Le grandi Signorie(Q)
💬 CAPITOLO I
LE GRANDI SIGNORIE
7. (10) Le guerre antiviscontee
Ma allora sorse il pericolo. Venezia, Firenze e il Papa si unirono in una gran lega, cui partecipò anche il successore di Lodovico il Bavaro, Carlo IV, 1347-1378. Gli interessi univano per la seconda volta in un grande atto regioni così diverse e così antagoniste. Si ripeteva il fatto della lega antiscaligera, ma con meno danno di essa, poichè i Visconti perdettero Genova, 1356, e Bologna, ribellatasi per mezzo di Giovanni da Oleggio loro congiunto, ma rimase intatta la parte fondamentale della Signoria. Il più gran colpo fu invece la morte dell'Arcivescovo Giovanni, 1354, mente direttiva straordinaria e tanto più necessaria in quanto si trattava di un dominio personale. Il governo fu assunto dai nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò, a cui toccava per un atto del 1349; in comune tennero Genova e Milano, il resto governarono partitamente, ma con molto maggior concordia e unità di quello che si creda. Ad ogni modo la crisi fu grave; parecchie città si ribellarono e furono perdute nei 20 anni che durò la lotta, e in alcuni luoghi si ebbero, com'era naturale, tentativi di reazione, come ad esempio in Pavia, dove una singolare figura di frate, Giacomo Bussolari, predicò la rivolta contro i tiranni, fece cacciare i Beccaria che governavano in nome dei Visconti, 1356, e sognò un ripristinamento comunale, ahimè troppo arretrato in confronto dei suoi tempi. Singolare è la parte presa in questa lotta dal Papa; ma giustamente è stato fatto osservare ch'egli vi interveniva quale uno dei Signori, cointeressato ancora di più di quello che abbia fatto Giovanni XXII. E ciò chiaramente fu dimostrato dalla spedizione del cardinale Egidio Albornoz, 1353-57, che, più fortunato di Bertrando del Poggetto, seppe ricostituire uno stato pontificio signorile, che diventò un inopportuno concorrente.
Anche nell'Italia occidentale i Visconti avevano tentato di estendersi, ma ebbero di fronte gli Angioini, che dalla Provenza si erano distesi a Cuneo, a Tenda e ad altre località: e c'era il Marchese di Monferrato, sempre pronto a intervenire e ad approfittare di tutte le disavventure dei nemici. Ma infine dalla necessità stessa delle lotte ottenne vantaggio la casa di Savoia. Amedeo VI, il Conte Verde, 1343-83, potè farsi signore di tutti i Comuni e dei feudi della zona prealpina e pianigiana da Cuneo a Biella (che cominciava allora a chiamarsi Piemonte), imponendole il proprio dominio per la necessità di difenderla dalle brame dei Visconti.
In tal modo s'erano delineate le diverse correnti e controcorrenti; lo Stato visconteo finiva però con l'essere il centro della politica generale dell'Alta Italia. [Continua ]
✦ Carlo Capasso. Nazioni e Imperi dell'Età moderna. Vitagliano, 1930
Quando un potere cresce troppo, interessi diversi possono trovarsi temporaneamente concordi nel contenerlo. Attorno ai Visconti si stringono così, in coalizioni successive, Venezia e altri signori dell'Italia settentrionale, Firenze, il Papato, il Monferrato e infine la stessa autorità imperiale. Genova e Bologna sfuggono al dominio milanese, Pavia resiste tenacemente; ma il nucleo dello Stato visconteo non si spezza. Anzi, proprio la pressione esercitata da Milano contribuisce altrove a produrre nuovi accentramenti e nuove alleanze. Ogni forza genera la propria controforza. Alla fine delle lotte, i Visconti non hanno conquistato tutto ciò che volevano, ma sono diventati il punto attorno al quale tutti gli altri devono ormai misurarsi.