Frammenti d'autore

Gentile e la dialettica hegeliana(Q)

💬 II-II. Il concetto della storia della filosofia

vi. Se questo, che ho dovuto più accennare che dimostrare, è vero, la storia della filosofia compendia la storia dell'umanità, tutta la storia. E se nella storia della filosofia come già fu chiarito, si realizza la filosofia, quale modernamente s'intende, storia e filosofia sono due concetti sostanzialmente equivalenti e reciprocamente convertibili.

Tesi che ha bisogno di una difesa, la quale sarà un nuovo schiarimento intorno all'essenza storica della filosofia. Giacché contro questa tesi è sorta più d'una volta, una critica platonizzante che vale solo a mostrare quali profonde radici abbia nell'anima umana cotesto concetto platonico dell'oggettività dell'essere. Si dice: se l'essere s'identifica col pensiero, se la filosofia è una cosa sola con la storia, come si spiega l'errore? La storia della filosofia presenta filoni di verità chiusi in scorie spesse di errori: come la storia della vita civile ci offre insieme commisti spettacoli di eroismo e di viltà. La viltà vale dunque quanto l'eroismo? L'errore quanto la verità? L'uomo, angelo o bestia, va dunque divinizzato nella sua grandezza e nella sua miseria? – Questo è platonismo schietto: è il dualismo del bene e del male, del vero e del falso, del Dio e dell'uomo, della verità e della mente, del cielo e della terra, dello spirito e della carne, – o come altrimenti voglia formularsi. È il dualismo che resiste e si ribella alla filosofia moderna, alla sintesi a priori, all'unità dei contrari.

Che cosa è l'errore? Questo è un concetto fondamentale nella storia, poiché storia è progresso, e progresso è cognizione ossia correzione di errori, superamento continuo. In primo luogo osserviamo che un errore, come atto reale dello spirito, non c'è. Non c'è in chi corregge l'errore proprio o altrui, perché l'atto spirituale qui presente è la correzione, che è funzione di verità. Non c'è in chi erra, quando erra, perché l'errore è errore, in quanto ha valore di errore, ossia in quanto ha tale disvalore: e il disvalore dell'errore presuppone la verità correlativa, che se ci fosse, renderebbe impossibile l'errore. L'errore, quando ha luogo, è verità. Da qui dipende quel criterio dell'equità, che si desidera, e oggi, col cresciuto senso storico, si usa nei giudizi delle azioni e delle opinioni passate; e non condanniamo più le persone che condannarono Bruno, ma l'istituzione, che quelle coscienze formava e continua a formare. Se lo spirito umano avesse sempre sbagliato, è chiaro che non avrebbe sbagliato mai; come non sarebbe sogno un sogno perpetuo, non interrotto mai dalla veglia. Può dirsi invece con tutta certezza, che lo spirito sbaglia sempre, perché non sbaglia mai; perché ogni atto spirituale è atto di verità assoluto nella sua relatività: assoluto nel suo momento storico; in modo che la correzione successiva non è l'annullamento del già pensato, ma l'integramento e la continuazione. Così l'organismo vivo, che cresce e si sviluppa, in ogni momento potrebbe dirsi erroneo, perché destinato a esser tosto corretto, modificato; ma la modificazione, se ci fa scomparire d'innanzi il fanciullo per darci l'uomo adulto, non annienta il fanciullo scomparso, ma ce lo fa intravvedere nelle fattezze mature, nell'occhio pensoso, che ai genitori continua a parlare lo stesso linguaggio degli anni lontani. Al pari dell'organismo naturale, quello del pensiero non si sta un momento; ma, vivendo, si modifica sempre e si trasforma mantenendosi sostanzialmente il medesimo nelle forme sempre nuove, che viene assumendo. E come è del pensiero individuale, è del pensiero storico: poiché tutti, quanti siamo legati in una sola vita di civiltà, da una medesima esperienza storica che si produce nei secoli, tutti pensiamo un solo pensiero; e in ciascuno rivive il pensiero della civiltà, a cui tutti cooperarono. Nel pensiero del filosofo degno del secolo XX dev'essere pensato il pensiero di tutti i filosofi della nostra civiltà; pensato, e corretto.

L'errore, come ogni disvalore, è momento negativo dello spirito: e perciò è irreale. Esso è quel difetto di se medesimo, che lo spirito nota avanti a sé nell'atto di affermarsi, e colmare quindi il difetto stesso. Non c'è affermazione dello spirito che non sia la negazione del contrario, e quindi una dichiarazione d'errore. Onde l'errore viene ad essere quasi la molla dell'affermazione: una molla, che non è mai senza lo scatto: errore, che errore è, in quanto corretto e quindi non più tale. Di reale, insomma, noi non conosciamo che l'atto dello spirito: e, come questo atto è essenzialmente produttivo e creativo, il presupposto logico, ideale, del prodotto suo è la negazione, l'assenza di tale prodotto; che è il disvalore, l'errore. Felix culpa quae talem ac tantum meruit habere redemptorem! La colpa di Adamo si rinnova sempre felicemente, ed è sempre sanata da tale e tanto redentore, dal dio infaticabile della nostra attività spirituale. L'errore ci resta sempre alle spalle, e noi guardiamo avanti, sempre avanti, alla luce sempre viva del vero.

L'errore, dunque, come tale, è un'astrazione: e la sua realtà, la sua rivelazione consiste in un momento dialettico della coscienza. Il che è da dire di tutti gli errori: dei piccoli errori fugaci, che si commettono nella vita ordinaria e sono tosto corretti; e dei grandi errori filosofici, che aspettano la correzione per secoli. Qualunque errore è errore in quanto si corregge e dà luogo, perciò a una verità. Non c'è errore che si cancelli dallo spirito, annientandosi come lo scritto sulla lavagna. Lo spirito che prima abbia accolto un'opinione, e poi l'abbandona, perché falsa, senza sostituirvene altra, non è da concepire come una pentola, che prima sia piena e poi si vuoti. Lo spirito e la sua opinione sono unum et idem: e lo spirito, che fu capace dell'errore, fattosi consapevole della falsità di questo, evidentemente non è più lo spirito di prima. Egli deve aver visto una verità, che prima non vedeva (o non vedeva più, che è lo stesso): una verità, che è la negazione della opinione malamente appresa. Questo il processo eterno dello spirito: da una verità a una verità superiore; raggiunta la quale, la prima non ha più valore: cioè conserva un valore relativo al grado precedente della coscienza, che si può bensì rivivere (e lo rivive lo storiografo); ma non è più attuale.

Un errore insomma è un grado dello spirito, una categoria dell'essere, in quanto si valuta dal punto di vista dei gradi, delle categorie superiori: e meglio che di errore, dovrebbesi parlare di spirito erroneo, che vien sempre correggendo se stesso. E correggendo se stesso in due modi: in uno, per diventare spirito filosofico, o filosofia esplicita; e nell'altro, per procedere da una forma ad un'altra e più perfetta della filosofia stessa. In due modi ho detto, non perché uno di essi sia essenzialmente diverso dall'altro; ma perché empiricamente si distinguono per ciò che l'uno corrisponde alla preistoria della filosofia, e l'altro alla storia.

Preistoria, rispetto alla storia della filosofia, è quella formazione spirituale, che perennemente si ripete nello sviluppo dello spirito umano anteriore e indirizzato all'acquisto dell'esplicita coscienza del problema filosofico: preistoria, che ordinariamente si denomina filosofia dello spirito; ma che speculativamente è sulla stessa linea della vera e propria storia della filosofia. La quale rappresenta il progresso dello spirito nella coscienza del problema filosofico: progresso, che può parer passaggio da un errore ad un altro, ma è passaggio da una verità a una verità superiore. Non è, si badi, mosaico, che lo spirito venga componendo con tanti pezzetti di verità, singolarmente apprestati dai singoli filosofi, di tra la congerie di errori ond'essi a volta a volta li deturparono. Non è possibile, infatti, concepire un sistema filosofico come una serie di affermazioni, parte vere e parte false, tra cui la filosofia posteriore poi sceglierà le prime e rifiuterà le altre. Il sistema è un'unità, come l'organismo del fanciullo, che tutto si conserverà e tutto si trasformerà nell'organismo dell'adulto. Il sistema è tutto vero nel momento suo, tutto falso nel momento posteriore, se non s'integri in un principio più alto. Tutto, non già nel complesso delle singole dottrine speciali, che possono essere anche incoerenti; ma nel principio: tutto il sistema che dicesi platonismo, aristotelismo, cartesianismo, spinozismo, kantismo, e così via: termini, nessuno dei quali designa propriamente l'insieme delle dottrine particolari formolate dai rispettivi filosofi.

Il sistema è unità, perché uno è lo spirito filosofico, che vi si realizza. Spirito storicamente condizionato, che si chiama Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Kant, ecc., e che si conosce e si apprezza con verità soltanto se si considera nella sua individualità storicamente condizionata. Questa condizionalità storica per altro non è accidentalità: perché se essa offre, per dir così, la materia alla ragion filosofante, proponendole il problema in un determinato modo, essa, alla sua volta, è determinata dal lavoro anteriore dello spirito, implicitamente o esplicitamente filosofante. Di guisa che idealmente è da dire che la ragione pone a sé e risolve quell'eterno problema filosofico che è eterna soluzione. Ma in ogni problema storico determinato il sistema filosofico suppone da un lato la ragion filosofante, la logica, dall'altro la storia anteriore della filosofia, che condiziona la logica, in quanto le offre la materia del problema filosofico: e il sistema viene ad essere una sintesi a priori di questo duplice elemento: sintesi, di cui la ragione è l'unità originaria. Sicché scomporre il sistema in ciò che ha di vero e in ciò che ha di falso importerebbe questo principio: che si possa disconoscere quest'unità sintetica, reale, storica, che è l'atto essenziale del sistema. Sarebbe uccidere la storia, e spezzare la vita che il pensiero filosofico ha realmente vissuta.

Uccisione, del resto, impossibile: perché, se astraete il vero dal falso, additando e raccogliendo, per tessere la vostra tela storica, un vero che non c'è stato mai, perché dove avrebbe dovuto essere, non fu così astrattamente concepito, senza il falso: voi avrete sempre un vero, da cui non potrete procedere alla ricognizione storica degli altri veri, onde pur sapete che quello si venne via via integrando. Non potrete procedere, perché il vero come tale, il vero che sarà riconosciuto vero, per sé, non avrebbe mai potuto provocare un'affermazione ulteriore. L'affermazione ulteriore non può nascere se nella posizione antecedente del pensiero non c'è un disagio da eliminare, se non c'è un errore da superare. D'altra parte, se quest'errore si concepisce, alla sua volta, astrattamente, senza relazione con la verità del sistema, né anch'esso potrebbe agire sullo spirito come movente di progresso ulteriore; perché l'errore, come tale, non ha valore, per lo spirito, e non ha realtà: è un non-pensiero, che non può fermare e interessare il pensiero. Se nel platonismo si potesse con un taglio netto staccare il principio vero dal falso, e pensare così un Platone maestro di verità e un Platone spropositante, sarebbe inconcepibile il ventenne discepolato di Aristotele, critico del suo errore. Platone spropositante, anche un solo giorno, un'ora sola, avrebbe fatto scappar via l'intelligente scolaro. che Platone compiacevasi di chiamare Intelligenza. Laddove è risaputo che l'errore del grande uomo suona sempre con accento di verità, che attrae o lascia dubbiosi: ciò che non sarebbe possibile di un errore, che non fosse altro che errore: e non suscitasse altro che quello che ogni errore suscita naturalmente: la ribellione e la negazione. E già non solo il Platone spropositante non avrebbe fermato l'attenzione pensosa di Aristotele; ma non avrebbe fermato neppure quella di Platone stesso! Dal nostro punto di vista non è la verità dunque che non si scorge: anzi è l'errore, nel senso ordinario del termine, come atto, dello spirito che avrebbe dovuto non essere. Niente è, che avrebbe dovuto non essere: e l'animo nostro si posa tranquillo e soddisfatto nello spettacolo di una storia, non di errori e sconfitte dello spirito umano, ma di vittorie (di vittorie sempre maggiori) ond'egli viene realizzando via via la sua divina natura.

Ogni problema della nostra storia è una vittoria dello spirito trionfante della materia, che gli si oppone misteriosa e suscita in lui il bisogno d'intendere. Socrate con la sua ricerca di quel che ogni cosa è, ricerca serena, franca, di spirito pago della propria superiorità sulla filosofia contemporanea, forte della sua fede religiosa, sicuro della coscienza della sua moralità, leggermente e amabilmente ironico, sveglia nell'animo del nobile figliuolo di Aristone, già scolaro di un eracliteo, un problema da lui insospettato. Questo problema urge su uno spirito nuovo, e chiede una nuova soluzione: ma questo nuovo spirito non potrà darla se non in quanto spirito logico, ossia quella medesima ragione che ragionava in Socrate. Quella stessa ragione che s'appagava del socratismo, ne diviene scontenta: ha bisogno di una realtà trascendente che giustifichi la verità dei concetti immutabili di fronte alla realtà perennemente mutevole: e il socratismo diventa un errore, rispetto all'esigenza nuova che sarà appagata dalla teoria delle idee. La quale storicamente, nell'origine sua, sarebbe inintelligibile senza il socratismo, che ne è l'antecedente erroneo (dal punto di vista platonico) e il motivo dialettico. Senza l'errore socratico la condizionalità storica del platonismo non sarebbe assegnabile; e il progresso della ragione si renderebbe inintelligibile. [...] (1922) # [Leggi dall'inizio]
✦ Giovanni Gentile. La riforma della dialettica hegeliana. Sansoni, 1975

L'errore, visto dal punto in cui viene superato, sembra una deviazione; vissuto nel suo momento, è invece una forma provvisoria di verità. Lo spirito non procede cancellando ciò che ha pensato, ma trasformandolo: ogni conquista nasce dall'insufficienza della precedente e la conserva, corretta, dentro una forma più alta. Per questo la storia della filosofia non è un deposito di sistemi mezzi veri e mezzi falsi, né un mosaico da cui estrarre soltanto le tessere riuscite. Ogni sistema vive come un organismo intero, vero nel proprio tempo e insufficiente rispetto a ciò che verrà. L'errore esiste solo come "disvalore" a posteriori, cioè quando viene superato. Diventa visibile come sbandamento solo nel momento in cui si raggiunge la verità correlativa. Esso è la forma provvisoria che la verità assume nel suo farsi storico: non è il contrario della verità, ma un momento necessario per il suo sviluppo. L'errore non è dunque il contrario sterile della verità: è il punto da cui la verità riprende il cammino.

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Mettiti alla prova: Gentile e la storia della filosofia

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1. In che senso, secondo Gentile, storia e filosofia sono «sostanzialmente equivalenti e reciprocamente convertibili»?

  • A. Perché la filosofia fornisce alla storia i concetti con cui ordinare e interpretare i fatti, mentre la storia offre alla filosofia la materia concreta sulla quale esercitare la propria riflessione.
  • B. Perché la storia è il processo concreto nel quale lo spirito si realizza, mentre la filosofia è quello stesso processo giunto alla coscienza di sé.
  • C. Perché ogni civiltà trova nella propria filosofia l'espressione più alta e coerente dei suoi valori, sicché la storia della filosofia può valere come sintesi della storia generale.
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Risposta corretta: B.

Storia e filosofia non sono due attività distinte che successivamente entrano in rapporto. Se la realtà dello spirito consiste nel suo stesso svilupparsi e pensarsi, la storia è questo processo concreto e la filosofia è il medesimo processo giunto alla coscienza di sé. Perciò Gentile può definirle «sostanzialmente equivalenti e reciprocamente convertibili».

La A mantiene ancora storia e filosofia come due discipline esteriori l'una all'altra: una fornirebbe i fatti, l'altra gli strumenti per interpretarli. È precisamente questa separazione che l'identità gentiliana vuole oltrepassare. La C si avvicina maggiormente alla tesi, perché riconosce alla filosofia una funzione rappresentativa della civiltà; ma continua a considerarla soltanto come la sua espressione più alta o come una sintesi della storia generale. Gentile afferma qualcosa di più radicale: storia e filosofia sono due forme dello stesso processo spirituale.

2. Perché Gentile può sostenere che «l'errore, quando ha luogo, è verità» senza affermare che vero e falso siano la stessa cosa?

  • A. Perché ogni posizione realmente pensata possiede una verità relativa al grado storico dello spirito che l'ha prodotta e diventa errore soltanto dal punto di vista di una coscienza successiva che la supera.
  • B. Perché anche una teoria falsa conserva sempre alcuni elementi veri, che il pensiero successivo può separare dalle sue parti erronee e incorporare in una dottrina più completa.
  • C. Perché vero e falso non hanno un significato assoluto, ma dipendono dalle condizioni storiche entro le quali una determinata comunità attribuisce valore alle proprie convinzioni.
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Risposta corretta: A.

Una posizione realmente pensata è verità nell'atto storico in cui lo spirito la vive; diventa «errore» soltanto quando una coscienza successiva ne scopre il limite e la supera. Per questo Gentile può parlare di un atto di verità «assoluto nella sua relatività»: il superamento non cancella ciò che precede, ma lo integra in una forma superiore.

La B ripropone proprio l'immagine del «mosaico» che Gentile respinge: un sistema non è composto da parti vere da conservare e parti false da eliminare, perché possiede un principio unitario che dà senso all'insieme. La C trasformerebbe invece la storicità della verità in relativismo: vero e falso non dipendono da ciò che una comunità decide di ritenere valido. La verità di una posizione consiste nell'essere un momento reale dello sviluppo dello spirito, non nell'approvazione sociale che riceve nella propria epoca.

3. Perché un sistema filosofico non può essere trattato come un «mosaico» dal quale raccogliere le proposizioni vere e scartare quelle false?

  • A. Perché un sistema deve anzitutto essere valutato secondo le condizioni storiche nelle quali è sorto, evitando di giudicare le sue singole dottrine con criteri elaborati soltanto dalle filosofie posteriori.
  • B. Perché il sistema è un atto unitario dello spirito, retto da un principio che dà significato alle singole dottrine; separarne retrospettivamente il vero dal falso distruggerebbe quella concreta unità storica.
  • C. Perché le apparenti contraddizioni presenti nei grandi sistemi dipendono spesso dal linguaggio e dalle conoscenze disponibili nell'epoca, mentre il loro principio fondamentale conserva una validità indipendente dal tempo.
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Risposta corretta: B.

Un sistema filosofico è un organismo storico unitario: le singole dottrine acquistano significato dal principio che le tiene insieme. Può contenere incoerenze e limiti, ma separarli retrospettivamente dalle parti «vere» significherebbe ricostruire artificialmente un pensiero che nessun filosofo ha mai realmente pensato e distruggere la concreta unità dalla quale nascerà il suo stesso superamento.

La A contiene un'avvertenza storiografica sensata – comprendere un sistema nelle condizioni in cui è sorto – ma non raggiunge la tesi gentiliana. Non è soltanto questione di evitare giudizi anacronistici: è l'unità stessa del sistema a rendere impossibile scomporlo in proposizioni indipendenti. La C indebolisce ancora di più la storicità del sistema, attribuendo al suo principio fondamentale una validità indipendente dal tempo. Per Gentile, invece, anche il principio è una determinata realizzazione storica dello spirito, destinata a essere conservata soltanto trasformandosi.

4. Quale funzione svolge l'«errore» nel progresso storico della filosofia?

  • A. Fornisce alla ragione il termine negativo contro cui misurare la verità raggiunta, ma una volta corretto perde ogni funzione e viene definitivamente abbandonato dal pensiero successivo.
  • B. Segnala i limiti inevitabili di ogni filosofia storicamente determinata, che il progresso tende gradualmente a ridurre avvicinandosi a una formulazione sempre più completa della verità.
  • C. È l'insufficienza che una nuova esigenza dello spirito scopre nella posizione precedente e che, proprio per questo, provoca il passaggio a una verità superiore capace di conservarla trasformandola.
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Risposta corretta: C.

L'errore è quasi la «molla» del movimento storico. Una posizione diventa insufficiente quando una nuova esigenza dello spirito ne scopre un limite che prima non poteva apparire; proprio quel limite rende necessario il passaggio a una verità superiore. Così il socratismo diventa «errore» dal punto di vista di Platone, ma Platone sarebbe incomprensibile senza Socrate: ciò che viene superato continua a vivere nella forma che lo trasforma.

La A riconosce il carattere negativo dell'errore, ma sbaglia nel considerarlo definitivamente eliminato una volta corretto: Gentile insiste invece che nulla viene cancellato «come lo scritto sulla lavagna». La B presenta il progresso come una graduale riduzione dei difetti in vista di una formulazione sempre più completa della verità; manca però il carattere propriamente dialettico del processo. Non si tratta di limare progressivamente imperfezioni già riconoscibili, ma di produrre nuove esigenze attraverso le quali ciò che prima era verità si rivela ora insufficiente e viene conservato in una forma nuova.