Frammenti d'autore

All'ombra delle fanciulle in fiore

💬 Nel «giro» della signora Swann

Quando la signora Swann era tornata dalle sue visite, la sentivamo ancora parlare e ridere, perché anche di fronte a due persone, e come se avesse dovuto tener testa a tutta la «compagnia», alzava la voce, lanciava le sue battute, come tanto spesso nel «piccolo clan» aveva sentito fare alla «Padrona», nei momenti in cui questa «dirigeva la conversazione». Le espressioni che abbiam preso da poco a prestito da altri sono quelle che, almeno per un certo periodo, più ci piace adoperare, e la signora Swann sceglieva a volte quelle che aveva apprese da persone distinte che il marito non aveva potuto evitare di farle conoscere (da esse aveva preso il vezzo che consiste nel sopprimere l'articolo o il pronome dimostrativo davanti a un aggettivo che qualifica una persona), a volte espressioni più volgari (per esempio: «Bazzecole!», parola prediletta di una sua amica) e cercava di metterle in tutte le storie che, secondo un'abitudine presa nel piccolo clan, le piaceva raccontare. Poi diceva volentieri: – Mi piace assai questa storia! ah, dovete ammetterlo, è proprio una gran bella storia! – espressioni che le venivano, attraverso il marito, dai Guermantes, che lei non conosceva.

La signora Swann aveva lasciato la sala da pranzo, ma il marito, che era appena rincasato, faceva a sua volta un'apparizione tra noi. – Sai se tua madre è sola, Gilberte? – No, ha ancora gente, papà. – Come, ancora? Alle sette! E spaventoso. Sarà sfinita, poveretta. È una cosa odiosa –. (A casa mia avevo sempre sentito, in odioso, pronunciare la seconda o breve – odióso – ma gli Swann dicevano odiòso con l'o aperta). – Pensate, dalle due del pomeriggio! – riprendeva volgendosi verso di me. – E Camille mi ha detto che tra le quattro e le cinque, sono venute ben dodici persone. Che dico dodici? mi ha detto quattordici, se non sbaglio. No, dodici, be', insomma non ricordo. Quando sono rincasato non pensavo che era il suo giorno di ricevimento e, vedendo tutte quelle carrozze davanti alla porta, credevo che nella casa ci fosse uno sposalizio. E da un minuto che sono in biblioteca, le scampanellate non sono mai smesse, parola d'onore, mi è venuto il mal di testa. E c'è ancora molta gente da lei? – No, solo due visite. – Sai chi? – La signora Cottard e la signora Bontemps. – Ah! la moglie del capogabinetto del ministro dei Lavori Pubblici. – So che il marito è impiegato in un Ministero, ma non so esattamente come, – diceva Gilberte facendo la bambina.

– Sciocchina, parli come se avessi due anni. Ma che dici: impiegato in un Ministero? È semplicemente capo di gabinetto, capo di tutta la baracca; anzi, dove ho la testa, parola mia che sono distratto quanto te, non è capo di gabinetto, è direttore del gabinetto.

– Che ne so io; è molto essere il direttore del gabinetto? – rispondeva Gilberte, che non perdeva mai una occasione di manifestare indifferenza per tutto quanto dava vanità ai genitori (d'altronde, è possibile che pensasse di aggiungere lustro a una così splendida amicizia, non avendo l'aria di attribuirle troppa importanza).

– Come! se è molto? – esclamava Swann, che preferiva a quella modestia che avrebbe potuto lasciarmi in dubbio un linguaggio più esplicito. – Ma è semplicemente il primo dopo il ministro! E anche più del ministro, perché è lui a far tutto. Pare, del resto, che abbia grandi capacità, un uomo di prim'ordine, un individuo veramente eccezionale. È ufficiale della Legione d'onore. Un uomo delizioso, e poi anche un bel giovine.

La moglie, d'altronde, lo aveva sposato malgrado e contro tutti, perché era un «essere affascinante». Egli possedeva quanto basta a formare un insieme raro e delicato: una barba bionda e morbida come seta, lineamenti aggraziati, voce nasale, alito cattivo e un occhio di vetro. [...]
✦ Marcel Proust. Alla ricerca del tempo perduto: all'ombra delle fanciulle in fiore. Einaudi, 1974

Per poter rivedere Gilberte, il giovane narratore frequenta sempre più spesso la casa degli Swann. Qui scopre un mondo nel quale la madre della ragazza, continuamente assorbita da visite, raccomandazioni e relazioni mondane, esercita un prestigio così grande che perfino le sue parole, le inflessioni della voce e i suoi piccoli vezzi sembrano degni d'essere imitati. Poi basta un particolare inatteso – l'alito pesante, un occhio di vetro – perché quell'aura si incrini d'un tratto e ricordi come nessun prestigio riesca davvero a sottrarci alla nostra comune umanità.