Frammenti d'autore

La guerra giudaica

💬 39. Com'è noto, il tempio di Gerusalemme – l'unico legittimo tempio dell'ebraismo su tutta la terra –finì preda delle fiamme nell'espugnazione della città. Su chi ricade la responsabilità di quell'incendio? Lo volle Tito generalissimo dei Romani, ovvero avvenne contro l'espresso ordine ch'egli aveva impartito di conservarlo?

Il racconto di Giuseppe è di una chiarezza inequivocabile (VI, 220 seg.). I Giudei assediati sono quasi agli estremi; la fortissima torre Antonia a settentrione del tempio è già conquistata ed atterrata per preparare l'assalto delle legioni; queste oramai hanno per obiettivo quella parte più interna del tempio chiamata «santuario» (ebraico qodesh), che è isolata dal vasto «atrio interno» scoperto e alla periferia di questo è recinta da un muro ciclopico. Contro tale muro le più potenti macchine romane risultano inefficaci, come i tentativi di scalata dei legionari sono respinti con gravi perdite. Tito allora ordina di dar fuoco alle porte metalliche del muro; le porte si fondono e lasciano aperto il passaggio ai Romani, Ma queste porte sono ben lontane dal «santuario», essendone separate dall'«atrio interno» ch'è a cielo scoperto; Tito allora, ottenuto ormai il varco, ordina di spegnere i residui dell'incendio locale dell'«atrio interno» e raduna il consiglio di guerra per decidere la sorte da far subire al tempio, cioè all'ancora intatto «santuario», la cui caduta è ormai sicura. Gli ufficiali del consiglio sono di parere vario: alcuni propongono di trattarlo come una fortezza profana qualunque, avendolo i Giudei ridotto a fortezza, e perciò di distruggerlo; altri preferiscono che sia risparmiato se i Giudei si ritirano da esso, ma d'incendiarlo se vi fanno ancora resistenza; Tito invece si pronuncia per la conservazione di così famoso monumento, nonostante l'impiego profano fattone dai Giudei, e su questa decisione si scioglie il consiglio e s'impartiscono gli ordini in proposito. Il giorno seguente, nel fervore d'una scaramuccia provocata dai Giudei e impegnata sullo spiazzale dell'«atrio interno», un soldato romano insegue i fuggiaschi giudei fin sotto le mura del «santuario», e aiutato da un commilitone vi getta dentro attraverso una finestra un tizzone ardente. Il vecchio legno della costruzione, il torrido agosto palestinese, insieme con altre circostanze, fanno sì che si sprigioni immediatamente un incendio che presto diviene indomabile. Tito, che sta riposando nella sua tenda, accorre prontamente, ma i suoi reiterati sforzi per circoscrivere l'incendio sono inutili: i legionari, invece d'ascoltare i suoi ordini, si dànno per la speranza di bottino a propagare le fiamme. E così il tempio di Salomone e di Erode, la gloria d'Israele, finisce preda del fuoco.

Questa la relazione di Giuseppe, il quale parla da testimonio oculare almeno della massima parte del grandioso avvenimento. # Altro
✦ Flavio Giuseppe. La guerra giudaica. Società Editrice Internazionale, 1963

È ovvio che la storia ricordi gli incendi più di quanto ricordi gli ordini impartiti per evitarli. Quando migliaia di uomini, la paura, la vendetta e l'avidità si mescolano nel tumulto di una città conquistata, anche la volontà dei comandanti perde parte della propria forza. Per questo le grandi distruzioni raramente appartengono a una sola decisione: nascono da una catena di gesti, di occasioni e d'impulsi che, una volta innescata, nessuno riesce più a domare. Fra le fiamme del Tempio non brucia soltanto un edificio, brucia anche l'illusione che la guerra possa restare fedele ai progetti di chi la conduce.

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