Che muoia! Che crepi!
💬 [...] Come si sa, nel 1905 (anno particolarmente importante per la psicoanalisi, giacché Freud si inoltrò allora con decisione maggiore, abbandonando precedenti cautele, sulla via della costruzione di una «nuova scienza») egli scrisse anche la Psicopatologia della vita quotidiana .
In essa descrisse, interpretò e spiegò le piccole disfunzioni dell'attività psichica: quelle che non sono ancora veri e propri sintomi nevrotici, ma tuttavia ripetono (per così dire in miniatura) i meccanismi agenti nella patologia vera e propria.
L'analisi di tali disfunzioni consente di vedere in azione i meccanismi stessi che stanno alla base dei vari sintomi nevrotici (ed anche psicotici), oggetto dell'indagine psicoanalitica vera e propria.
Come è noto, possono essere interessate, in questi lievi comportamenti anomali, le più diverse funzioni psichiche. Particolare rilievo tuttavia hanno le situazioni in cui è interessata l'attività mnestica, la memoria.
Una grossa fetta di questi disturbi della memoria è costituita, come si sa, dalla momentanea dimenticanza di nomi propri. E sono importanti – per comprendere il meccanismo mediante il quale «si nasconde», per così dire, al soggetto il nome della persona, o luogo, o cosa, che egli vorrebbe, e non sa nominare – le parole che si sostituiscono al nome cercato.
Espongo ora una mia esperienza personale. Personale per modo di dire, perché vi è stata coinvolta anche un'altra persona, mia moglie, bloccata anch'essa dallo stesso meccanismo: per cui – come esiste la folie à deux – si è prodotta, in questo caso, una inibizione mnestica a due .
Ero, con mia moglie Carla, a passeggio (la cosa avveniva una trentina di anni fa, quando ancora si poteva tentare di passeggiare per le vie di Milano), e dalla via Albricci stavo entrando in piazza Missori. Mi accingevo a riferire a mia moglie una conversazione avuta con un mio collega, il professor Enzo Paci amico carissimo, che in quel tempo incontravo continuamente all'Università e altrove.
Ma al momento di nominarlo, il suo nome mi sgusciò via.
Cominciai ad annaspare: «Ma sì, il mio collega... il mio collega di teoretica. Insomma, hai capito... Ma guarda un po'... Adesso mi è sfuggito il suo nome».
E lei: «Ah, sì, sì ho capito. Si tratta di... Ma adesso anche a me sfugge il nome...».
Ed io ancora: «È un bisillabo, certo un bisillabo».
«Sì, sì,» fa mia moglie «sì un bisillabo: Morra. No, no... Crepax. No, neppure Crepax.»
Abbandonammo la ricerca del nome, ed io raccontai il discorso che mi ero proposto di riferire.
Poi improvvisamente sbottai: «Paci, sì Enzo Paci, l'amico mio carissimo». Ma perché questo nome particolarmente semplice, e che da entrambi veniva pronunciato continuamente, si era prima nascosto?
Il perché c'è. Ed è un perché che coinvolgeva tanto me che mia moglie: per cui l'amnesia di entrambi può essere compresa come effetto di un unico meccanismo attivato in tutti e due.
Venti anni prima, e cioè nel 1938, io ero contemporaneamente professore incaricato di psicologia nell'Università di Padova e di Urbino, mentre di ruolo ero professore di filosofia e storia nel Liceo Tito Livio di Padova.
In seguito alle leggi razziali emanate in quell'anno, fui privato dell'insegnamento nelle due università. Paradossalmente, ho potuto invece conservare il posto di professore di ruolo in liceo. Soltanto fui trasferito ad altra sede: Vittorio Veneto. La cosa, per me e per la mia famiglia, è stata drammatica sotto molti aspetti.
Al mio posto, nel Liceo di Padova, venne un giovane professore, Enzo Paci appunto. Egli ottenne pure l'incarico dell'insegnamento della psicologia nell'Università patavina.
Io non lo conoscevo; né lo conobbi allora. Ma per me, e per mia moglie, egli apparve – benchè non avesse alcuna responsabilità nella vicenda – come «l'infame usurpatoге».
Paci, lo conobbi soltanto anni dopo, quando, anche col mio voto, fu chiamato nell'Università di Milano. E, come ho detto, ci legammo di fraterna amicizia.
Ma il vecchio rancore (un rancore dell'intera mia famiglia, dunque) continuò a covare. E quel giorno in piazza Missori è esploso, per bocca di mia moglie.
«Muoia, dunque! Anzi possa crepare, come un cane!»
✦ Cesare Musatti. Curar nevrotici con la propria autoanalisi. Mondadori, 1987