La Grande Guerra
💬 I. Dalla pace alla guerra
I Balcani, la "polveriera d'Europa"; l'"eccidio di Sarajevo"... Sono espressioni logorate dall'uso, stereotipi dell'opinione comune. Generazioni di studenti hanno cominciato da qui il loro contatto con "la prima guerra mondiale": anche questo un modo di dire significativo, non privo di compiacimento per un'inedita grandiosità, nell'età dei record, del commercio e dello spettacolo.
Queste formule, del resto, non sono infondate. Basta prendere per quello che è – la scintilla che innesca materiale infiammabile preesistente, assai vario ed evidentemente pronto a deflagrare – il gesto dell'irredentista serbo rivolto contro l'erede al trono del grande Impero austroungarico, plurilinguistico e multinazionale. È dall'Ottocento che i vari "risorgimenti nazionali" si trovano di fronte l'Impero di Francesco Giuseppe come un baluardo materiale e simbolico che nega il principio stesso dello "Stato nazionale".
L'autodeterminazione dei popoli sarà infatti una bandiera agitata da molti, fra il 1914 e il trattato di Versailles (28 giugno 1919), contro sopraffazioni antiche e nuove.
Dalla Russia rivoluzionaria ne fa un motivo di agitazione e di riscatto Lenin, il capo dei bolscevichi; dagli Stati Uniti d'America lo impugna come principio ispiratore per le trattative di pace il presidente Wilson, capo di un capitalismo dal volto umano che esce per la prima volta dal continente americano, con orgoglio e pretese di leadership mondiale. I due uomini-simbolo non pensano certo la stessa cosa; ma intanto, con questo loro fare appello ai grandi orizzonti ideologici e alle utopie universali, scuotono il vecchio mondo e contribuiscono a rimettere in movimento tutto, confini politici e mentalità collettive.
Accanto e contro i diversi agenti di una radicale trasformazione della carta politica e sociale della vecchia Europa agiscono contemporaneamente forze e istituzioni che, nell'uno e nell'altro blocco militare, adoperano le ideologie innovatrici come efficace stimolo alla propaganda di massa, ma vi credono solo fino a un certo punto. Più che a un qualsiasi "nuovo ordine", puntano alla stabilità delle gerarchie sociali e statuali e sulla solidità della sterlina, del dollaro, del franco o del marco; credono nella potenza economica e militare. È una forma di realismo, una scala di priorità, che ha i suoi rappresentanti in ogni Paese. Fa poi parte della capacità di governare il saper usare e indirizzare anche i sentimenti dei popoli e le speranze dei "moralizzatori" della storia.
Libertà e imperialismo, democrazia ed espansionismo militare, guerra per i "giusti confini" e guerra di conquista trovano così – all'interno di ciascun blocco e di ciascun Paese – un più o meno precario equilibrio. E la guerra va. [...]
✦ Mario Isnenghi. La Grande Guerra. Giunti, 1997
La guerra non nasce da una sola causa, né obbedisce a un'unica idea. Dentro la stessa macchina convivono libertà e conquista, autodeterminazione e potenza, utopie universali e interessi di Stato. Le grandi parole mobilitano i popoli, mentre governi e classi dirigenti continuano a misurare il mondo con confini, eserciti, monete e rapporti di forza. È proprio questa sovrapposizione a rendere il conflitto così difficile da racchiudere in una formula: ciascuno può combattere appellandosi a un principio e, nello stesso tempo, servire un calcolo. Poi ogni contraddizione trova il suo provvisorio equilibrio. E la guerra va.