💬 Come tutti sanno, Pitagora, soggiornando in India, imparò alla scuola dei gimnosofisti il linguaggio degli animali e delle piante. Mentre un giorno passeggiava su un prato vicino alla riva del mare, udì queste parole: «O me infelice d'esser nata erba! Non appena sono alta due dita ecco che un mostro divoratore, un orribile animale, mi calpesta sotto i suoi enormi piedi; ha le fauci armate di una fila di falci taglienti con le quali mi rade, mi strappa e mi inghiotte. Gli uomini chiamano questo mostro montone. Non credo che esista al mondo creatura più abominevole.»
Pitagora fece ancora qualche passo e trovò un'ostrica che sbadigliava su uno scoglio. Egli non aveva ancora abbracciato quell'ammirevole legge che proibisce di mangiare gli animali nostri simili, e stava per inghiottire l'ostrica, quando questa esclamò:
«O natura! com'è felice l'erba che al pari di me è opera tua! Quando la si taglia rinasce, è immortale, mentre noi povere ostriche, invano difese da una doppia corazza, veniamo mangiate a dozzine, a colazione, da questi scellerati. E allora è finita per sempre. Quale spaventoso destino ha un'ostrica, e come sono barbari gli uomini!»
Pitagora trasalì, sentì l'enormità del delitto che stava per commettere, chiese perdono piangendo all'ostrica e la rimise perbenino sul suo scoglio.
Mentre pensava profondamente a quest'avventura, tornandosene in città, vide ragni mangiar mosche, rondini mangiar ragni, sparvieri mangiare rondini. «Non sono filosofi costoro», disse. ✦ Voltaire. Avventura indiana. Youcanprint, 2016
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