Il bersaglio non sono i giovani, né i padri, ma una certa idea di rispettabilità nazionale. Le parole solenni – lavoro, realismo, ricostruzione, virtù civiche – sfilano una dopo l'altra come medaglie appuntate su un petto già troppo decorato. Poi, all'improvviso, l'elogio si rovescia e diventa invettiva. Il tono è quello dell'applauso, ma le mani battono con ironia. Dietro il sarcasmo, si avverte una domanda scomoda: se tanti buoni princìpi hanno davvero guidato la costruzione del presente, come si spiega il risultato? A volte la satira non demolisce un edificio: si limita ad accendere tutte le luci.