Primo amore
💬 Associo, a torto o a ragione, il mio matrimonio con la morte di mio padre, nel tempo. Che esistano altri legami, su altri piani, tra queste due faccende, è possibile. Mi è già difficile dire quel che credo di sapere.
Non molto tempo fa, sono andato alla tomba di mio padre, questo lo so, e ho trascritto la data del suo decesso, soltanto del suo decesso, perché quella della nascita quel giorno mi era indifferente. Sono partito al mattino e tornato la sera, avendo messo qualcosa sotto i denti al cimitero. Ma qualche giorno più tardi, desiderando sapere a quale età era morto, son dovuto ritornare alla sua tomba, per riprendere la sua data di nascita. Queste due date limite le ho annotate su un pezzetto di carta, che serbo da parte. È così che sono in grado di affermare che dovevo avere pressapoco venticinque anni al tempo del mio matrimonio. Perché la data della mia propria nascita, dico bene, della mia propria nascita, non l'ho mai dimenticata, non sono mai stato costretto a metterla per iscritto, resta scolpita nella mia memoria, perlomeno il millesimo, in cifre che la vita faticherà a cancellare. Anche il giorno, quando faccio uno sforzo lo ritrovo, e spesso lo festeggio a modo mio, non dirò tutte le volte che ritorna, no, perché ritorna troppo spesso, ma spesso.
Personalmente non ho niente contro i cimiteri, ci passeggio molto volentieri, più volentieri che altrove, credo, quando sono obbligato a uscire. L'odore dei cadaveri, che percepisco nettamente sotto quello dell'erba e dell'humus, non lo trovo spiacevole. Un po' troppo zuccherato forse, un po' inebriante, ma quanto preferibile a quello dei vivi, delle ascelle, dei piedi, dei culi, dei prepuzi cerosi e degli ovuli delusi. E quando vi collaborano i resti di mio padre, per modestamente che sia, poco ci manca che mi vengano le lacrime agli occhi. Hanno un bel lavarsi, i vivi, un bel profumarsi, puzzano. Sì, come luogo di passeggiata, quando sono obbligato a uscire, lasciatemi i cimiteri e andateci voi a passeggiare nei giardini pubblici, o in campagna. Il mio sandwich, la mia banana, io li mangio con più appetito seduto su una tomba, e se mi vien voglia di pisciare, e mi viene spesso, non ho che da scegliere. Oppure vago, le mani dietro la schiena, tra le pietre, quelle diritte, quelle piatte, quelle curve, a caccia di iscrizioni. Non mi hanno mai deluso, le iscrizioni, ce n'è sempre tre o quattro di una tale comicità che mi devo aggrappare alla croce, o alla stele, o all'angelo, per non cadere. La mia, l'ho composta da un pezzo e ne sono sempre contento, abbastanza contento. Gli altri miei scritti non hanno il tempo di asciugare che già mi disgustano, ma il mio epitaffio mi piace sempre. È l'illustrazione di un punto grammaticale. Disgraziatamente ci sono poche possibilità che si elevi mai aldisopra del cranio che l'ha concepito, a meno che non se ne incarichi lo stato. Ma per potermi esumare bisognerà prima trovarmi, e temo proprio che lo stato farà altrettanta fatica a trovarmi da morto che da vivo. È per questo che mi affretto a consegnarlo a questo spazio, prima che sia troppo tardi:
Qui giace chi sfuggì tanto
Che egli ne sfugge ora soltanto
C'è una sillaba di troppo nel secondo e ultimo verso, ma a mio avviso non ha molta importanza. Mi si perdonerà ben altro che questo, quando non sarò più.
✦ Samuel Beckett. Primo amore. Einaudi, 1972
La memoria non è il luogo in cui il passato si ricompone: è quello in cui continua a smarrirsi. Le date, i nomi, perfino i morti sopravvivono soltanto a brandelli, come oggetti recuperati da un naufragio che nessuno riesce più a ordinare davvero. Eppure proprio questa incertezza diventa l'unica forma possibile di sincerità, perché l'esistenza non procede con la limpidezza di una cronaca, ma con l'ostinazione di una coscienza che inciampa continuamente in se stessa. La stessa morte finisce così per perdere ogni solennità. Si mescola agli odori, alla fame, ai bisogni corporali, alle distrazioni più banali, senza per questo diventare meno vera. Anzi, è forse proprio quando il tragico rinuncia alla propria maschera che rivela il suo volto più profondo: quello di una presenza così abituale da poter convivere con un panino, una banana, una risata davanti a un'epigrafe.