Frammenti d'autore

Diario 1937-1943

💬 29 SETTEMBRE [1939] – Abbiamo prima dalla stampa e poi dagli Ambasciatori i testi degli accordi di Mosca. Si tratta di una pura e semplice spartizione della Polonia, benché vi sia qualche cosa che lascia prevedere che – almeno da parte tedesca – si vorrà in seguito fare qualchecosa per salvare la forma. Il Duce, però, è piuttosto pessimista e crede che nelle condizioni attuali sia quasi impossibile tentare una soluzione pacifica. Ha ragione. Oltre tutto non sarebbe ammissibile che proprio il Capo del Fascismo dovesse farsi padrino di una soluzione che dia in mano al bolscevismo numerosi milioni di polacchi cattolici. Vedo François Poncet [Ambasciatore di Francia a Roma] che è indignato di quanto è stato fatto e di come è stato fatto. Formula il voto che il Duce non voglia intervenire a raccomandare una soluzione che sarà inesorabilmente respinta dalla Francia e dall'Inghilterra. F. Poncet, del resto, vede sempre più avvicinarsi il giorno in cui l'Italia si affiancherà a queste due Potenze per difendere in una con la libertà e la dignità dell'Europa, anche la sua vita nazionale. Parliamo dei rapporti italo-francesi. Muovo molte critiche al sordido atteggiamento francese nei nostri riguardi ed egli le ammette. "Che volete?" aggiunge. "I francesi sono strana gente che vorrebbero vincere la lotteria senza aver comprato il biglietto". Preparo la formula di una Dichiarazione comune che dovrebbe servire da base giuridica alla costituzione del gruppo dei neutri che vorrei riunire intorno all'Italia.

30 SETTEMBRE – Il Duce stamani conferma il suo scetticismo sulla possibilità di negoziati, quindi, durante il consiglio dei Ministri, sono stato chiamato al telefono da Ribbentrop. Molto premuroso e cortese, più di quanto non lo sia stato nei recenti colloqui telefonici. Ha avanzato tre proposte: 1º) un incontro Hitler-Mussolini, possibilmente a Monaco; 2°) un mio viaggio a Berlino ove Hitler vorrebbe parlarmi a lungo su tutta la situazione; 3°) un nostro incontro alla frontiera del Brennero. Però questa terza soluzione era la meno gradita. Ho detto al Duce che conveniva scartare, almeno per ora, l'ipotesi di un suo viaggio: avrebbe potuto trovarsi in una difficile situazione sia di fronte al mondo se Hitler avesse come è probabile avanzato delle proposte assurde; sia di fronte allo stesso Hitler se questo gli avesse richiesto una immediata collaborazione militare. Quindi mio viaggio a Berlino. L'ho personalmente telefonato a Ribbentrop che ha sottolineato l'utilità di partire al più presto. Oggi stesso: ore 18. Parto senza una precisa idea di quello che i tedeschi mi proporranno: ma ho la volontà ferma e radicata di salvaguardare a tutti i costi la nostra libertà d'azione. Non credo che da Berlino potrò portare un contributo al ristabilimento della pace in Europa, ma è certo che mi batterò come un leone per conservare la pace del popolo italiano.

9 OTTOBRE – Il Duce stamani era depresso, come mai l'ho visto. Ormai si rende conto che la prosecuzione della guerra è cosa inevitabile, e sente tutto il disagio di doverne rimanere fuori. Cosa eccezionale in lui, si è sfogato con me. "Gli Italiani" ha detto "dopo aver per diciotto anni ascoltato la mia propaganda guerriera, non si rendono conto di come io possa – adesso che l'Europa è in fiamme – divenire l'araldo della pace. Non vi è altra spiegazione tranne quella dell'impreparazione militare del Paese, ma anche di questa si fa risalire a me la responsabilità, a me che ho sempre proclamato la potenza delle nostre forze armate". Se l'è presa con Hitler che l'ha messo in una situazione tale da "travolgere molti uomini e da incrinare anche un uomo come il Duce". Ha ragione. Non c'è niente da obiettare. Nel Paese si mormora contro tutto e tutti, lui compreso. Ma lui è sempre stato in buona fede: è stato mistificato da quattro o cinque individui ch'egli ha avuto il torto di mettere troppo in alto e quello di non averli ancora duramente colpiti.

Ho il cuore stretto: Maria sta male. Nel suo letto era fine ed esangue, come d'avorio. Che Dio la salvi. Le voglio molto bene: è forse il solo legame con la giovinezza che ormai si allontana.
✦ Galeazzo Ciano. Diario 1937-1943. Rizzoli, 1990

L'Europa è sull'orlo del baratro, quasi già in fiamme, costretta in un intreccio di astuzie, mistificazioni, orgoglio e calcoli sbagliati. Le cancellerie parlano ancora il linguaggio della diplomazia, ma intanto la Polonia viene spartita, le alleanze si irrigidiscono e il continente si avvicina al disastro con la lentezza irreale dei sogni cattivi. È crudo il volto privato del potere: Mussolini a scoprirsi d'improvviso inerme, Ciano a preservare una libertà d'azione inesistente, gli ambasciatori a discutere come se il mondo non stesse già bruciando. E accanto alla tragedia collettiva, l'angoscia intima per la sorella malata, per la nostalgia improvvisa della giovinezza. Tutto è sul punto di essere macinato – illusioni, ambizioni, cecità politica, sentimenti personali – nello spietato, inesorabile tritacarne della guerra.