Proletari senza rivoluzione
💬 III. A metà del 1920 la tensione rivoluzionaria in Italia è giunta al suo apice e le masse sono disponibili per una lotta decisiva, sempreché un centro rivoluzionario sappia utilizzare il «tumulto» di piazza, «l'occupazione» delle terre e delle officine e «l'ammutinamento» dell'esercito come altrettanti fatti tattici e strategici di un vasto e nazionale disegno rivoluzionario. Ciò non è neppure tentato perché manca il Partito, cioè un Centro di militanti coraggiosi e decisi, forniti di una profonda ideologia e legati strettamente alle masse. Per cui quei mesi dell'estate-autunno 1920, che furono culmine del «biennio rosso», anche se sembrarono per i contemporanei costante vigilia di un rovesciamento rivoluzionario, da un punto di vista storico segnano solo il culmine della «mancata rivoluzione».
Ogni «occasione» obiettiva mancata, ogni «momento» di lotta delle masse che passa senza che niente si attui, segnano le successive tappe della sconfitta del movimento rivoluzionario. Infatti mentre al nemico di classe per vincere può servire l'immobilità, possedendo l'apparato dello Stato, ed anzi nei momenti più critici è proprio l'immobilità che lo salva (Giolitti di questa tattica era stato il maestro nel 1904 e lo sarà di nuovo nel settembre 1920); al movimento rivoluzionario occorre, non appena si presenti una situazione obiettiva di rottura, grande decisione ed audacia per poter soggettivamente dirigere la lotta. Ogni occasione mancata in vista di successivi sviluppi, anche se apparentemente si chiude senza sconfitta o anche vantaggiosamente per le classi subalterne, segna sempre una sconfitta per queste ultime. Cioè il non aver saputo utilizzare un momento di crisi dello stato nemico e le contraddizioni insite nel suo seno per modificare qualcosa dei pilastri che sorreggono il sistema, sino allo scardinamento finale e mirando al centro dello stato borghese, non lascia mai la situazione immutata, ma è sempre una sconfitta per la rivoluzione.
✦ Renzo del Carria. Proletari senza rivoluzione III. Savelli, 1975
Per chi vive quei mesi, forse con un pizzico di ottimismo la rivoluzione sembra dietro l'angolo. Le piazze si agitano, le fabbriche vengono occupate, le campagne sono percorse da tensioni profonde. Eppure nulla accade. O meglio: accade proprio questo. L'energia accumulata non trova una direzione, l'attesa si prolunga, il momento passa. Ci sono sconfitte che si consumano nelle strade e sconfitte che maturano nell'immobilità. Quando una possibilità storica si chiude senza compiersi, lascia dietro di sé un vuoto. E i vuoti della politica, prima o poi, trovano sempre qualcuno disposto a riempirli.