Il portiere è il solo che giochi contro la festa. Gli altri possono costruire, tentare, sbagliare e poi riscattarsi; lui vive invece nella geometria spietata dell'errore decisivo. Sta lontano dagli altri, aspetta, e quando arriva il momento deve rispondere da solo a ciò che l'intera squadra ha lasciato passare. Per questo ogni gol sembra una colpa personale, anche quando non lo è. Le parate si dimenticano, la papera resta. È il destino ingrato di chi difende anziché conquistare: impedire la gioia degli altri e sapere che, al primo cedimento, sarà proprio lui a diventare il volto della sconfitta.