È mattino presto, quando il caldo afoso primaverile sospinto dal Khamsin – il vento secco e polveroso che spira dal deserto – comincia ad addensarsi sulla città di Gerusalemme. Nel porticato del palazzo di Erode, tra cipressi, palme e soldati della XII Legione Fulminante accampati nelle ali retrostanti, Ponzio Pilato, quinto procuratore romano della Giudea, avanza avvolto nel bianco e nel rosso del suo rango. Ma non è un governatore trionfante: è un uomo tormentato. L'odore dell'olio di rose lo perseguita, si mescola al fumo, agli alberi, all'aria stessa, come un presagio da cui non gli è possibile fuggire. Prima ancora del giudice compare l'infermo; prima della colpa, la debolezza. Incalzato dall'ombra imminente di un re senza regno, Pilato sta per entrare nell'eternità non attraverso la forza del potere, ma attraverso la porta della sua stessa viltà.