, un uomo che dagli anni giovanili vive fuori di se stesso, nel senso letterale della parola, cioè che riconosce come oggetto unicamente degno del proprio interesse e della propria partecipazione qualcosa che si trova al di fuori della sua personalità: il popolo, la società, lo stato. In nessuna parte del mondo l'opinione pubblica impera così dispoticamente come da noi e la nostra opinione pubblica già da tre quarti di secolo si basa incrollabile sul riconoscimento del seguente principio supremo: pensare alla propria personalità è egoismo, un'indecenza; il vero uomo è solo quello che pensa alla società, s'interessa alle questioni della società, lavora per l'utilità comune. Il numero degli intellettuali che realizzavano praticamente questo programma anche da noi, s'intende, fu insignificante, ma tutti riconoscevano la santità della bandiera e chi non agiva riconosceva platonicamente questa attività come la sola salvifica e così si liberava completamente dalla necessità di fare qualcosa di diverso, dato che questo principio, che si convertiva in fede personale presso coloro che veramente agivano e così realmente li salvava, per tutta la rimanente enorme massa degli intellettuali era solo fonte di grande dissolutezza, che giustificava ai loro occhi la mancanza, di fatto, di ogni attività ideale nella loro vita.
Gli uomini si sono perfettamente adattati a questo stato di cose e a nessuno viene in mente che l'uomo non può vivere eternamente all'esterno, che precisamente per questo noi siamo soggettivamente malati e impotenti nell'azione. Tutto il lavoro della coscienza o l'hanno effettivamente indirizzato fuori di sé, sul mondo esterno, o hanno fatto finta d'indirizzarlo colà; in ogni caso non l'hanno rivolto all'interno e tutti siamo diventati storpi con una profonda divisione tra il nostro autentico «io» e la nostra coscienza. Nel nostro intimo, come per l'innanzi, s'innalzano le nebbie, ci agitano convulsamente forze cieche, legate, caotiche, e la coscienza, strappata dall'humus, si copre di fiori sterili. C'è, si capisce, anche nella nostra vita d'ogni giorno una certa qual debole luce – senza di ciò non è possibile esistere –, ma essa brilla di per sé, non siamo noi a conservarla attivamente e tutto in noi è casuale. Di generazione in generazione la personalità sensibile dell'intellettuale russo cambiava, in essa con forza elementare si facevano strada esigenze nuove; e queste aspiravano evidentemente alla vita e si affermavano assai energicamente; ma la coscienza riteneva umiliante far attenzione ad esse e tutto questo lavoro di rinnovamento della vita, veramente creativo, organico, veniva compiuto in modo puramente elementare, senza il controllo della coscienza, la quale solo in modo retroattivo registrava in qualche modo i suoi risultati. Perciò era inevitabile tutto ciò che avvenne e avvenne che la vita personale, familiare, sociale dell'intellettuale russo, risultò deforme e incoerente e la sua coscienza priva di nerbo e di forza. [1909] [...]
✦ Michail Geršenzon. Della coscienza creativa. In «La svolta, Vechi: l'"intelligencija" russa tra il 1905 e il 1917». Jaca Book, 1990
Il male non nasce da una coscienza troppo povera, ma da una coscienza cresciuta fuori misura e fuori posto: corre come una locomotiva staccata dal treno, mentre la vita profonda – volontà, desideri, affetti, forze elementari – resta indietro, senza guida. L'uomo finisce così per abitare sempre altrove: nel popolo, nella società, nello Stato, nell'idea del bene comune, e quasi mai in se stesso. Ma una coscienza sradicata dall'«humus» interiore non genera vita: produce «fiori sterili». Prima ancora di amare, credere o agire per gli altri, occorre dunque ricomporre ciò che si è spezzato, perché l'uomo torni ad essere intero.