Frammenti d'autore

Le grandi Signorie(Q)

💬 CAPITOLO I

LE GRANDI SIGNORIE

5. (8) Evoluzione delle Signorie

Crescendo, le Signorie dovevano un giorno scontrarsi. Inevitabilmente una o l'altra avrebbe tentato di preponderare sulle altre. Donde lotte impossibili ad evitarsi, alla stessa guisa che oggi tra gli Stati moderni, spinti ad espansioni imperialiste. Orbene, le prime Signorie che dovevano scontrarsi non potevano essere se non la Viscontea e la Scaligera.

Grande era stato Can Grande, l'amico di Dante, morto nel 1329; potenti e fortunati erano stati i suoi successori Alberto e Mastino della Scala, che seppero maggiormente approfittare della lega guelfo-ghibellina contro Giovanni di Boemia. Allora il dominio scaligero si estendeva sino verso la Lombardia e l'Emilia, a Brescia e a Parma, e in Toscana sino a Lucca. Le loro città erano ricche di lavoro e di denaro (in modo speciale Verona), onde alle altre fortune si aggiungeva anche quella di poter tener compagnie di ventura, che erano carissime e quindi un lusso e un'arma di potenza solo per i più forti. Mastino, del resto, non nascondeva le sue ambizioni, se i cronisti trovano modo di attribuirgli l'intenzione di farsi re di Lombardia; il suo fasto e la sua prosperità (attestata anche da opere d'arte mirabili come le arche allora erette in Verona) erano un motivo di spavento per Venezia e per la Lombardia, che provavano in lui un formidabile concorrente commerciale. Ma Venezia era ancora una semplice città marittima, quindi di là il pericolo non poteva essere grande; e nemmeno Firenze, malcontenta che Lucca non le fosse restituita, era tale, per la sua lontananza, da poter osare qualche cosa. Ma coi Visconti si era già venuti a contatto; Bergamo era stata abilmente strappata a Giovanni di Boemia nel 1332, e Brescia occupata da Mastino era troppo vicina ed interessata alla Lombardia perchè non eccitasse il desiderio di questa. Così si disegnava a poco a poco una coalizione di malcontento che scoppiò in una vera guerra, 1336-1341, preludio di tutte le guerre di equilibrio e di spartizione che delizieranno l'Italia per lunghissimo tempo. La fortuna, stata per tanti anni così fida loro compagna, tradì questa volta terribilmente gli Scaligeri e si volse ai Visconti; gli Scaligeri furono ridotti a Verona e a Vicenza, mentre Treviso andava a Venezia, la Marca Trevigiana si spezzava in Signorie minori, futura preda di Venezia, Padova ritornava ai Carraresi, Parma ai Correggeschi, Lucca ai Fiorentini. In queste condizioni, o presto o tardi, gli Scaligeri dovevano soggiacere ai Visconti (1378).

Questi avevano definitivamente formato la loro fortuna con Azzone (1329). Nei dieci anni di governo di codesto uomo, che seppe incutere il massimo rispetto, e nei sedici che passarono sotto i suoi successori, gli zii Luchino e Giovanni, 1339-1349, e poi Giovanni solo, 1349-1354, fu un magnifico slancio, tanto nel progresso interno quanto esterno. Furono 26 anni di pace poco disturbata da guerre e da dissensioni interne, e parvero legittimare il sorgere della dominazione signorile. La prosperità materiale andò quindi formandosi; e chi scorra i cronisti del tempo non può non rimanere impressionato leggendo quanto maggiore divenisse lo sfarzo degli abitanti (ciò per altro non era però promosso dalla Corte che era sempre modesta), e quanto la popolazione crescesse; quali opere si costrussero e quanto più sicuri fossero diventati la viabilità, il commercio, la vita.

Nelle città vennero a poco a poco riattate le rovine apportate dalle lunghe dissensioni, e Milano specialmente si vide fortificata di nuovo e abbellita di palazzi. Azzone incominciò quest'opera di ricostruzione; egli, che da giovinetto aveva dato segni non dubbii della sua valentia militare, preferì, da Signore, rimanere quanto più potè nell'ambito della pace e delle trattative, e introdusse l'uso di non recarsi personalmente alle guerre. Fu chiamato l'ordinatore della Signoria in quanto quasi in ogni città fermò le leggi e le condizioni di sudditanza, e perchè iniziò quella legislazione di cui più sopra si è detto. E se ebbe dei momenti critici nell'interno della Signoria, ciò fu dovuto alle mene dei parenti (piaga che si ritrova in tutte le Signorie), i quali aspiravano essi pure al governo. La leggenda, ad esempio, circonda di mistero la morte improvvisa dello zio Marco, uomo violento ma tale capitano che a lui si dovevano le vittorie passate; onde naturalmente egli aveva una certa giustificata pretesa al governo. I lontani accusarono Azzone di assassinio, ma i cronisti milanesi, che sono entusiasti di lui, parlano di morte improvvisa. Più grave fu il fatto dello zio Lodrisio, il quale si ribellò apertamente armando una compagnia detta di S. Giorgio; ma fu battuto da Luchino. Questi l'anno stesso succedeva nel governo insieme col fratello già vescovo di Novara (dove finì per ottenere la Signoria contro i Tornielli) e che il Papa, dopo la finale riconciliazione del 1341, aveva confermato ad arcivescovo di Milano. [Continua]
✦ Carlo Capasso. Nazioni e Imperi dell'Età moderna. Vitagliano, 1930

Una volta cresciute abbastanza, le Signorie non possono più ignorarsi. L'espansione scaligera suscita paura proprio perché ricchezza, territorio e forza militare cominciano a sommarsi; e quando Mastino sembra poter trasformare Verona nel centro di un dominio molto più vasto, gli interessi minacciati si coalizzano. La guerra iniziata nel 1336 anticipa così una lunga politica italiana di equilibrio: nessuno deve diventare troppo forte. Gli Scaligeri arretrano, mentre i Visconti consolidano il proprio spazio. Ma il successo milanese non nasce soltanto dalle armi: sotto Azzone sicurezza, ricostruzione, commercio e amministrazione sembrano dimostrare che una Signoria può giustificarsi anche attraverso l'ordine che riesce a produrre.

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