Frammenti d'autore

Caldo sole d'ottobre

💬 Parte prima. La lusinga delle cose

I. Da Salerno a Cetara

Tornati sull'imbrunire dalla pianura pestana, storditi dal vento che soffiava fra i templi e sulla foce del Sele, avevano passata la sera e la notte a Salerno, attratti come falene dalle luminarie del lungomare. Delle falene non avevano però avuta l'audacia che le fa svolazzare, desiose di luce, d'attorno alle lampade accese, col misero risultato di rimetterci, qualche volta, le ali, ed al mattino s'erano così ritrovati, ancora una volta, nella «hall» dell'albergo, senza complessi di colpa, ma col muso lungo ed una delusione di più, rivelata dalla consapevolezza di un'altra occasione perduta.

Poi, risaliti in macchina, avevano ripreso a correre, contenti e scontenti, verso la costiera di Amalfi.

In realtà, proprio a correre no, perché la perigliosità della strada, con le sue curve continue, tracciate fra strapiombi e dirupi, nel dare alla stessa l'aspetto di un iperbolico serpente impazzito, conteneva, nella guida, ogni ardimento, ed a Claudio Riganti, per scansare dei rischi, consigliava d'esserte accorto e prudente.

La ripresa del traffico mattinale, da e per Salerno, non permetteva, d'altra parte, di procedere all'impazzata e, in ogni caso, solo con una modesta andatura dell'auto, essi avrebbero potuto ammirare, dalle svolte aperte sul golfo, la grandiosità del paesaggio e tentare qualche raffronto con le costiere del nord, che a Marzia Giannelli erano particolarmente familiari.

Dall'estrema periferia di Salerno, che pareva tendere la mano a quella di Vietri – allineando le proprie case ai lati della via, con una continuità che non permetteva di riconoscere, a chi non fosse del posto, dove l'una finisse e l'altra s'avviasse – s'erano perciò trovati, senza accorgersene, già nel mezzo di Vietri sul Mare, abbarbicato alla costa, appena fuori dall'angustia della Valle di Cava. E ben presto, dopo averne dominata la Marina, che sulla spiaggia adunava barche da pesca e da diporto e stabilimenti balneari, ecco sotto il «Pizzo Chianello» le frazioni di Raito e d'Albori e più oltre, a mezza costa, nei declivi del «Falerio», le sparse case di Fluenti, nella luminosità d'un mattino d'eccezione, che si faceva, a poco a poco, sempre più chiaro.

Durante la notte, l'aria era stata lavata da un rovescio di pioggia, ma la purezza del cielo, più che alla precipitazione atmosferica, era dovuta alla lealtà d'un mezzo vento di tramontana, che aveva ricacciato nel sud la nuvolaglia adunata il giorno innanzi dallo scirocco, per dare alle prime ore del giorno una esultante serenità verginale.

E la chiarezza, lasciata la «città ippocratica», s'era fatta appunto più diffusa e più limpida, disegnando, nitidissima, la piatta riva del «Paestanus sinus» dei romani, già «golfo di Posidonia» dei greci, e il degradante arco montuoso che sovrastava ed ammoniva la città stessa a non fidarsi dei torrentacci che scendevano umilmente dal «Monaco» e dal «Focitella».

Più oltre, a destra di quelle alture che chinavano verso il mare e sulla bassa valle di Cava dei Tirreni, si dispiegava la catena dei «Picentini» ricongiunta, a sud, alla maestà dell'«Alburno»; e fra la cresta del M. Raia ed i monti di Eboli, si disegnavano, come ritagli di cartone appiccicati nel cielo, le vette della «Costa Calda», del «Polveracchio» e del M. Ripalta.

E ancor più lontano, in altro semicerchio che poggiava i suoi estremi negli «Alburni» e nel Cilento, s'alzavano, meno superbe, le gibbosità del M. Nuda e del M. Pizzuto, e quelle del «Soprano», del «Sottano» e del «Tresino», dominante Agropoli e il mare!

Proseguendo verso Cetara, il golfo apparve ancora più largo, per spaziare con isole d'ambra e d'opale, verso la Punta Licosa. Tutto il mare così appariva chiazzato da losanghe d'acqua più azzurra e meno azzurra, e da larghe strisce lattescenti che curvavano, qua e là sull'ampia distesa, come strade di pianura viste dall'alto.

Ma il trionfo del sole smentiva quelle apparenze e l'aspetto metallico preso da tutta la marina.

Dalle rive salernitane alla dirupata costiera vi si allungava, difatti, un incendio abbacinante, ed era come una fantastica via d'oro, tracciata sull'acqua da una larga colata, con delle scintillazioni marginali vivacissime, simili nella loro rapida intermittenza, allo sfavillio discontinuo di tanti piccoli specchi. E lo sfavillamento, più acceso dalle basse acque rivierasche al mare aperto, perdeva, nell'avvicinarsi alle prode opposte del golfo, il proprio splendore uniforme, per scomporsi in isolati e meno frequenti riflessi, che s'ammorzavano del tutto, allor che stavano per attingere la sottostante scogliera.

– Da queste parti – prese a dire Claudio, tentando con la prima ispirazione sprizzatagli fuori dalla mente, di rompere il silenzio che da troppo tempo durava – sopravvivono abitudini che, a volerle attentamente considerare, lasciano piuttosto perplessi.

– Ah! Finalmente ti svegli! – Marzia esclamò, subitamente incuriosita, e soggiunse: – Credevo che avessi perduto la parola o che, pur guidando, ti fossi addormentato sul volante!

E per farsi più attenta nell'ascolto, distolse lo sguardo da quella melodia di colori, che nessuna pittura di autunno avrebbe forse potuto superare per ampiezza di composizione e delicatezza di tinte. [...]
✦ Duilio Falcone. Caldo sole d'ottobre: vagabondaggio romantico attraverso la costiera di Amalfi. Fratelli Palombi Editori, 1966

Qui la strada non serve soltanto a condurre in un luogo: è già parte del viaggio, perché costringe a rallentare, a seguire le curve, a lasciare che il paesaggio entri poco a poco nello sguardo. Dopo la notte inquieta e un'altra occasione mancata, il mattino spalanca una costiera lavata dalla pioggia, tersa di tramontana, dove monti, paesi e mare si compongono in una geografia quasi dipinta. Claudio e Marzia avanzano così dentro una luce che trasfigura ogni cosa, ancora sospesi fra contentezza e delusione, finché il silenzio stesso diventa troppo pieno per durare. E allora una frase, quasi casuale... e dal paesaggio prende ad emergere la loro storia.

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