Lontano dal pianeta silenzioso
💬 XV. «Avanti, piccolo» tuonò il sorn . «Avanti e lascia che ti guardi.»
Adesso che si trovava a faccia a faccia con lo spettro che era stato la sua ossessione da quando aveva messo piede a Malacandra, Ransom sentì una sorprendente indifferenza. Non aveva alcuna idea di ciò che sarebbe accaduto, ma era deciso a seguire il suo programma. Nel frattempo il caldo e l'aria più respirabile rappresentavano un sollievo. Si fece avanti, passò al di là del fuoco e rispose al sorn . Gli parve di parlare in un acutissimo falsetto.
«I hrossa mi hanno mandato in cerca di Oyarsa.»
Il sorn si sporse. «Non sei di questo pianeta» disse improvvisamente.
«No» rispose Ransom e sedette. Era troppo stanco per spiegarsi.
«Credo che tu venga da Thulcandra, piccolo» disse il sorn .
«Perché?» disse Ransom.
«Sei piccolo e grosso e appunto così devono essere fatti gli animali di un mondo più pesante. Non è possibile che tu venga da Glundandra, perché è un mondo tanto pesante che, se un animale potesse abitarlo, dovrebbe essere spianato come un piatto: persino tu, piccolo, ti romperesti mettendo un piede su quel mondo. Non credo che tu venga da Perelandra, perché deve esserci molto caldo; chi venisse di là non potrebbe vivere qui. In conclusione penso che tu venga da Thulcandra.»
«Il mondo da cui vengo è chiamato Terra da coloro che ci vivono» disse Ransom. «Ed è più caldo di questo. Prima di entrare nella tua caverna ero quasi morto per il freddo e l'aria sottile.»
Il sorn fece un movimento improvviso con le lunghe membra anteriori. Ransom s'irrigidì (sebbene non si permettesse di retrocedere), perché credette che costui fosse sul punto di toccarlo. In realtà le intenzioni del sorn erano gentili. Egli, allungandosi all'indietro verso l'interno della caverna, prese dal muro una cosa che somigliava a una tazza e che, come Ransom vide, era attaccata a un pezzo di tubo flessibile. Il sorn gliela mise fra le mani.
«Respira qui dentro» disse. «I hrossa stessi ne hanno bisogno quando passano di qui.»
Ransom respirò e istintivamente si sentì rinfrancato. La sua dolorosa mancanza di respiro cessò, la tensione alla fronte e alle tempie si rilasciò. Il sorn e la caverna illuminata, fino adesso per lui vaghi e simili a un sogno, presero un nuovo aspetto.
«È ossigeno?» domandò, ma naturalmente la parola inglese non aveva alcun significato per il sorn .
«Ti chiami Augray?» domandò ancora.
«Sì» disse il sorn . «Tu, come ti chiami?»
«Gli animali della mia specie si chiamano Uomini, perciò i hrossa mi chiamano huomo . Ma il mio nome è Ransom.»
«Uomo: Ren-soom» disse il sorn . Ransom osservò che il sorn parlava in modo diverso dai hrossa , senza alcuna traccia della loro persistente h aspirata all'inizio di ogni parola.
Il sorn sedeva sulle lunghe natiche a forma di cono e teneva i piedi uniti. Nella medesima posizione un uomo avrebbe appoggiato il mento sulle ginocchia; le gambe del sorn erano invece così lunghe che le ginocchia gli sporgevano di molto sopra le spalle da ambo i lati della testa suggerendo la grottesca immagine di due enormi orecchie: e la testa posava il mento sul petto protuberante. Pareva che avesse il doppio mento, o la barba; e Ransom, alla luce del fuoco, non riusciva a stabilire se l'uno o l'altra. Il suo colore fondamentale era il bianco crema. Inoltre appariva avvolto fino alle caviglie in una soffice rivestitura che rifletteva la luce. Dalle lunghe fragili gambe, che costui gli teneva vicine, Ransom vide che si trattava di una rivestitura naturale di una materia simile piuttosto a piuma che a pelo. Era, difatti, una specie di piuma. L'intero animale, considerato a pezzi e da vicino, era meno terrificante di quanto aveva creduto, e persino lievemente più piccolo. Tuttavia ci voleva un po' per abituarsi alla sua faccia: era troppo lunga, troppo solenne, troppo priva di colore e, poiché somigliava a una faccia umana, era molto più spiacevole di quanto avrebbe potuto essere una qualunque faccia non umana. I suoi occhi, come quelli di ogni corpo troppo grande, sembravano troppo piccoli. Ma era più grottesco che orribile. Nella mente di Ransom cominciò a farsi strada una nuova concezione dei sorn : le idee di "gigante" e "spettro" cedettero in lui il posto a quelle di "spirito" e di "apparizione".
«Forse hai fame, piccolo» disse il sorn .
Ransom era affamato. L'altro si alzò con strani movimenti da ragno e cominciò ad andare in su e in giù per la caverna, accompagnato dalla sua ombra. Offrì il solo cibo vegetale di Malacandra, e una bevanda forte; inoltre una sostanza bruna e liscia che fu la benvenuta, perché all'odore alla vista e al palato, sfidando ogni probabilità, pareva formaggio. Ransom domandò che cosa fosse.
Il sorn cominciò a spiegare faticosamente come le femmine di certi animali secernessero un liquido per il nutrimento dei loro piccoli, e avrebbe seguitato a descrivere l'intero procedimento della mungitura e della produzione del formaggio se Ransom non l'avesse interrotto.
«Sì, sì» disse. «Facciamo lo stesso sulla Terra. Di quali bestie vi servite?»
«Di una bestia gialla con il collo lungo. Si nutre nelle foreste del handramit . I nostri giovani, finché non sanno fare altro, conducono queste bestie laggiù la mattina e le custodiscono mentre mangiano; poi, prima di notte, le riportano indietro e le chiudono in caverne.»
Per un momento Ransom trovò un che di rassicurante nel fatto che i sorn fossero pastori. Poi ricordò che i ciclopi, secondo Omero, praticavano la stessa attività. [...]
✦ C.S. Lewis. Lontano dal pianeta silenzioso. Mondadori, 1979