Campioni di scacchi
💬 Wilhelm Steinitz
Primo campione del mondo
(1886-1894)
"Un uomo basso, dal passo strascicato, la grossa testa resa imponente da una folta barba. Mentre girava fra i tavoli mi accorsi che zoppicava leggermente. Aguzzava lo sguardo su ogni scacchiera (si vedeva chiaramente che era miope) e studiava attentamente la disposizione dei pezzi. Ogni volta che mi si presentava davanti sorrideva in modo incoraggiante. Nonostante fosse uno dei più grandi difensori di tutti i tempi, si portava dietro una smania di vittoria tanto forte che anche nelle simultanee detestava concedere la patta".
Così il sedicenne Frank Marshall ci descrive Steinitz durante una simultanea tenuta nel 1893 a Montreal. Steinitz aveva cinquantasette anni e aveva già perso il titolo. Il suo fisico era minato, tuttavia continuava a giocare per mantenersi. Da dieci anni aveva lasciato l'Europa in cerca di miglior sistemazione oltre oceano. Giunto in America, però, aveva dovuto ugualmente rimboccarsi le maniche e darsi da fare con le esibizioni e il giornalismo. A New York era riuscito a fondare l'International Chess Magazine , che uscì dal 1885 al 1891. Il carisma del grande teorico c'era tutto: mai nessuna pubblicazione scacchistica aveva raggiunto livelli così elevati di scientificità nelle analisi e nelle discussioni teoriche. Nel giornale, però, si estrinsecava costantemente anche il lato più irritante della sua personalità: Steinitz era incapace di restare senza nemici.
Fin dai tempi in cui era vissuto nel Vecchio Continente, Steinitz si era fatto notare per il suo temperamento stizzoso, collerico e megalomane. "La lingua più tagliente d'Europa", "Un istrice: dovunque lo tocchi ti punge con un aculeo", "Testardo", "Non sa perdere, ma nemmeno vincere". Già. Steinitz era antipatico anche perché vinceva. Dopo accanite difese sbaragliava i suoi avversari con un modo di giocare che non si era mai visto prima.
Era nato a Praga nel maggio 1836. Fu educato al Talmud e imparò a giocare a dodici anni. Mandato dal padre, un modesto commerciante ebreo, a studiare ingegneria al Politecnico di Vienna, il giovane Steinitz invece di studiare cominciò a frequentare a tempo pieno il circolo Wiener Schachgeselleschaft , fucina di molti maestri di allora, mantenendosi con lezioni private di matematica.
Tempo tre anni, e si classificò primo al torneo annuale, guadagnandosi l'onore di un invito, spesato, al grande torneo di Londra del 1862. Qui si classificò ottavo, ma davanti a giocatori molto forti come Löwenthal e Blackburne. Si stabilì quindi a Londra vivendo come professionista di scacchi e vincendo molti importanti tornei. Ma Steinitz si rivelò soprattutto un giocatore da match con alcune sonanti vittorie, la più importante delle quali contro Blackburne per 7 a 1 (due patte).
Pochi, però, avrebbero scommesso su di lui quando, nel 1866, fu organizzato un incontro con Anderssen. Il geniale prussiano, diciotto anni più anziano e famoso vincitore di grandi tornei, compreso lo stesso torneo di Londra di quattro anni prima, veniva dato vincente 'solo' per 2 a 1.
Tra la sorpresa generale Steinitz vinse, con due punti di vantaggio. Da quel momento le cronache fanno riferimento a lui come al "Campione del mondo", né alcuno ebbe mai da ridire, anche perché Anderssen, dopo il ritiro di Morphy, era considerato il più grande di tutti.
Steinitz non si rifiutò mai di difendere il titolo (purtroppo non possiamo dire lo stesso degli altri detentori che vennero dopo) e fino al 1894 non perse mai un match.
Ma perché il Boemo vinceva?
Egli aveva sì iniziato come un romantico giocatore di gambetto, ma era stato capace di elaborare un sistema di gioco rivoluzionario: "Sono giunto alla conclusione che il gioco combinativo, benché talora permetta di conseguire risultati positivi, non sorprende più nessuno. E poi questo tipo di partite si vincono solo grazie agli errori degli altri, e molti sacrifici brillanti si dimostrano scorretti dopo un'attenta analisi. Mentre una difesa solida permette un grosso risparmio di forze, l'attacco può riuscire solo quando la posizione avversaria si è indebolita. Il mio pensiero tende alla ricerca di metodi semplici e sicuri per indebolire la posizione nemica".
Indebolimento: è la parola centrale attorno alla quale ruota il pensiero di Steinitz. Lo possiamo sintetizzare nei seguenti precetti:
I) il diritto-dovere di attaccare spetta solo a chi si trova in 'vantaggio posizionale', pena la perdita della superiorità. L'attacco va diretto contro i punti più deboli della posizione avversaria;
II) in situazioni di equilibrio non è lecito forzare indiscriminatamente l'attacco, bisogna 'manovrare' cercando di provocare debolezze nella posizione avversaria, che comportino un 'vantaggio';
III) un vantaggio può consistere di un solo fattore principale o di molti piccoli elementi.
Il nuovo approccio posizionale di Steinitz si proponeva l'accumulo sistematico di piccoli vantaggi e soprattutto la trasformazione di quelli temporanei in permanenti (strutturali).
Corollario di ciò era la rivalutazione del vantaggio materiale anche lieve. Gli scacchisti di vecchia scuola si credevano invece autorizzati ad attaccare e sacrificare materiale secondo i 'diritti' del proprio supposto talento o della propria forza d'analisi, o addirittura dell'onore. Il ciclone Morphy aveva già spazzato via tutti i giocatori di combinazione, Anderssen compreso, con la concezione semplice e terribile di privilegiare lo sviluppo ad ogni mossa e ciò, in un gioco aperto, comportava automaticamente l'immediata supremazia. Ecco perché la sequenza tipica di Morphy era sviluppo – arrocco – rottura del centro. Negli anni londinesi Steinitz si rese conto che ormai anche gli scacchisti di secondo piano si erano impadroniti di questi concetti, e che le loro precoci aperture di linee non portavano che alla patta. Tutti praticavano il gioco aperto: allora egli si rivolse al gioco chiuso, ed ecco che, provando a rallentare i tempi fra manovra e battaglia, si veniva a creare una zona concettuale di possibili operazioni completamente ignorata prima d'allora, dove però bisognava tenere in gran conto le debolezze (di singoli pedoni, di case o di gruppi di case): concetti questi prima completamente sconosciuti.
Steinitz insegnò così a dividere la posizione nei suoi elementi, e a valutarla in funzione della posizione dei pedoni, un concetto che lo stesso Philidor non era stato capace d'imporre tempo addietro.
Il gioco di Steinitz era dunque basato sulla costruzione di un centro solido e inattaccabile, anche se ristretto, che gli consentisse un attacco laterale. Tipiche furono le sue spinte di pedone come h4, una cosa inaudita per Morphy; tipico il suo ritardare l'arrocco, la sua predilezione per le lunghe e bizzarre manovre di Cavallo, le sue avanzate di pedone finalizzate alla limitazione della cavalleria avversaria, la valorizzazione della coppia degli Alfieri in posizioni semichiuse, per il controllo delle debolezze insorte proprio in seguito alle stesse spinte limitatrici.
Dopo l'incontro con Anderssen, Steinitz lasciò il gioco attivo per dieci anni, dal 1872 al 1882, e tenne una rubrica sul Field ; quindi, deluso dalle polemiche, si trasferì in America. Lì terminò di elaborare i suoi principi, e prevalse in alcune impegnative difese del titolo: nel 1886 contro il poliedrico Zukertort, nel 1889 contro il geniale Cigorin, e poi Gunsberg e ancora Cigorin nel 1892, ma stavolta con grande difficoltà. Cominciò ad assumere stimolanti, poi subì il colpo finale con la perdita della figlia adolescente. Era il declino.
Nel 1894 giunse per lui il momento di cedere lo scettro al venticinquenne Lasker; due anni dopo, persa anche la rivincita, Steinitz ebbe un collasso, ma continuò caparbiamente a giocare per mantenersi. Leggermente claudicante, fortemente miope, ebbe una personalità complessa e soffrì a varie riprese di disturbi nervosi tanto che venne ricoverato in clinica una prima volta a Mosca nel 1897 e poi nel 1899 a New York, dove nel 1900 morì povero come era vissuto. E così la sua vita, cominciata sotto il segno della povertà, si concluse nella più completa miseria. [...]
✦ Jakov Estrin. La parola ai campioni del mondo. Prisma, 1993