Frammenti d'autore

Sette giorni per non morire

💬 I. È un fatto ben noto che la natura, «forza creativa e di controllo dell'universo», secondo la definizione del Webster, aborre il vuoto. È altresì un fatto, sebbene un po' meno noto, che la natura aborre la mancanza di equilibrio. Ossia, troppo di una cosa e non abbastanza dell'altra. E il modo in cui si muove per compensare questi squilibri, il mezzo che a volte sceglie come suo agente, possono essere invero molto sorprendenti. In questo caso – quello, cioè, di cui questo racconto parla – lo squilibrio era una situazione in cui esistevano pochezza di bene e sovrabbondanza di male, situazione che si verifica fin troppo spesso e che in sé non ha niente di sorprendente.

Ma il mezzo scelto per bilanciare le cose era Barney Rivers di Westchester, New York. Il che è assolutamente sbalorditivo. Barney era un puntualissimo pendolare, un buon capofamiglia, era doverosamente assicurato e non si sarebbe mai sognato di comperare una marca di antigelo che non fosse reclamizzata su scala nazionale. Ciò nonostante, era lui quello che la natura aveva eletto, sebbene egli non si rendesse affatto conto d'essere stato «scelto»: non vi fu alcun lampo biblico accecante, alcuna improvvisa scoperta di tavole scolpite. La Natura è assai più fredda di così. Assai più silenziosa. Addirittura subdola, a volte. Come quando mise in moto la valanga, a colazione, quel giorno di metà luglio.

Barney sedeva nella sala per soli uomini di un albergo del centro, tra grandi quadri a olio, finti lumi a gas e scuri pannelli di quercia tutt'intorno alle pareti, e chiacchierava del più e del meno con un tale di nome Freedman. Bill Freedman non era un amico intimo, ma i due gradivano la compagnia reciproca e in genere pranzavano insieme almeno una volta al mese. Naturalmente, facevano a turno a pagare il conto, ma quello che era in credito di una colazione faceva cortesemente mostra di voler pagare, offerta che veniva sempre respinta con fermezza.

Salvo durante quella particolare colazione.

Quando il conto arrivò, Freedman fece l'atto di prenderlo. ma abbastanza lentamente da permettere a Barney di afferrarlo dal vassoio del cameriere.

«Oh, no,» disse Barney, sorridendo. «Tocca a me.»

«Andiamo,» replicò Freedman, protendendosi a sfilarlo dalla mano di Barney. «Hai pagato tu, l'altra volta.»

Barney alzò le spalle, con fare benevolo. «Che importanza ha?» Riprese il conto.

Bene, fu a questo punto che «la forza creativa e di controllo» intervenne. Freedman, secondo una tradizione a lungo onorata, era tenuto a dire qualcosa come «Niente da fare» o «Questo poi mai», impadronendosi al tempo stesso del conto per la seconda e ultima volta. Al che, Barney si sarebbe graziosamente dichiarato sconfitto e il punteggio sarebbe stato pari. Ma Freedman, tra la sorpresa e la considerevole costernazione di Barney, non fece niente di tutto questo. Si lasciò andare invece contro lo schienale, alzò le mani in un gesto di vaga impotenza e disse: «Bene, se proprio insisti... È molto gentile da parte tua.»

Barney riuscì a mantenere il sorriso sulla faccia mentre metteva mano al portafoglio e mormorava qualcosa come a dire che era un piacere per lui, mentre era tutt'altro che un piacere. Sapeva d'avere soltanto dodici dollari con sé, il che voleva dire dover usare la tessera di credito, e la sua tessera di credito aveva perso molto dell'originale freschezza a causa dell'eccessivo uso. Era la carta di credito di una catena di alberghi, e fortunatamente quello era il primo albergo della catena. Barney la sbatté sul tavolo, firmò il conto e lasciò che il cameriere portasse via il tutto. Ripresero a conversare, Barney conservando un tono rilassato e gaio sebbene avrebbe ben volentieri scaraventato il caffè in faccia a Freedman. Che faccia tosta, quell'individuo! Sapeva benissimo che toccava a lui pagare.

La conversazione fu interrotta dal ritorno del cameriere. «Signore...»

Barney guardò in su. [...]
✦ Tony Kenrick. Sette giorni per non morire. Gialli Garzanti, 1979

Ci piace pensare che gli avvenimenti decisivi abbiano sempre cause altrettanto decisive. Eppure la vita conosce un'altra logica: basta un gesto appena diverso dal previsto, una consuetudine interrotta, una cortesia mancata, perché l'equilibrio sul quale avevamo costruito la normalità cominci impercettibilmente a incrinarsi. Le grandi svolte raramente si annunciano con il fragore del destino; più spesso prendono avvio da un dettaglio tanto insignificante da sembrare, sul momento, del tutto innocuo.

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