Frammenti d'autore

Angelus Novus

💬 Si narra che Potemkin soffrisse di depressioni ricorrenti a intervalli più o meno regolari, durante le quali nessuno gli si poteva avvicinare e l'accesso alla sua camera era severamente vietato. A corte non si parlava mai di questa malattia, soprattutto perché si sapeva che ogni accenno ad essa era sgradito all'imperatrice Caterina. Una di queste depressioni del cancelliere durò particolarmente a lungo. Ne risultarono seri inconvenienti; negli uffici si accumulavano gli atti che era impossibile sbrigare senza la firma di Potemkin, e di cui la zarina chiedeva la decisione. Gli alti funzionari non sapevano che cosa fare. In questo frangente il piccolo, insignificante scrivano Šuvalkin capitò per caso nelle anticamere del palazzo ministeriale, dove i consiglieri erano riuniti come al solito a piangere e a lamentarsi. «Che cosa accade, Eccellenze? In che posso servire le vostre Eccellenze?», s'informò lo zelante Šuvalkin.

Gli spiegarono il caso, rammaricandosi di non potersi giovare dei suoi servigi. «Se è soltanto questo, signori, – rispose Šuvalkin, – date a me gli atti, ve ne prego». I consiglieri, che non avevano nulla da perdere, cedettero alla sua richiesta, e Šuvalkin, col fascio degli atti sotto il braccio, si diresse, attraverso gallerie e corridoi, alla volta della camera da letto di Potemkin. Senza bussare, senza neppure fermarsi, abbassò la maniglia. La stanza non era chiusa. Nella penombra Potemkin era seduto sul letto a rosicchiarsi le unghie, in una vestaglia consunta. Šuvalkin si avvicinò alla scrivania, immerse la penna nell'inchiostro e, senza dir motto, la mise in mano a Potemkin, prendendo a caso una pratica e posandola sulle sue ginocchia. Dato uno sguardo assente all'intruso, Potemkin eseguì come in sogno la firma; poi un'altra e poi tutte quante.

Quando ebbe in mano l'ultima, Šuvalkin si allontanò senza cerimonie, come era venuto, col suo dossier sotto il braccio. Sollevando gli atti in gesto di trionfo, entrò nell'anticamera. I consiglieri gli si precipitarono incontro strappandogli di mano le carte. Si chinarono su di esse trattenendo il respiro; nessuno disse una parola; rimasero come impietriti. Di nuovo Šuvalkin si avvicinò, di nuovo s'informò con zelo della causa della loro costernazione. Allora anche i suoi occhi caddero sulla firma. Un atto dopo l'altro era firmato: Šuvalkin, Šuvalkin, Šuvalkin…
✦ Walter Benjamin. Angelus Novus. Einaudi, 1962

Potemkin non decide, non legge, non governa più: firma soltanto, quasi in trance, come un meccanismo esausto che ripete ancora e ancora il suo gesto. Basta che uno scrivano zelante gli porga la penna perché la macchina amministrativa riprenda a muoversi, indifferente alla coscienza, alla volontà, perfino all'identità di chi firma. Il potere reale è assente, l'autorità non appare più come una sostanza morale o intellettuale, ma come un puro sistema di segni convenuti, di procedure, di rituali automatici. Alla fine, il nome stesso si sposta, slitta, si sostituisce: Potemkin firma Šuvalkin, come se la funzione avesse divorato l'uomo. Le firme continuano a firmarsi da sole, e il potere sopravvive addirittura all'assenza di chi dovrebbe incarnarlo.