Comicità di Kafka
💬 V - "Il Castello"
K., il protagonista del Castello , rappresenta il punto più avanzato nello sviluppo ontogenetico degli eroi su cui Kafka impernia i suoi romanzi: è ormai un maturo paterfamilias (da qualche parte si accenna all'esistenza di una moglie e di un figlioletto), nel pieno possesso di tutti gli attributi virili, consapevole e autoritario nei gesti. Egli insomma corrisponde a una condizione umana e psicologica lontana come non si potrebbe di più da quella di Kafka: forse, nei momenti di afflizione e di sottomissione al padre, lo scrittore dovette aspirare effettivamente a divenire simile a quella sua creatura, salvo poi a ricredersi e ad accettarsi così com'era. Ma dato un tale massimo grado di divaricazione, ne risulta anche che l'immagine di K. è la più "finta" di tutte quelle che l'autore ci ha proposto, e dunque male hanno fatto i commentatori che l'hanno presa sul serio, condividendone i guai e i tormenti, ritenendoli esemplari della condizione umana. Questo invece è il romanzo per il quale vale maggiormente la chiave fornita da Marthe Robert, secondo cui si tratterebbe di un esercizio di riscrittura che ripercorre le vicende stereotipate di certi modelli narrativi. Trovandosi a simulare una forma di vita estremamente lontana dalla propria, Kafka si diverte anche a farle seguire strade obbligate, purché consone a un'immagine di fortezza e di virilità. Così K. ricalca puntualmente vari schemi e progetti di vita: è l'uomo sano che lotta per conquistarsi un posto al sole in mezzo alle difficoltà sociali, quasi un rappresentante della categoria degli immigrati che si vedono accolti con molti pregiudizi; nello stesso tempo, si erge anche a rivendicatore dei diritti conculcati dei compagni di sventura; basterebbe poco per vederlo trasformarsi in un capopopolo, o in un sindacalista; o invece è soltanto un arrampicatore sociale spregiudicato, che pur di arrivare non esita a sfruttare anche l'appoggio delle donne, calpestando cinicamente l'affetto che provano per lui? Questi, in fondo, alcuni ruoli "normali", dichiarati alla luce del sole, ma gli si potrebbero attribuire anche ruoli più oscuri, per esempio quello di un agente segreto, di cui la conclamata professione di agrimensore sarebbe appena una copertura ingannevole; solo che anche le autorità del Castello "sanno" di quella sua missione reale, e come è detto quasi incidentalmente in un luogo, accettano sorridendo lo scontro, consapevoli della sproporzione delle forze in campo, che torna tutta a loro vantaggio. Certo è che, a un determinato momento, il lettore concepisce l'imbarazzante sospetto che il protagonista e la controparte ne sappiano più di lui, che qualcosa gli venga nascosto, di quella partita che si sta giocando; col che attingiamo il modello del thrilling poliziesco con venature metafisiche, quale sarà ripreso da Robbe-Grillet.
E in effetti, sappiamo bene che tra K. e il Castello c'è la solita connivenza dovuta al vincolo coscienziale-intenzionale: l'uno non può fare a meno dell'altro, tra loro cioè la partita non si risolverà mai sul piano dei rapporti di realtà. Questo è anche l'aspetto che interrompe la simulazione degli schemi narrativi obbligati che ricordavamo prima, o non li rispetta. L'emigrante o il carrierista o l'agitatore sociale, una volta constatato che la missione, in quel luogo e in quelle condizioni, risulta proibitiva, si risolverebbero a lasciare il campo, a provare da un'altra parte; oppure il Castello, da parte sua, dichiarerebbe una volta per tutte la propria indifferenza rispetto all'intruso, decidendo di ignorarlo totalmente. Non c'è alcun vincolo materiale che li obbliga a misurarsi, a colluttare insieme. K. è libero di andarsene quando vuole, così come anche Josef K. poteva pensare ad altro, lasciar cadere l'(auto)processo da cui era afflitto. Ma anche i gesti di ripulsa, le dichiarazioni di indifferenza del Castello non sono mai definitivi, ammettono sempre un recupero in extremis , tanto per non rescindere il cordone ombelicale del rapporto bilaterale (anche nel sogno nulla ci è estraneo, ogni cosa o situazione sognata prima o poi ci riguarda, è lì per noi).
Risulta esemplare in proposito il primissimo di questi movimenti in due tempi (ripulsa iniziale e recupero all'ultimo momento) che si disegna non appena K. giunge all'Osteria del Ponte e dichiara la sua qualifica di agrimensore assunto dal Castello. Un controllo effettuato per telefono dà prima una risposta negativa (tanto che K. teme per la propria incolumità, quei rozzi villici sembrano quasi sul punto di scagliarsi su di lui considerandolo un impostore), ma poi segue una "presa in carico", cioè una telefonata di rettifica: l'indugio ha consentito di tirare la corda, di acuire l'attesa fino a ritmi spasmodici, di imbrogliare un rapporto di consequenzialità senza annullarlo.
Merita un momento di attenzione il fatto stesso che in quella squallida osteria di villaggio ci sia un telefono, cioè uno strumento tecnologico a quei tempi assai raro, soprattutto se commisurato appunto a quello scenario; e il primo a segnalare il carattere straordinario di tale circostanza è il protagonista, in forma di discorso indiretto libero o di monologo interiore, con una sottolineatura tra l'esclamativo e l'ironico: "C'era anche il telefono!" (p. 565). Abile mossa per parare un'accusa di inverosimiglianza, o per ammiccare verso di noi ricordandoci che, nonostante le apparenze realistiche, siamo nel bel mezzo di un sogno, ovvero di un realismo onirico, cui quindi sarebbe inutile chiedere una rigorosa verosimiglianza. Infatti, secondo questa, al progresso ontogenetico nell'età dei personaggi dovrebbe fare riscontro un regresso o un restringimento di ordine topologico, nel senso che l'ambientazione dei tre romanzi si fa via via più modesta e squallida: dall'iniziale "sogno americano" allo scenario urbano, ma di vecchia città europea fatiscente, del Processo , e infine al clima di villaggio, o di cittadina di provincia sepolta in un lungo inverno, del terzo e ultimo romanzo. Ma l'eros di Kafka ha bisogno di ingranaggi con cui "giocherellare", in un certo senso si deve portare con sé quei medesimi strumenti di tortura che l'hanno perseguitato nella vita normale, onde intraprenderne il riscatto attraverso un funzionamento déréglé ; non può fare a meno, insomma, della macchina burocratica asburgica e dei suoi strumenti abbastanza efficienti e moderni, tra cui in primo luogo il telefono. Bisognerà quindi che la modestia provinciale del villaggio e del Castello non si esima dall'ospitare, seppur con licenza onirica, l'improvviso e inopinato aprirsi di stanze e corridoi per una folla di impiegati, per cataste di documenti, che magari crollano con sonante scroscio; occorre insomma installare tutto il macchinismo parossistico che risultava così bene autorizzato dal paesaggio giovanile dell'America, e già meno bene dalle soffitte di Praga, e che qui, appunto, appare ormai del tutto incongruo, giustificabile solo in chiave onirica.
Ma il telefono risponde a un altro scopo, oltre questo di annunciare ironicamente una inverosimiglianza in materia di décor : esso è l'unico tramite attraverso cui Kafka tenta di immaginarsi, e di proporre a noi, una comunicazione diretta con l'Assoluto, ovvero il raggiungimento del Castello. Inutile dire, infatti, che il dato centrale di trama del romanzo sarà appunto l'impossibilità materiale di pervenire a quella meta: impossibilità talmente ovvia e scontata, che c'è da chiedersi se essa stessa non corrisponda ormai a uno dei molti stereotipi che Kafka, secondo l'ipotesi della Robert, è intento a riscrivere e a parodiare. Il Castello sarebbe quindi la parodia di se stesso, l'inautentica simulazione della "storia" in cui Ognuno fallisce il compito di arrivare al proprio scopo: Kafka, o meglio Camus, rifatti, simulati, prima ancora di depositarsi in stereotipi. [...]
✦ Renato Barilli. Comicità di Kafka. Bompiani, 1982