Frammenti d'autore

Le grandi Signorie(Q)

💬 CAPITOLO I

LE GRANDI SIGNORIE

3. (4) La lotta della Chiesa contro i Visconti

Ora, poichè nel 1311 il più potente signore appariva essere Matteo Visconti, contro lui in principal modo va diretta la guerra spietata. Ad essa il Papa attese da prima con armi spirituali, cioè colpendo di scomunica successivamente in varii anni, a cominciare dal 1317, Matteo e tutti i suoi parenti, amici e seguaci, accusando lui di portare abusivamente il titolo di vicario imperiale, mentre egli, il Papa, legittimo detentore della podestà imperiale (bolla del 1317), non gliel'aveva accordato: in fine imputandogli alcune opinioni eretiche ed instruendo perciò nel 1322 un vero processo di eresia, in cui furono coinvolti migliaia e migliaia degli aderenti delle dieci e più città e dei comuni minori soggetti allora ai Visconti. Ciò portò un gravissimo scompiglio, perchè, per quanto, come dicono il cronista Morigia e il Calco, molti comprendessero il fine del pontefice, ne approfittarono tutti i malcontenti, e il dominio dei Visconti sembrò pericolare per sempre, specialmente quando giunse in Italia il cardinale legato Bernardo del Poggetto con un numeroso esercito di mercenarii. Matteo moriva nel 1322, e Galeazzo, suo figlio e successore, aiutato specialmente dal valoroso fratello Marco, erasi ridotto a ben poca cosa, quando nel 1324 ruppe a Vaprio le milizie pontificie venute sotto il comando di Raimondo di Cardona e le cacciò da Monza già da loro stata occupata. Tuttavia le sorti dei Visconti non erano ancora decise, poichè, sebbene il nuovo re di Germania Ludovico il Bavaro avesse mandato soccorsi e s'apparecchiasse a scendere in Italia, purtroppo nelle stesse file dei Ghibellini milanesi e tra i fratelli di Galeazzo serpeggiava il malcontento.

Intanto Beltrando del Poggetto, non potendo vincere i Visconti, tentò la formazione di uno Stato ecclesiastico minore, impadronendosi di Piacenza, Parma, Reggio e Bologna; e qui si insediò definitivamente, 1320. La scelta di Bologna era ottima, e poteva compensare quella di Milano, se pure il progetto vero non era di prendere questa città e di ridurla semplicemente sotto i vassalli della Chiesa, i Torriani. Come compenso a questi successi guelfi, in cui campeggia il nome di Roberto d'Angiò senza che egli intervenga direttamente, si erano avuti alcuni successi ghibellini nella Toscana. Ivi Uguccione della Faggiuola, fatto capitano e signore di Pisa, che voleva rifarsi contro Firenze, aveva vinto questa nella giornata famosa di Montecatini, 29 agosto 1315, nella quale la lega guelfa era stata prostrata proprio alla vigilia dell'assunzione di Giovanni XXII. Ma se Uguccione spariva presto, perchè inviso ai Pisani ed ai Lucchesi (che aveva assoggettati nel 1314), il suo programma era stato raccolto da Castruccio Castracani degli Interminelli, lucchese, il cui nome passò famoso più che non meritasse per il grave rovescio patito ad Altopascio nel 1325; fatto che ritardò l'assorbimento finale della Toscana per parte di Firenze. Quanto a Can Grande della Scala, l'altro importante capo dei Ghibellini, non vi sono imprese notevoli da rammentare; ma è da dire che egli, con maggior fortuna e con minore fatica, appariva ora il più potente dei Signori. Il suo dominio, meno disturbato e meno minacciato, s'era esteso a Vicenza, 1311, a Padova, 1328, a Feltre, a Belluno, a Treviso. Era tanto grande che, quando scese nel 1328 Lodovico il Bavaro ed egli lo incontrò a Trento con un magnifico seguito, pareva egli il Sovrano, non il vassallo. [Continua]
✦ Carlo Capasso. Nazioni e Imperi dell'Età moderna. Vitagliano, 1930

Scomuniche, processi d'eresia, eserciti mercenari, città occupate: nella lotta contro i Visconti le armi spirituali e quelle temporali finiscono per appartenere alla stessa guerra. Ma nessuno dei contendenti riesce a trasformare un successo locale in dominio stabile. Il Papa tenta perfino di costruire attorno a Bologna una propria Signoria; in Toscana emergono Uguccione e Castruccio; gli Scaligeri si allargano quasi senza incontrare resistenza. L'antica divisione fra Guelfi e Ghibellini sopravvive nelle parole, mentre sul terreno conta soprattutto chi possiede città, soldati, alleanze. Tanto che a Trento il vassallo Can Grande può apparire più sovrano dell'imperatore che dovrebbe legittimarlo.

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