L'errore, visto dal punto in cui viene superato, sembra una deviazione; vissuto nel suo momento, è invece una forma provvisoria di verità. Lo spirito non procede cancellando ciò che ha pensato, ma trasformandolo: ogni conquista nasce dall'insufficienza della precedente e la conserva, corretta, dentro una forma più alta. Per questo la storia della filosofia non è un deposito di sistemi mezzi veri e mezzi falsi, né un mosaico da cui estrarre soltanto le tessere riuscite. Ogni sistema vive come un organismo intero, vero nel proprio tempo e insufficiente rispetto a ciò che verrà. L'errore esiste solo come "disvalore" a posteriori, cioè quando viene superato. Diventa visibile come sbandamento solo nel momento in cui si raggiunge la verità correlativa. Esso è la forma provvisoria che la verità assume nel suo farsi storico: non è il contrario della verità, ma un momento necessario per il suo sviluppo. L'errore non è dunque il contrario sterile della verità: è il punto da cui la verità riprende il cammino.
Mettiti alla prova: Gentile e la storia della filosofia
Rileggi il frammento e il relativo commento, scegli mentalmente una risposta e poi scopri la soluzione.
1. In che senso, secondo Gentile, storia e filosofia sono
«sostanzialmente equivalenti e reciprocamente convertibili»?
A. Perché la filosofia fornisce alla storia i concetti con cui ordinare e interpretare i fatti,
mentre la storia offre alla filosofia la materia concreta sulla quale esercitare la propria riflessione.
B. Perché la storia è il processo concreto nel quale lo spirito si realizza,
mentre la filosofia è quello stesso processo giunto alla coscienza di sé.
C. Perché ogni civiltà trova nella propria filosofia l'espressione più alta e coerente dei suoi valori,
sicché la storia della filosofia può valere come sintesi della storia generale.
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Risposta corretta: B.
Storia e filosofia non sono due attività distinte che successivamente entrano in rapporto. Se la realtà dello spirito consiste nel suo stesso svilupparsi e pensarsi, la storia è questo processo concreto e la filosofia è il medesimo processo giunto alla coscienza di sé. Perciò Gentile può definirle «sostanzialmente equivalenti e reciprocamente convertibili».
La A mantiene ancora storia e filosofia come due discipline esteriori l'una all'altra: una fornirebbe i fatti, l'altra gli strumenti per interpretarli. È precisamente questa separazione che l'identità gentiliana vuole oltrepassare. La C si avvicina maggiormente alla tesi, perché riconosce alla filosofia una funzione rappresentativa della civiltà; ma continua a considerarla soltanto come la sua espressione più alta o come una sintesi della storia generale. Gentile afferma qualcosa di più radicale: storia e filosofia sono due forme dello stesso processo spirituale.
2. Perché Gentile può sostenere che «l'errore, quando ha luogo, è verità»
senza affermare che vero e falso siano la stessa cosa?
A. Perché ogni posizione realmente pensata possiede una verità relativa al grado storico
dello spirito che l'ha prodotta e diventa errore soltanto dal punto di vista di una coscienza
successiva che la supera.
B. Perché anche una teoria falsa conserva sempre alcuni elementi veri, che il pensiero
successivo può separare dalle sue parti erronee e incorporare in una dottrina più completa.
C. Perché vero e falso non hanno un significato assoluto, ma dipendono dalle condizioni
storiche entro le quali una determinata comunità attribuisce valore alle proprie convinzioni.
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Risposta corretta: A.
Una posizione realmente pensata è verità nell'atto storico in cui lo spirito la vive; diventa «errore» soltanto quando una coscienza successiva ne scopre il limite e la supera. Per questo Gentile può parlare di un atto di verità «assoluto nella sua relatività»: il superamento non cancella ciò che precede, ma lo integra in una forma superiore.
La B ripropone proprio l'immagine del «mosaico» che Gentile respinge: un sistema non è composto da parti vere da conservare e parti false da eliminare, perché possiede un principio unitario che dà senso all'insieme. La C trasformerebbe invece la storicità della verità in relativismo: vero e falso non dipendono da ciò che una comunità decide di ritenere valido. La verità di una posizione consiste nell'essere un momento reale dello sviluppo dello spirito, non nell'approvazione sociale che riceve nella propria epoca.
3. Perché un sistema filosofico non può essere trattato come un «mosaico»
dal quale raccogliere le proposizioni vere e scartare quelle false?
A. Perché un sistema deve anzitutto essere valutato secondo le condizioni storiche
nelle quali è sorto, evitando di giudicare le sue singole dottrine con criteri
elaborati soltanto dalle filosofie posteriori.
B. Perché il sistema è un atto unitario dello spirito, retto da un principio che dà
significato alle singole dottrine; separarne retrospettivamente il vero dal falso
distruggerebbe quella concreta unità storica.
C. Perché le apparenti contraddizioni presenti nei grandi sistemi dipendono spesso
dal linguaggio e dalle conoscenze disponibili nell'epoca, mentre il loro principio
fondamentale conserva una validità indipendente dal tempo.
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Risposta corretta: B.
Un sistema filosofico è un organismo storico unitario: le singole dottrine acquistano significato dal principio che le tiene insieme. Può contenere incoerenze e limiti, ma separarli retrospettivamente dalle parti «vere» significherebbe ricostruire artificialmente un pensiero che nessun filosofo ha mai realmente pensato e distruggere la concreta unità dalla quale nascerà il suo stesso superamento.
La A contiene un'avvertenza storiografica sensata – comprendere un sistema nelle condizioni in cui è sorto – ma non raggiunge la tesi gentiliana. Non è soltanto questione di evitare giudizi anacronistici: è l'unità stessa del sistema a rendere impossibile scomporlo in proposizioni indipendenti. La C indebolisce ancora di più la storicità del sistema, attribuendo al suo principio fondamentale una validità indipendente dal tempo. Per Gentile, invece, anche il principio è una determinata realizzazione storica dello spirito, destinata a essere conservata soltanto trasformandosi.
4. Quale funzione svolge l'«errore» nel progresso storico della filosofia?
A. Fornisce alla ragione il termine negativo contro cui misurare la verità raggiunta,
ma una volta corretto perde ogni funzione e viene definitivamente abbandonato
dal pensiero successivo.
B. Segnala i limiti inevitabili di ogni filosofia storicamente determinata,
che il progresso tende gradualmente a ridurre avvicinandosi a una formulazione
sempre più completa della verità.
C. È l'insufficienza che una nuova esigenza dello spirito scopre nella posizione
precedente e che, proprio per questo, provoca il passaggio a una verità superiore
capace di conservarla trasformandola.
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Risposta corretta: C.
L'errore è quasi la «molla» del movimento storico. Una posizione diventa insufficiente quando una nuova esigenza dello spirito ne scopre un limite che prima non poteva apparire; proprio quel limite rende necessario il passaggio a una verità superiore. Così il socratismo diventa «errore» dal punto di vista di Platone, ma Platone sarebbe incomprensibile senza Socrate: ciò che viene superato continua a vivere nella forma che lo trasforma.
La A riconosce il carattere negativo dell'errore, ma sbaglia nel considerarlo definitivamente eliminato una volta corretto: Gentile insiste invece che nulla viene cancellato «come lo scritto sulla lavagna». La B presenta il progresso come una graduale riduzione dei difetti in vista di una formulazione sempre più completa della verità; manca però il carattere propriamente dialettico del processo. Non si tratta di limare progressivamente imperfezioni già riconoscibili, ma di produrre nuove esigenze attraverso le quali ciò che prima era verità si rivela ora insufficiente e viene conservato in una forma nuova.