Le grandi Signorie(Q)
💬 CAPITOLO I
LE GRANDI SIGNORIE
8. (11) L'Italia Meridionale
La formazione dello Stato visconteo era stata favorita dalle condizioni dell'Italia meridionale, perchè la centrale non aveva di per sè forza sufficiente per una azione indipendente o che uscisse dai limiti regionali.
Nel Sud si era già avuta la formazione di uno Stato territorialmente unito, abbastanza compatto, quieto, industrioso e governato con autorità forte. Ma i grandi progressi economici dei Comuni settentrionali, e poi delle Signorie, avevano arrestato a poco a poco la floridezza del Sud; quanto più mondiali divenivano Genova e Venezia, Firenze e Milano (si ricordino i banchieri fiorentini ricchissimi e padroni dei mercati stranieri e la Lombard-Street a Londra), tanto più decadevano le repubbliche e le città meridionali; insomma queste si riducevano a un consumo locale, quelle avevano accaparrato il mercato europeo.
Ciò è importantissimo. Mentre nel Nord, non ostanti le gravissime contese e le perdite conseguenti, le città potevano lottare contro gli Imperatori, e i Signori avevano una solidissima base nella borghesia industriale, nel Mezzogiorno la borghesia s'impoveriva, e riassumevano maggiore importanza la terra, come unità di ricchezza, e, per conseguenza, i proprietari di essa. Quando sopraggiunsero gli Angioini, fu introdotto il sistema feudale che trovò in quei momenti un terreno adattissimo; ma ciò portò all'indebolimento dell'autorità regia e ad un inalzamento della nobiltà. Questo, badiamo, incomincia nel Trecento, ma si aggrava poi per tutto il secolo; onde si ha la triste conseguenza di un tardivo e fatale germogliare del feudalismo che, fuori di tempo com'era, rovinò per secoli l'Italia meridionale.
Re Roberto d'Angiò, 1309-43, il re da sermone di Dante, riassume in sè questo penoso contrasto. Parve destinato a grandi cose, e non seppe mai fare nulla. Nella politica esterna fu a gara nominato Signore dai Comuni (Firenze, Genova, Brescia, Alessandria, Ferrara), ma si fece conoscere per gli inauditi sorprusi dei suoi messi, come furon costretti a riconoscere anche i funzionari papali. Contro Arrigo VII e Lodovico IV non seppe trarre a fine nessuna impresa, e la sola fortuna gli tolse di mezzo i due nemici che vedevano in lui qualche cosa, perchè era capo della parte guelfa. Senatore a Roma, cioè capo del Comune, aveva finito per farsi malvolere; amico di Giovanni XXII e nemico ai Visconti, non ottenne nulla nè dal primo nè contro i secondi; anzi finì con l'indebolire i suoi possessi piemontesi. All'interno fece qualche buona legge, ma iniziò una disastrosa politica finanziaria, ricercando tutti i più vieti diritti finanziari per far denaro, alienando a poco a poco le giurisdizioni dello Stato ai Signori feudali, rendendo le cariche ereditarie e commutando in multe le pene e le condanne; ciò che finiva col rendere audace, impune e sfacciata la classe feudale.
La quale si moltiplicò come per incanto. La stessa capitale era circondata da Signorie, come i feudi di Salerno, Amalfi, Avellino, Capua, Caserta, i Pipino sui monti di Bari e a Taranto, i del Balzo nella Basilicata orientale, i Ruffo in Calabria, i Cantelmi dal Fucino al Venafro; vi erano poi gli Orsini ed i Colonna romani, con estesissimi possessi. Aggiungiamo che alcune poche città, dove era rimasta la borghesia, anch'esse strapparono concessioni, e si ebbero così repubblichette nou certo forti, ma pure tali da recar molestia alla monarchia. Eppure Roberto era uomo d'ingegno, e ne dànno prova la sua corte e i numerosi letterati ivi raccolti. Si aggiungano infine la contesa con la Sicilia e la terribile questione della successione. [Continua ]
✦ Carlo Capasso. Nazioni e Imperi dell'Età moderna. Vitagliano, 1930