Frammenti d'autore

Il gioco dello scorpione

💬 Uscire dal cerchio (1/2)
I. Introduzione: qui si racconta di me, di una creatura rossa come una ciliegia, e di lui, prima allegro e poi triste.

Lo vidi che strisciava nell'erba, subdolo, senza far rumore. Passò vicino al covone con una pagliuzza sul dorso e per poco non si arrovesciò accanto alla mia mano.

Balzai su con un grido. Si fermò fissandomi. Se si fosse mosso, mi sarei messo a correre. Ma restò immobile e stranamente silenzioso.

Pensai che gli rincrescesse di avermi fatto saltar su.

Si mosse e mi parve che stesse per arrovesciarsi. Se mi fossi potuto guardare in uno specchio, mi sarei visto lo spavento negli occhi e sulle guance. Ma non avevo uno specchio, e scorsi soltanto l'estremità dei miei calzoni che tremava fra l'erba.

Si mosse di nuovo. Il bastone sollevato sopra il mio capo prese a tremare come fosse stato impugnato da un centenario.

Pensai: "Questa non la racconterò né a lui né ai pastori. Mi deriderebbero. Eppure, perdio, qualunque di loro al mio posto si sarebbe spaventato".

La paura mi era un po' passata.

Quello intanto arrancando aggirò una pozzanghera, si appiattì e andò a rintanarsi sotto una pietra.

Mi era rimasto impresso il suo sguardo. E gli occhi, piccoli come due capocchie di spillo.

Pensai: "È una vergogna, potevo ucciderlo. Ma rimango ugualmente un vigliacco. Mi ha vinto".

Sul limitare del prato biancheggiava il gregge. Presso gli agnelli accucciati c'era lui. Lo riconoscevo dalla bisaccia e dall'unico gambale.

Eravamo miserabili salariati, senza tetto né pane. Ma gli occhi li avevamo. Da quelli non c'era scampo. Eh, non li avessimo avuti... I suoi erano giulivi e azzurri come quelli di un gatto, i miei neri, con le palpebre infiammate, sempre lacrimosi.

Udii che era là, intento a confidare qualcosa allo zufolo e alle pecore.

Una cornacchia compì un cerchio sopra di me, poi, chissà perché, andò a dondolarsi su un ramo lì vicino. Anche il mio cane si era messo a guardare verso di lui.

Mi chiesi se la cornacchia e il cane traessero diletto dalla sua figura, o se semplicemente ne fossero stupiti.

«Ehi» gridai «vieni qui!»

La mia voce echeggiò fra i monti e si dileguò nel bosco come un'ombra. Dai covoni tagliati veniva il profumo del fieno. Là dove questi terminavano ricominciava l'erba alta.

«Che cosa vuoi?»

«Ti mostro una cosa» dissi con gli occhi fissi sulla pietra.

«Non voglio saperne io, delle tue bugie!»

«Questa volta dico sul serio.»

«Eh, sentilo... Appena apri bocca tu, è già una frottola.»

«Fa presto.»

«Dimmi prima cosa c'è, poi vengo.»

Me lo vidi accanto, che si appoggiava alla stampella, trafelato, e piccolo, pallido, stretto di spalle. Io ero intimorito. Non mi credeva. Non mi credeva mai.

«Perché mi hai chiamato?»

Lo disse con durezza, con il sospetto negli occhi. Pensava che l'avessi ingannato anche questa volta. Ma quando gli ebbi spiegato tutto, sorrise.

«Meno male che non mi hai raccontato d'averlo rincorso per un'ora nel bosco.»

«Te l'ho detto che non mento più.»

Lo guardavo serio. Lui sorrideva incredulo e sprezzante. Mi veniva da piangere. Me ne ricordo bene, avevo deciso di non mentire più. Durante tutta la notte precedente non avevo fatto che ripromettermi che non sarei più stato un bugiardo.

«Tu non menti?»

«Sì, io.»

La sua risata risuonò per tutto il prato. Oscillava fra le stampelle come una campana.

«E perché tieni quel bastone alzato?»

«Non accusatemi più di essere un bugiardo» insistetti. «Io... »

«Bene, bene. Stammi a sentire: tanto per cominciare, io ora te le suono.»

«Ho deciso che non dirò mai più bugie. A nessuno.»

Lui rimase soprappensiero, guardando la pietra. Il suo volto, più teso e pallido del solito, era ancora raggrinzito dal riso.

«Che si fa ora?» si chiese.

«Prometti di difendermi quando mi picchieranno...»

«Sul serio, che si fa?» si chiese di nuovo, guardando sempre nella stessa direzione. «Che cosa potremmo fare? Bisogna escogitare qualcosa...»

«Di', non mi picchierai più, vero?» balbettavo.

«E non frignare, moccioso.»

Gli occhi mi lacrimavano incessantemente. E mi doleva lo stomaco.

«Non vi rincresce di picchiarmi continuamente?»

«Anzitutto» rimuginava «anzitutto prenderemo...»

«E tutti lo fate... sono pieno di lividi... mi avete quasi staccato le orecchie...»

Mi sedetti accanto alla sua stampella. Il fieno era umido e soffice. Il terreno falciato di fresco profumava. Lui mi guardò e disse piano:

«L'uccideremo.»

«Ma perché mi picchi, eh? Io ti difendo sempre, e tu...»

«Anzitutto, anzitutto...»

Il cane mi guardava. Ogni volta che piangevo mi dolevano le palpebre.

«Ci penso io a far vendetta» disse lui.

«Lascia che lo uccida io» dissi.

«Cosa vuoi uccidere tu, moccioso!»

«Era me che voleva uccidere, non te!» Mi sforzai di nascondere il pianto nella mia voce.

«M'è venuta un'idea!» esclamò, e di nuovo il volto gli si increspò di grinze, coprendosi sulle guance di un rossore malsano. Mi lanciò di sbieco uno sguardo duro e pieno di disprezzo.

Ammutolii. Avevo il viso infuocato. Tenendo nella destra il bastone, mi ordinò di andare a prendere della paglia. Il braccio con la stampella lo teneva alzato sopra la testa.

Mi avviai verso il pagliaio maledicendo mia madre che mi aveva fatto così debole. Tornando con una bracciata di paglia, tra me supplicavo Dio che mi desse muscoli forti per potermi difendere dai pastori. Ma, non so perché, Dio non mi voleva esaudire, e io deposi la bracciata di paglia accanto alla pietra.

In un batter d'occhio la pietra fu circondata da un recinto di paglia. Allora la ribaltammo, e potemmo vederlo, lo scorpione, tozzo e rosso come una ciliegia, con le chele simili a tenaglie.

Lo conoscevamo. E non soltanto io e lui: del suo morso era morto il figlioletto del vicino. E aveva pinzato anche la mia sorellina.

La nostra vista lo disorientò. Fece un giro all'intorno, poi con le chele saggiò un filo di paglia e si fermò.

«Lo sa che stiamo per ucciderlo?»

«Lo sa.»

Non so perché feci quella domanda. Il cane drizzò le orecchie. La paglia cominciò a bruciare. Anche la cornacchia sull'albero avvertì il fumo. Lui disse:

«Metti la paglia per ritto e restringi il cerchio.»

Obbedii. E che altro potevo fare?

Allora vedemmo lo scorpione girare due volte su se stesso, poi raccogliersi e fare un balzo.

«Eh, non si scappa» disse lui attraverso il fumo.

Il suo corpo snodato si rattrappì chiudendosi in un anello, come se avesse catturato una preda. Mi sembrava vecchio e rugoso.

Il ragazzo alimentò il fuoco con altra paglia e restrinse il cerchio. Il cane era tutto irrigidito e annusava l'aria.

«Lo arrostiremo» disse il ragazzo.

Cominciavo a provar rimorso, non mi piaceva quella tortura. Il ragazzo invece rideva sopra le fiamme. Pensavo che sarebbe stato meglio schiacciarlo sotto la pietra, piuttosto che tormentarlo in quel modo.

Scattò: fece un salto, poi un altro. Invano.

Gli accostammo la fiamma al dorso. Sibilò. Era un sibilo appena percettibile. Era un piccolo gemito. Ci guardava.

Poi lo vedemmo torcersi, e con la punta della coda pungersi in prossimità della testa. Ci guardò un'ultima volta, severamente, e rimase così rattrappito, finché lui non lo buttò nel fuoco. Non sibilò, ma si accartocciò e rimpicciolì sempre più.

Ci guardammo perplessi. Poi lui scoppiò a ridere e disse allegramente:

«Sto facendo uno zufolo.»

Non dissi nulla. Avevo paura anche della mia voce. Tremavo.

«Vuoi che te lo venda?»

Stavo per fargli un'altra domanda. Mi interruppe:

«Moccioso, parla, lo vuoi o no?»

Il cane alzò la zampa posteriore, orinò sulla cenere e corse dietro alle pecore.

«Allora» disse lui tirandomi per un orecchio «lo vuoi o non lo vuoi?»

«Sì, lo voglio» dissi meccanicamente, avvezzo com'ero a obbedire.

Poi me ne andai, lasciando in mezzo al campo un filo di fumo, lo scorpione incenerito e il ragazzo con lo zufolo. La cornacchia volava alta sopra il bosco. Sentii che le palpebre mi tornavano a dolere. [...] # [Continua]
✦ Miodrag Bulatovic. Uscire dal cerchio. In «Arrivano i demoni». Mondadori, 1966

In un mondo fatto di afflizione, di degrado e di violenza, in cui l'essere umano sembra biologicamente ridotto a puro meccanismo di trasmissione e ricezione del dolore, un cerchio di fuoco viene acceso per sadico gioco da due pastorelli attorno a uno scorpione, costringendo l'animale a rivolgere contro di sé il proprio pungiglione. Sulle ceneri di una tortura gratuita e crudele, si consuma così il primo atto di una storia di desolazione e di tristezza, epilogo di una giovinezza di abbandono e prologo di una vita adulta altrettanto miserevole. È lo spettacolo del male, che comincia: una sorta di inferno in terra, dove il peccato dei torturatori, e la sua colpa, prima che con la morte dovranno essere scontati nella pena a una vita dannata e senza scampo.

Ti interessa questo libro? Chiedici la disponibilità