L'anima delle lingue
💬 La traversata della Manica si fa in poche ore: ma il popolo che si trova sull'altra sponda differisce dai «continentali», per forma mentis , quanto ne differirebbero quelli di una terra lontanissima e, sotto certi punti di vista, quelli di un altro pianeta addirittura.
«Bisogna convincersi – ha scritto un gaio ed acuto osservatore di persone e di genti – che le differenze morali non sono in ragione di quelle fisiche e che il più giallo dei Nipponici è meno diverso da un Parigino di quel che non lo sia il più bianco e roseo degli Inglesi».
Non vi sono a questo mondo, due popoli i quali si somiglino psicologicamente in tutto, ma – se un paragone si può fare con una certa approssimazione – non è troppo audace affermare che gli Inglesi sono «i Giapponesi d'Europa». La posizione insulare, la commistione di razze e l'afflusso – in ondate diverse – di civiltà di differente tipo hanno prodotto risultati analoghi. La civiltà latina e cristiana, ad esempio, sovrapponendosi a quella sassone, ha avuto effetti paralleli a quelli che, in Giappone, furon prodotti dalla cultura coreana e cinese a base buddhista.
Una diretta rivelazione se ne ha nel linguaggio: l'Inglese distingue ancor oggi, istintivamente, i vocaboli di origine e struttura anglosassone da quelli di provenienza latina: non se ne rende conto, ma li usa in modo diverso, esattamente come fa il Giapponese per i vocaboli di pura origine nipponica, distinguendoli da quelli introdotti dall'ideografia cinese.
In inglese, un vocabolo di provenienza latina conserva – pur nelle deviazioni più inaspettate – un certo carattere di fissità e di specializzazione, sia nel significato che nel valore sintattico, e ciò è tipico delle lingue generate dall'idioma di Roma, mentre il vocabolo anglosassone assume un valore differente a seconda della «funzione» che esso ha nella proposizione: esso vale per esprimere più idee, che per noi sono diverse, mentre per un Inglese costituiscono la medesima idea, o, per lo meno, idee che non sono separate fra loro da una netta demarcazione.
Anche fonicamente le due categorie di vocaboli differiscono tra loro: quelli anglosassoni sono prevalentemente monosillabici, mentre quelli di derivazione latina conservano più o meno il loro carattere polisillabico. Istintivamente, o, piuttosto, per tendenza atavica, l'Anglosassone è portato a preferirle: e di questa tendenza deve tener conto chi voglia esprimersi in inglese come un Inglese si esprime: il fatto di «pensare in italiano» o anche semplicemente di non dimenticare del tutto l'italiano e la nostra forma mentis ci spinge ad usare in inglese prevalentemente quei vocaboli i quali somigliano ai nostri, perché derivati dal latino. Oltre il rischio di cadere in equivoci, ritenendo equivalenti alle nostre non poche parole le quali hanno con le italiane una comune derivazione e quindi un simile aspetto esterno ma ben diverso significato, avremo l'inconveniente di esprimerci in un inglese saccente, ben lontano da quel colloquial English che usa sempre più vocaboli sassoni.
✦ Piero Silvio Rivetta (Toddi). L'anima delle lingue ovvero La tecnica per pensare in un idioma straniero. Edizioni Le lingue estere, 1950
Imparare una lingua non significa soltanto imparare parole nuove. Significa accorgersi che quelle parole descrivono il mondo in modi diversi dal nostro. Ciò che in un idioma è sfumato, in un altro è distinto con precisione; ciò che per noi richiede molte espressioni, altrove si raccoglie in un'unica idea. Per questo una lingua non è mai un semplice strumento di comunicazione: è un modo di osservare la realtà, di stabilire relazioni, di attribuire importanza alle cose. Quando cominciamo a pensare davvero in un'altra lingua, non stiamo soltanto traducendo meglio. Stiamo imparando, per qualche istante, ad abitare una mente diversa dalla nostra.