Frammenti d'autore

La voce del Vietnam

💬 Prologo

Questo libro non pretende di essere storia. Non ha niente a che vedere con la politica, il potere, la strategia, l'autorità, gli interessi nazionali o internazionali, e non è nemmeno un atto di accusa nei confronti di quei grand'uomini che ci hanno portato in Indocina e i cui errori sono costati il sangue di tanti uomini comuni. È semplicemente un racconto sulla guerra, su ciò che gli uomini fanno in guerra e su ciò che la guerra fa a loro. Più precisamente è la testimonianza, fatta da un soldato, del nostro conflitto più lungo, l'unico che abbiamo perso, e anche il resoconto di una lunga e spesso dolorosa esperienza personale.

L'8 marzo 1965, giovane ufficiale di fanteria, sbarcai a Danang con un battaglione della 9ª brigata di spedizione marines, la prima unità da combattimento inviata in Indocina. Vi tornai nell'aprile del 1975 come corrispondente di un giornale per documentare l'offensiva comunista che terminò con la caduta di Saigon.

Ero stato uno dei primi americani a combattere in Vietnam, e fui uno degli ultimi a essere evacuato, poche ore prima che l'esercito nordvietnamita entrasse nella capitale.

Sebbene gran parte di questo libro tratti delle esperienze dei marines che prestarono servizio con me tra il 1965 e il 1966, ho aggiunto un epilogo che descrive brevemente l'esodo americano. Solo dieci anni separavano i due eventi, ma l'umiliazione della nostra partenza dal Vietnam, paragonata alla baldanza con cui vi eravamo entrati, dava l'impressione che fosse passato un secolo.

Per gli americani che non sono diventati maggiorenni nei primi anni Sessanta può essere difficile capire cosa siano stati quegli anni, dominati dall'orgoglio e da una straordinaria fiducia in se stessi. La maggior parte dei tremilacinquecento uomini della nostra brigata, nati durante o subito dopo la seconda guerra mondiale, fu plasmata da quell'epoca, l'era della Camelot kennediana. Ce ne andammo oltremare gonfi di illusioni, figlie tanto dell'eccitante atmosfera di quegli anni quanto della nostra giovinezza.

La guerra esercita sempre un fascino sui giovani che non la conoscono, ma a spingerci a indossare una divisa furono anche la sfida di Kennedy («Chiedetevi cosa potete fare per il vostro paese») e l'idealismo missionario che lui aveva suscitato in noi. L'America allora sembrava onnipotente: poteva ancora affermare di non aver mai perso una guerra, e noi credevamo che la nostra missione consistesse nel giocare a guardie e ladri con i comunisti e diffondere la nostra dottrina politica nel mondo. Come i soldati francesi alla fine del diciottesimo secolo, ci consideravamo i campioni di «una causa destinata a trionfare». Così, marciando nelle risaie in quell'umido pomeriggio di marzo, portavamo con noi, insieme agli zaini e ai fucili, l'implicita convinzione che i vietcong sarebbero stati rapidamente sconfitti e che stavamo facendo qualcosa di assolutamente nobile e giusto. Conservammo gli zaini e i fucili, ma perdemmo la convinzione.

La scoperta che gli uomini che avevamo liquidato come guerriglieri contadini erano in realtà un nemico mortale e determinato, e la lista dei caduti che si allungava di settimana in settimana senza alcun risultato visibile a fronte del sangue versato, distrussero la nostra fiducia iniziale. In autunno, quella che era iniziata come una spedizione avventurosa si era trasformata in un'estenuante, inconcludente guerra di logoramento nella quale non combattevamo per altra causa che la pura sopravvivenza.

Scrivere di questo tipo di guerra non è facile. Ho rimpianto spesso di non essere un veterano di una guerra convenzionale, zeppa di drammatiche campagne e storiche battaglie invece che di una monotona successione di imboscate e sparatorie. Ma non ci fu nessuna Normandia o nessuna Gettysburg per noi, né scontri epici che avrebbero deciso i destini degli eserciti o delle nazioni. La guerra era fatta per lo più di settimane di ansiosa attesa e, a intervalli casuali, di selvagge cacce all'uomo per giungle e paludi in cui i cecchini ci tenevano costantemente sotto tiro e le trappole esplosive ci falciavano uno a uno.

Ogni tanto la noia era spezzata da operazioni "cerca e distruggi" su vasta scala, ma all'emozione di planare in una zona di atterraggio sull'elicottero di comando seguiva di solito l'ennesima marcia asfissiante, con gli anfibi risucchiati dal fango e il sole che picchiava sugli elmetti, mentre un nemico invisibile ci sparava dagli alberi in lontananza. Gli unici, rari momenti di eccitazione erano quelli in cui i vietcong sceglievano di combattere una battaglia convenzionale; non un'eccitazione qualsiasi, ma l'estasi maniacale del contatto. Settimane di tensione accumulata si sfogavano in pochi minuti di violenza orgiastica, con gli uomini che strillavano e gridavano oscenità tra l'esplosione delle granate e le rapide, incalzanti raffiche dei fucili automatici.

Quegli scontri non ebbero altro effetto che aggiungere qualche cadavere al conteggio settimanale dei morti: nessuno di loro entrerà mai nella storia militare né verrà studiato dai cadetti di West Point. Eppure cambiarono ed educarono noi, gli uomini che vi presero parte; in quelle oscure schermaglie imparammo la paura, la viltà, il coraggio, la sofferenza, la crudeltà e il cameratismo. Soprattutto imparammo a conoscere la morte, a un'età in cui di solito ci si considera immortali. Tutti perdono questa illusione prima o poi, ma nella vita civile avviene gradualmente, nel corso degli anni. Noi la perdemmo tutta subito, e nel giro di pochi mesi passammo dalla giovinezza, all'età adulta, fino a una precoce mezza età. La conoscenza della morte, dei limiti implacabili posti all'esistenza dell'uomo, ci separò dalla gioventù con la stessa irrevocabilità con cui il bisturi del chirurgo ci aveva un tempo separato dal ventre materno. Eppure pochi di noi avevano superato i venticinque anni. Quando lasciammo il Vietnam eravamo delle strane creature, con giovani spalle su cui poggiavano teste da vecchi. [...]
✦ Philip Caputo. La voce del Vietnam. Piemme, 2004

La guerra comincia molto prima del primo colpo: comincia nelle idee con cui vi si entra. Nel 1965 quei giovani marines portano in Vietnam, insieme alle armi, la fiducia di appartenere a un paese invincibile e a una causa giusta. Pochi mesi bastano a consumare quell'illusione. Il nemico non è più il guerrigliero da disperdere, la guerra non è più una missione, ma un'attesa interminabile interrotta dalla violenza e dalla morte. Dieci anni dopo, fra Danang e la caduta di Saigon, non resta soltanto la misura di una sconfitta nazionale: resta quella di una generazione costretta a invecchiare in pochi mesi, imparando troppo presto che cosa significa essere mortali.

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