Frammenti d'autore

Il museo degli errori

💬 Il rafforzamento sintattico

Prendiamo questo periodetto: «Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé». Ora diamolo a leggere prima a un Milanese (o genericamente a uno del Settentrione) e poi a un Fiorentino (o genericamente a un Centrale): il primo lo leggerà esattamente cosi come lo vedete scritto, il secondo invece lo leggerà come se fosse scritto in quest'altro modo: «Carlo è vvenuto a ddirmi che ha ffatto il compito tutto da ssé»: raddoppierà cioè alcune consonanti iniziali di parole che nella scrittura non figurano certo raddoppiate. Sbaglia il Milanese a leggere come ha letto, o sbaglia il Fiorentino? Sbaglia il Milanese; e sbaglia perché non tien conto di quel fenomeno di fonetica sintattica, proprio della nostra lingua, per il quale certe determinate consonanti iniziali di parola quando vengano a trovarsi davanti a determinate parole terminanti in vocale, si rafforzano, cioè si pronunziano come se fossero doppie. Questo fenomeno si chiama appunto rafforzamento (o raddoppiamento) sintattico.

Prima però di entrare a discutere da vicino questo interessante fenomeno del tutto ignoto a tanta parte degli Italiani, voglio prendere il discorso più alla lontana, per chiarire meglio poi tutto il resto.

Tutti sanno, e nessuno se ne meraviglia, che l'italiano ha nel corpo delle parole ora consonanti semplici e ora consonanti doppie, e le scrive semplici o doppie secondo il caso: in gala, pena, sego, caro tutte le consonanti sono semplici; ma in galla, penna, seggo, carro le consonanti sono doppie, e hanno anche un'importanza fondamentale in quanto cambiano completamente significato alle parole. Questo fatto non sorprende certo i Settentrionali perché nelle scuole, e fin dalle prime classi elementari, si sono abituati a osservare con gli occhi dove le consonanti son semplici e dove son doppie. Un Veneto dirà, è vero, per influenza del suo dialetto, belo e vaporeto, ma scriverà per la memoria visiva venutagli con la lettura e la scrittura, bello e vaporetto. Quel che si dice dei Veneti può dirsi genericamente d'ogni Settentrionale, per influsso appunto dei dialetti che sovente non rispettano le stesse leggi della lingua scritta. Succede anche a volte che un Settentrionale, là dove la memоria visiva non lo soccorre, venga a trovarsi nel dubbio tra consonanti semplici e doppie.

Fin qui, dunque, tutto corre liscio con l'aiuto della scrittura Ma i guai cominciano proprio dove la scrittura non aiuta più, dove cioè certi raddoppiamenti esistono ma non si scrivono; e sono appunto i raddoppiamenti delle consonanti non più nel corpo ma in principio di parola.

Facciamoci ora questa domanda: perché tante parole italiane hanno nel loro corpo delle consonanti doppie? Come son nate? Son nate per un fenomeno fonetico che va sotto il nome di assimilazione (ci sono anche altre ragioni, ma qui non servirebbero altro che a confondere le idee). Per questo fenomeno una consonante nel corpo della parola diventa in certi casi uguale a quella che immediatamente la segue. Per esempio: casa vien dal latino casa, ma cassa viene dal latino capsa, dove la p si è assimilata con la s che segue, divenendo essa pure una s. La parola patto viene dal latino pactum, dove ct è diventato tt; la parola scrittura, analogamente, non è che la forma assimilata del latino scriptura. Facciamo altri esempi per afferrar sempre meglio il fenomeno: immobile è in realtà «inmobile», dove il prefisso privativo in- si è assimilato con la consonante iniziale di mobile (in latino immobilis da in-+mobilis); illecito ci viene dal solito in- assimilato con lecito (in latino illicitus, da in-+licitus); ammettere è in realtà «admettere», dal latino admittere; collegare è la forma assimilata di un «conlegare» derivatoci dal latino colligare, da cum-, con, e ligare, legare.

Arrivati a questo punto, penso che possiamo considerarci abbastanza preparati a capire anche il fenomeno che s'era detto in principio: quello del rafforzamento sintattico. La stessa legge fonetica che ha generato il raddoppiamento della s di cassa, l'assimilazione delle due mm di immobile e di ammettere, eccetera, non cessa di esistere neppure quando nel parlare si vengono a creare certi accostamenti di lettere nella giuntura di due parole consecutive le quali, se pur disgiunte nella scrittura, si trattano, nella corretta pronunzia, come una parola sola. Dal latino ad Romam, abbiamo fatto l'italiano a Roma, assimilando nella pronunzia la d di ad con la r iniziale di Roma, e creando così la pronunzia corretta italiana a Rroma. Il latino ad me ha generato a me con la pronunzia a mmé; da et voi, in latino et vos, è nata la pronunzia e vvoi; da cittad(e) bella, caduta nella pronunzia la e finale e assimilatasi la d con la successiva b iniziale è venuta la pronunzia città bbella.

Ovviamente, poiché in questa sede non siamo tutti latinisti e grecisti e filologi, bisogna trattar la questione piuttosto in superficie; ma le leggi fondamentali del fenomeno son queste, e penso che tutti abbiano ormai compreso il meccanismo di questa vicenda storica che risale al latino e cioè all'origine stessa del nostro linguaggio. Ecco perché sul principio ho detto che la pronunzia corretta della frase «Carlo eccetera» era quella del Fiorentino e non quella del Milanese. Il rafforzamento sintattico è infatti ignoto alle parlate settentrionali ma regolarmente rispettato nel Centro e nel Sud d'Italia, salvo eccezioni dovute esclusivamente a influenze dialettali.
✦ Aldo Gabrielli. Il museo degli errori. Oscar Mondadori, 1980

La lingua conserva nella voce ciò che la scrittura non mostra. Tra una parola e l'altra agiscono ancora antiche consonanti cadute, assimilazioni remote, tracce del latino che continuano a modellare il suono senza lasciare segno sulla pagina. Così il parlare non è una semplice lettura di lettere, ma una memoria vivente, diversa da regione a regione e tuttavia attraversata da leggi profonde. Basta una consonante raddoppiata perché riaffiori una storia secolare: sotto la frase più comune, la lingua continua silenziosamente a ricordare da dove viene.

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