Frammenti d'autore

Istorie fiorentine

💬 Libro quinto

I. Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare che le fanno, dall'ordine venire al disordine e di nuovo di poi dal disordine all'ordine trapassare: perché non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere conviene che salghino: e così sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene. Perché la virtù partorisce quiete, la quiete ozio, l'ozio disordine, il disordine rovina; e similmente dalla rovina nasce l'ordine, dall'ordine virtù, da questa, gloria e buona fortuna. Onde si è dai prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani e che i filosofi nascono. Perché avendo le buone e ordinate armi partorito vittorie, e le vittorie quiete, non si può la fortezza degli armati animi con più onesto ozio che con quello delle lettere corrompere, né può l'ozio con il maggiore e più pericoloso inganno che con questo nelle città bene institute entrare. Il che fu da Catone, quando in Roma Diogene e Carneade filosofi mandati da Atene oratori al Senato vennono, ottimamente cognosciuto; il quale veggendo come la gioventù romana cominciava con ammirazione a seguitargli, e cognoscendo il male che da quello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultare, provvide che niuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto. Vengono pertanto le provincie per questi mezzi alla rovina: dove pervenute, e gli uomini per le battiture diventati savi, ritornono, come è detto, all'ordine, se già da una forza estraordinaria non rimangono suffocati. Queste cagioni feciono, prima mediante gli antichi Toscani, di poi i Romani, ora felice, ora misera la Italia. E avvenga che di poi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa che l'abbia in modo da quelle ricomperata, che sotto uno virtuoso principato abbia potuto gloriosamente operare, nondimeno surse tanta virtù in alcuna delle nuove città e de' nuovi imperi i quali tra le romane rovine nacquono, che, sebbene uno non dominasse agli altri, erano nondimeno in modo insieme concordi e ordinati che da' barbari la liberorono e difesono. Intra i quali imperi i Fiorentini, se gli erano di minore dominio, non erano di autorità né di potenza minori; anzi, per esser posti in mezzo alla Italia, ricchi e presti alle offese, o eglino felicemente una guerra loro mossa sostenevono o e' davono la vittoria a quello con il quale e' si accostavano. [...] # Altro
✦ Niccolò Machiavelli. Istorie fiorentine. Feltrinelli, 1962

L'ordine non dura, perché nulla nelle cose umane può arrestarsi una volta raggiunta la propria pienezza. La virtù genera sicurezza, la sicurezza ozio, l'ozio disordine; e dalla rovina, quando non è definitiva, può nascere di nuovo la disciplina. Anche la cultura entra in questo ciclo ambiguo: le lettere seguono le armi, ma possono diventare il lusso con cui una società vittoriosa comincia a perdere la propria durezza. La storia procede così, non in linea retta ma per alternanze di vigore e decadenza. E dentro questo moto l'Italia appare come un organismo continuamente disfatto e ricomposto, nel quale anche città non dominanti, come Firenze, possono diventare decisive per l'equilibrio dell'intera penisola.

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