Frammenti d'autore

Herzog

💬 Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C'era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui aveva dubitato di esserci tutto. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po' stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d'essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l'era portata, quella valigia, da New York a Martha's Vineyard. Ma da Martha's Vineyard era ritornato subito; due giorni dopo aveva preso l'aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
✦ Saul Bellow. Herzog. CDE, 1965

A volte, il dolore non si manifesta nel silenzio, ma in un eccesso di parole. Herzog scrive lettere senza tregua, come se ogni pensiero dovesse trovare un immediato destinatario. Scrive ai vivi, ai lontani, agli sconosciuti, e infine anche ai morti. La sua valigia piena di carte diventa il bagaglio visibile di una mente che non riesce a smettere di dialogare con il mondo. Non è facile stabilire dove finisca la lucidità e dove cominci lo smarrimento. Herzog stesso sembra non preoccuparsene troppo. Continua a scrivere, trascinando con sé le proprie lettere da una città all'altra, come un viaggiatore ostinato che cerca qualcosa e non riesce mai a raggiungerlo.