Frammenti d'autore

Verità e assenso

💬 PARTE II. IL METODO

Un antico detto consiglia l'uomo a prefiggere alle sue operazioni il più alto scopo concepibile dalla sua mente, acciocché mirando in un ideale di perfezione e di bellezza possa prenderne sicurissime ed eccellentissime regole d'operare e attingervi quell'amore, quell'ispirazione, quell'aumento di forze, colle quali, eziandio che non raggiunga la nobilissima meta, pure vi si avvicina abbastanza da far conoscere col suo lavoro, che cosa egli abbia voluto, e da potersi applicare senza vanto e senza vergogna quell'in magnis et voluisse sat est [nelle grandi imprese anche l'aver voluto basta]. E dall'esposizione de' fini che mi sono proposto nell'esercizio delle lettere, i miei amici si saranno avveduti, che quel documento mi fu presente all'animo, e o loderanno o scuseranno il mio ardire. Ora io devo loro indicare altresì la via, per la quale mettendomi, mi è sembrato poter più facilmente accostarmi all'intento. Non mi propongo di descrivere i mezzi e i sussidii, onde trassi vantaggio, il che condurrebbe il discorso a lungo senza necessità, né tampoco di discutere o di giustificare in tutte le sue parti il metodo da me preferito, ma di due sole cose far cenno, cioè della libertà colla quale ho osato filosofare, e della conciliazione che ho procurato di fare, per tutto dove mi fu possibile, delle altrui sentenze.

I. LIBERTÀ DEL FILOSOFARE

1. Verità e assenso.

Il vero e il falso è una qualità de' giudizi e degli assensi dell'uomo. Se l'uomo assente a ciò che è, il suo assenso è verace; se assente a ciò che non è, il suo assenso è mendace. Si suol parlare d'idee e di cognizioni vere e false; questa è una di quelle tante improprietà o imperfezioni di dire, che producono questioni inutili (questioni che rimangono escluse solo che si riformi il linguaggio), ovvero che implicano e rendono difficili a risolversi quelle, che sarebbero di loro natura pianissime. E per fermo, se si riserbasse il nome di «cognizione» a significare quelle che l'uomo acquista o s'appropria per un assenso verace, e le altre si chiamassero «noncognizioni», quanti equivoci scomparirebbero incontanente dall'umano discorso? Primieramente si giudicherebbe un uomo saperne tanto, quanto egli possiede di pura verità; e non metterebbero più in conto di dottrina gli errori, che frequentemente ingombrano le menti di quelli, che passan per dotti, a quella maniera, come chi vuol rivelare l'asse di una famiglia non somma insieme i crediti e i debiti, siccome fossero quantità di una stessa natura, ma sottrae questi da quelli, e così ne ricava il netto della sostanza. Ma poiché colui che aderisce a molti errori, crede di saper molto; perciò volgarmente si appella sapere anche quello, che non è altro se non una falsa persuasione che l'errante ha di sapere. Ora con questa sola avvertenza quanti ci avrebbero, che perduto il nome di dotti e di scienziati che malamente portano, benché abbiano faticato molto sui libri, rimarrebbero in opinione d'ignoranti! E quanto si scemerebbe allora il numero di quelle ingannevoli autorità, che impongono agli uomini, e invece di lasciarli accostare al vero, li trattengono spesso vacillanti fra il vero ed il falso?

2. Dubbio affatto negativo e dubbio utile.

E per la stessa ragione convien dire che tutti quelli che dubitano, non sanno ancora; ché i dubbi non sono cognizioni. Laonde, se noi poniamo da una parte gli uomini, che dubitano di molte verità, e dall'altra quelli che a queste verità concedono un pieno assenso: questi secondi hanno indubitatamente maggior copia di cognizioni di que' primi; e così si deve conchiudere senza tener conto del maggior studio che possono aver posto i primi per riuscire al dubbio, di quello che abbiano posto i secondi riusciti alla verità. Perocché lo studio è il mezzo e non il fine, e anch'egli è vano, se non ci produce altro, che il dubbio del vero; ma soltanto quello studio ha un gran valore, che o ci arricchisce del vero, o ci spoglia del falso, o anche ci fa dubitar di questo, se già ne siamo imbevuti; benché col farcene dubitare tanto solo ci arricchisca, quanto s'arricchisce colui, che non avendo altro che debiti, acquista quello che gli basta a pagarne una parte.

L'assenso dunque che diamo al vero è ciò che ci mette in possesso del vero, fuori del quale non si trova la scienza, ma soltanto l'ignoranza o il dubbio che è ignoranza maggiore, o finalmente l'errore che è l'ignoranza massima. L'assenso suppone la notizia di ciò a cui si assente, e che coll'assenso si accetta per vero; e però se la cosa è vera, in ogni assenso, qualunque sia il modo nel quale si dà, c'è sapere, e acquisto di verità.
✦ Antonio Rosmini. Introduzione alla filosofia. Laterza, 1925

Sapere non significa possedere molte opinioni, ma aderire al vero e liberarsi del falso. Gli errori non accrescono la conoscenza: la diminuiscono, come i debiti diminuiscono un patrimonio. Per questo la ricerca della verità richiede discernimento: la mente non cresce perché dubita di tutto, né perché crede a tutto. Cresce quando sa distinguere il vero dal falso e trova il coraggio di aderire al primo, abbandonando il secondo. In ciò, il dubbio è fecondo finché libera dagli errori; oltre quel confine diventa soltanto una forma superiore di ignoranza. La verità, comunque sia, non entra nella vita quando viene compresa, ma quando riceve il suo assenso; non è davvero posseduta finché non diventa un consenso interiore dell'intera persona. È allora che l'intelligenza incontra la volontà e il conoscere si fa, insieme, atto di libertà e di responsabilità. È lì che intelletto, volontà e coscienza cessano di procedere separati e cominciano a parlare con una voce sola.

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