Pier delle Vigne
💬 Opinione di Dante e dei contemporanei
Nel tempo in cui Dante scrisse la Divina Commedia , erano già trascorsi cinquant'anni dalla tragedia di Pietro della Vigna, e tuttavia una triste nebbia pesava sulla memoria del gran suicida, che ai due visitatori delle ombre eterne rivolge la pietosa invocazione: Se alcuno di voi torna nel mondo, conforti la mia memoria che giace ancora del colpo che invidia le diede . Gli Hohenstaufen nulla avevano trascurato, perchè il mondo civile convalidasse la dura condanna, che aveva scosso l'Europa del tempo. L'imperatore Federico II, dopo aver confiscato i beni di Pietro, dei fratelli e dei nipoti, tenne a ripetere in più decreti l'epiteto infamante di proditor . Appena tornato dalla Toscana nell'antico reame di Sicilia, addì 26 giugno 1249 ordinò che i beni già censiti da Pietro quondam Petrus de Vinea proditor , dai fratelli Tommaso e Taffuro, e dal nipote Angelo fossero restituiti senza compenso alla Curia Capuana. Nel 5 gennaio 1250 con altro decreto dispose che un contratto di permuta tra Gualtiero conte di Manupello e quondam magistro Petro de Vinea proditori nostro fosse annullato, e la casa già di Pietro in San Germano tornasse senz'altro al conte di Manupello. E poichè per effetto dell'annullamento i beni permutati restavano liberi in possesso della Curia Imperiale, i monaci di Montecassino si fecero a richiedere il dono di essi. E l'Imperatore con decreto 28 giugno 1250 ordinò fratri Benedicto procuratori bonorum quondam Petri de Vinea proditoris di mettere i monaci di Montecassino nel libero possesso di quei beni terram ipsam cum aliis bonis proditoris .
Il successore di Federico, Corrado imperatore, non fu meno duro del suo illustre genitore. Pubblicando nuovi capitoli a Foggia nel febbraio 1251, abolì alcune costituzioni in vigore, dichiarandole senz'altro opera biasimevole di Pietro, sicut constitutio Petri de Vinea proditoris dabat .
È perciò cosa mirabile che Dante Alighieri, ghibellino, per cui Federico II era sempre il chierico grande, d'onor sì degno , il solo sovrano che avesse compreso il sogno dantesco d'una forte autorità terrena che riunisse i popoli divisi, e potesse contrapporsi efficacemente all'autorità spirituale della Chiesa, levasse la sua protesta in difesa di Pietro. Dante non solo proclamò altamente l'innocenza di Pietro (vi giuro che giammai non ruppi fede al mio signore ), ma, nell'intento di attenuare la responsabilità imperiale, dichiarò l'imperatore vittima d'una congiura di cortigiani mossi da invidia.
Bisogna dire a questo punto che Dante non fu il primo ad additare la causa della tragedia in una delle solite congiure di Corte, che da un giorno all'altro precipitavano nella disgrazia i favoriti. I cronisti contemporanei, o siano guelfi, o siano ghibellini, tacciono di consueto ogni critica su questo pur clamoroso avvenimento, limitandosi a riferire inverosimili notizie di cronaca: e ciò si spiega, perchè i primi non vogliono dispiacere alla Chiesa, che per trenta anni trovò in Pietro il vigoroso difensore dei diritti imperiali, e gli altri non debbono recare offesa alla memoria imperiale, che pronunziò la condanna. Ma la parola calunnia già si legge nella Cronaca di quel bizzarro ingegno di frate Salimbene, che descrisse gli avvenimenti di cui era testimone in un latino semimaccaronico, ma semplice, espressivo, denso di idee non spregevoli. Egli dunque, che pur conosceva l'Imperatore Federico (vidi eum et aliquando dilexi ), spiegò con cura il modo e la causa della disgrazia: calumnia autem Imperatoris contra Petrum de Vinea fuit huiusmodi . Più solenne è il gentiluomo fiorentino Ricordano Malispini, che anche viveva nei luoghi e negli avvenimenti: «Lo 'mperatore fece ambasceria al savio uomo Pietro delle Vigne, il buon dittatore, opponendogli tradimento, ma ciò gli fu fatto per invidia del suo grande stato». E Giovanni Villani, che, per quanto di pochi anni posteriore a Dante, è riconosciuto universalmente per cronista equilibrato e sereno: «Lo 'mperatore fece abbacinare il savio uomo maestro Pietro delle Vigne, il buono dittatore, opponendogli tradigione, ma ciò gli fu fatto per invidia del suo grande stato, per la qual cosa il detto savio per dolore si lasciò tosto morire in prigione e chi disse che egli medesimo si tolse la vita». Ma, dopo il monito di Dante, si può dire che non vi sia stato più dissenso nel giudicare la disgrazia di Pietro. Varie le versioni, ma fermo il convincimento sull'ingiustizia dell'accusa. [...] # Altro
✦ Antonio Casertano. Un oscuro dramma politico del secolo XIII: Pietro della Vigna. Libreria del Littorio, 1928