Frammenti d'autore

Il gioco dello scorpione

💬 Uscire dal cerchio (2/2)

II. Dopo una lunga serie di anni lo rividi: alla cintola non aveva lo zufolo, né riso sul volto.

E lo rividi una seconda volta: negli occhi aveva qualcosa di indicibilmente greve.

E lo vidi una terza volta: aveva il viso scavato.

E lo vidi una quarta volta: la fronte terrea, risecchito, si trascinava sulla stampella con il gambale vuoto penzoloni.

E una quinta volta...
III. ... e la quinta volta l'ho visto stanotte. Non ci eravamo mai abbracciati così. I suoi occhi guardavano di sbieco ed erano umidi. Ci siamo perdonati i rancori di quando eravamo ragazzi. Ci siamo baciati. Lui si è seduto sul bordo del mio letto. Poco mancava che ci mettessimo a piangere tutti e due.

«Menti ancora?» mi ha chiesto.

«No. Da quel giorno che uccidemmo lo scorpione.»

«Non posso crederti.»

«Devi credermi, non siamo più ragazzi.»

«Pensare che mi piaceva tanto sentire le tue bugie.»

«E a me guardarti quando ti battevi con i pastori.»

«E ti picchiano là nel tuo mondo?» mi ha chiesto.

«Sapessi quanto.»

«E piangi ancora?»

«Piango, sì.»

«Ma per che cosa piangi tanto?»

«Per il tuo gambale vuoto, e per le mie braccia esili.»

«E non piangi per caso anche per quello scorpione?»

Mi sono stretto nelle spalle. Tremavo. Avevo paura di dire qualsiasi cosa.

«Anch'io ho pianto» ha detto.

«Ma non quando eri piccolo. Tu allora eri coraggioso. Le davi a tutti.»

«Hai ragione. Ho pianto quando ho cominciato a farmela con le ragazze.»

Ci siamo guardati a lungo. Lui fissava le mie tempie qua e là brizzolate.

«S'invecchia, eh?» ha detto.

«Davvero. Come mai? Io incanutisco e tu no. Eppure abbiamo la stessa età.»

«È per via dello scorpione.»

Ho sollevato le palpebre. Mi dolgono.

«Sono gli scorpioni che non mi hanno fatto incanutire.»

Ho guardato quella cosa indicibile che c'è nei suoi occhi.

«Te lo ricordi quello scorpione?» gli domando.

Ha annuito.

«Mi sembra ieri, dico. Lui stesso, sì... proprio...»

«No, non si uccise da sé. Fummo noi a costringervelo. Da solo non l'avrebbe mai fatto.»

Nella memoria ho rivisto lo scorpione e quella paglia e molte altre cose dell'infanzia.

«Guàrdati dagli scorpioni. Da allora si sono moltiplicati.»

«Ma io non me ne accorgo.»

«Tu non hai mai visto niente» mi ha detto sul viso.

«Sei sempre stato un piagnucolone, capace solo di frignare e obbedire agli altri.»

«E che avverrà se me ne accorgerò?»

«Verrai da me. Allora saremo insieme.»

Ci siamo abbracciati. Le sue spalle erano strette e gelide.

«Eh, mio caro cisposo, quella volta ne uccidemmo soltanto uno.»

«E tu come stai, là?» gli ho chiesto.

«Eh, come vuoi che stia...»

«E l'hai visto il figlioletto del vicino?»

«E che fa mia moglie?»

«Tua moglie si è risposata, e la bambina va a scuola.»

Lui ha sbarrato gli occhi. La sua faccia era piccola e sciupata.

«Di', l'hai visto il figlioletto del vicino?»

«Anche mia moglie è uno scorpione, l'ho sempre saputo.»

«La bambina assomiglia a te.»

«Guàrdati dagli scorpioni, sono pericolosi.»

Non riesco assolutamente a staccare lo sguardo dai suoi riccioli gialli e da quel foro aperto sulla tempia.

«E la mia sorellina l'hai vista?» gli ho chiesto.

«... e cosa mi vieni a dire che non dici più bugie?»

«... quella coi capelli biondi, quella che rubava il tabacco al padrone e ce lo portava da fumare.»

«... davvero non posso credere che tu non menta più.»

«... quella che andava a scuola con noi... noi in quarta e lei in seconda.»

«... e mi dici che ti picchiano nel mondo?»

«... quella col nasino a patata.»

«... e ti picchino pure; è quel che ti meriti.»

«... aveva gli occhi azzurri come te.»

«... anche noi ti picchiavamo.»

«... quella senza un braccio, sai.»

«... dici che ti piaceva guardarmi quando pestavo i pastori?»

«... cerca di ricordare, assomigliava a te.»

«... ma ti piaceva guardarmi quando sputavo sangue, eh?»

«... quella che tossiva sempre, come te.»

«... e c'eri a guardare quando mi contavano le costole con una spranga?»

«... ce l'avevate sempre con me. Lei diceva che eri tu suo fratello, non io. Diceva che i piagnucoloni non li poteva soffrire.»

«... tu allora eri già per il mondo, a guadagnarti il pane.»

«... ti ricordi quando fu pinzata dallo scorpione? La portammo dal dottore tu e io sotto la pioggia.»

«Eh? Lo scorpione? Sì, sì. Lo scorpione. E dici che quel giorno voleva pinzarti? Pinzarti, dici? Sì, sì, mi sembra di ricordare. Sì, sì... »

«... giocavamo insieme con lei, ti ricordi?»

«... non ci credo che tu non menta più. Eri un gran bugiardo.»

Sento quel che di greve e indicibile che poco a poco è passato sul mio volto e mi opprime.

Vedo le sue occhiaie e le fosse delle sue guance riempirsi di lacrime. Sul suo volto passa un sorriso, tetro e greve come il mio. Le sue braccia sono lunghe, come fasci di erba secca.

«... quella a cui la domenica accendevamo tante candele.»

«... le comprerai i sandali, alla mia bambina.»

«... quella a cui ogni giorno portavamo fiori sulla tomba.»

«... proteggila dallo scorpione e comprale una camicina. Abbine compassione, è orfana. E tu lo sai che vuol dire essere orfani in mezzo a gente estranea.»

«... quella a cui i tori devastarono la tomba con le corna.»

«Se non farai tutto questo... ti spezzerò le ossa. Ti strozzerò.»

«Lo farò.»

«Non ti credo, hai sempre mentito. Sempre.»

«... quella che veniva picchiata dai ragazzi, perché le mancava un braccio per difendersi.»

«... cisposo mio, moccioso mio caro, così va il mondo.»

Lo vedo alzarsi di scatto e, magro come quando era un pastorello, indietreggiare barcollando nella tenebra con il suo gambale vuoto.

E in me penetra sempre più addentro quella sua cosa indicibile e tetra.

Mi chiedo come farà a camminare nella notte senza le stampelle. Dall'angolo buio mi giungono ancora le sue parole:

«Proteggi la mia creatura dagli scorpioni!»

Mi metto a urlare che farò tutto quello che mi chiede. Ma lui mi grida che non mi crede. Tremo sotto la coperta. E lui ancora:

«Ho dato ascolto a quello scorpione!»

Gli grido che mi aspetti e che voglio andare con lui. Lui mi dice che non ha bisogno di me, perché sono un moccioso.

«... quello scorpione. Quella coi capelli biondi, quella triste...»

Mi sono svegliato, e mi sono ritrovato, cencioso e magro, sul pavimento di una stalla. Sulla paglia, nel mio ambiente.
IV. E una sesta volta vorrei vederti, zoppo.

E dirti che non sono più quel pecoraio col moccio al naso e gli occhi pieni di desideri.

Vorrei dirti che tutti mi picchiano e che non mento più. E che oggi non c'è più la pietra sul prato né la cornacchia sull'albero. Né il suono del tuo zufolo sopra il fumo. Né la mia tristezza accanto alla tua stampella e al tuo gambale vuoto.

Tu stai bene. Non tossisci. Non ti ingombra la stampella né ti duole il gambale vuoto.

Io invece vado in giro per il mondo, cerco chissà cosa, piango e incanutisco. E non riesco in alcun modo a uscire dal cerchio. # [Leggi dall'inizio]
✦ Miodrag Bulatovic. Uscire dal cerchio. In «Arrivano i demoni». Mondadori, 1966

Per quella che sembra quasi la geometrica applicazione di una spietata legge del contrappasso, il cerchio stretto anni addietro attorno allo scorpione ha finito per attanagliare i suoi torturatori. Il fuoco costrinse la bestia a rivolgere contro di sé il proprio veleno; anni dopo, un foro nella tempia dirà che qualcuno ne ha messo a frutto appieno la lezione. L'altro dei due, invece, continua la sua vita: piange, incanutisce, lascia che lo picchino, promette ancora di non mentire più, come se bastasse correggere se stessi per far perdere al mondo d'un tratto la ferocia. Come se bastasse il fatto d'esser poi passati a vittime, da aguzzini che s'era. Ma certe trappole non hanno mica bisogno di sbarre: son sufficienti la paura, la miseria, l'obbedienza, e chi sopravvive scopre che non si è salvato. Magari potrà continuare a girare in tondo lì dentro, nel suo cerchio. Sempre prigioniero, però, martire o carnefice, dell'inesorabile gioco dello scorpione.

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