Frammenti d'autore

Leoncavallo blues

💬 HANNA E CLEOFE

Non ci puoi arrivare per caso, perché il ponte è basso basso e quando imbocchi la stradina pensi che non ti porti da nessuna parte e che finisca lì, davanti al cancello dei tre palazzoni, quelli che vengono chiamati le torri perché sono alti e circolari e hanno i bordi frastagliati e viene da chiedersi se chi li ha costruiti così lo ha fatto per dare almeno un senso a quell'ammasso di cemento grigio colato proprio in faccia alle rotaie della ferrovia.

Non ci puoi arrivare per caso e quando sei lì e guardi intorno ti sembra che tutto finisca in faccia alla ferrovia e anche quando consulti lo stradario vedi che le linee nere delle rotaie interrompono di netto via Watteau e che lo fanno senza preoccuparsi se nella realtà sia davvero così, come se in fondo gliene importasse ben poco di tagliare fuori dalle mappe della città quella vecchia fabbrica abbandonata e anche la piccola officina difronte, dove in mezzo alla polvere Mario costruisce motori di barche sognando il mare.
✦ Alessandra Arachi. Leoncavallo blues. Feltrinelli, 1995

Bisogna volerci andare. Quel quartiere non si incontra: si raggiunge attraversando ponti troppo bassi, strade che paiono finite, rotaie che tagliano la città come una frontiera invisibile. Anche le mappe sembrano rinunciare a quel pezzo di mondo, interrompendo le vie davanti alla ferrovia come se oltre non valesse più la pena disegnare nulla. Restano i palazzoni grigi, la fabbrica abbandonata, l'officina impolverata dove Mario costruisce motori di barche senza avere il mare davanti agli occhi. Tutto porta il segno di una periferia dimenticata, sospesa ai margini della città e insieme ostinatamente viva dentro i propri sogni incompleti.