La leggenda dell'ultimo bosco

Ernst Wiechert e il sangue della creazione

uando Ernst Wiechert (1887–1950), narratore di lingua tedesca tra i più letti della prima metà dello scorso secolo, raccolse nel Carro d'argento (Der silberne Wagen) i sette racconti scritti fra il 1922 e il 1928, la Germania viveva ancora dentro l'ombra della Grande guerra. Alle sue spalle erano rimasti milioni di morti, la sconfitta, il dissolvimento dell'Impero, il disordine politico, la miseria e il crollo di un intero sistema di certezze. Wiechert stesso aveva combattuto volontario sul fronte e conosceva per esperienza diretta che cosa accade quando la vita umana viene ridotta a materiale di consumo. ✦

In Della vita irrequieta, la presentazione premessa al volume, lo scrittore contempla i propri racconti come «sette stanze semibuie e malinconiche», separate l'una dall'altra ma unite da una medesima ferita. In ciascuna di esse vede una vita apparentemente sicura infrangersi dinanzi a un avvenimento estremo, oltre il quale possono attendere «l'uomo nuovo, l'arrivo alla grazia o l'abbandono nella morte». È l'inquietudine di chi ha lasciato le consuete strade dell'esistenza e si è inoltrato nel territorio del "perché?", alla ricerca di Dio e dell'Eterno.

Anche La leggenda dell'ultimo bosco, uno dei sette racconti della raccolta, nasce da quella frattura. Sarebbe facile leggerla oggi come una precoce parabola ecologica: il racconto contiene certamente una terribile prefigurazione della devastazione ambientale e di un mondo nel quale la natura sopravvive soltanto finché può essere trasformata in ricchezza o energia. Ma il bosco di Wiechert è più di una foresta minacciata. È l'ultima dimora del sacro sopra una terra dalla quale sono già scomparsi gli eroi, le fiabe, i re e gli dèi; è una creatura vivente, un lembo del manto di Dio. Abbatterlo non significa soltanto distruggere la natura, ma recidere l'ultimo legame fra l'uomo e quanto ancora trascende la sua fame.

La leggenda comincia quando il mondo ha già consumato quasi tutto. Rimane soltanto un bosco, ritto sopra un'altura come il superstite di un tempo anteriore alla caduta.

La leggenda dell'ultimo bosco*
Testo : 1/9

Quello era sul suolo tedesco l'ultimo bosco. C'erano state la guerra, la malattia degli alberi, la fame di terreno, l'avidità di denaro. E nuove esperienze si erano fatte a che si potesse tramutare il legno in cibo, a che tra le radici stesse l'oro e dentro la terra scura, sotto lo stormire delle innumerevoli vette, una nuova inaudita energia. E cibo, oro, energia erano cose che l'umanità cercava avidamente poiché lottava per la sua vita estrema, mentre la bellezza, la quiete e la santità del duomo silvestre erano cose cui nessuno badava. Morivano quindi i boschi come erano morti gli eroi, le fiabe, i re, gli dèi, gli animali.

Quello sorgeva sull'altura come una rocca del tempo dei giganti e dominava la pianura stesa ai suoi piedi come una terra tramontata. Ultimo custode di enigmi primordiali, ultimo profeta di gravi avvenimenti parlava piano con gli animali, col vento e le stelle, squarciava la nuvola sopra il suo capo, attirava la pioggia nel proprio seno e faceva squillare le campane antiche sulla terra consunta e spirante fuoco.

Ma ai suoi piedi l'uomo accecato non aveva più occhi per gli animali, per i venti e le stelle, sfondava col pugno d'acciaio le porte vacillanti dell'avvenire e sollevava le fiaccole accese sopra una terra mai veduta. I bambini crescevano senza fiabe, senza un fiore nella mano pia, non seppellivano animali con muta processione, né s'inginocchiavano pregando su un lembo del manto di Dio. Se mai si fermavano curiosi ai piedi degli alti faggi, scagliavano sassi contro lo scoiattolo che balzava nel tramonto, finché la bocca lingueggiante di un serpe si lanciava sibilando nel gruppo che fuggiva atterrito e dalla pianura morta alzava i pugni e gridava con odio e ironia: – Ancora qui, fannullone e perdigiorno? – Soltanto i vecchi giungevano le mani tremanti nell'ombra della sera e guardavano in silenzio le stelle tramontanti dietro l'orlo antico delle vette, mentre le nonne dei bambini salivano sull'altura nelle notti di solstizio col bastone curvo, si accucciavano tremando appiè del silenzio, bevevano il profumo e il sussurro della lontananza e alzavano le braccia con gesto solenne prima di ridiscendere alle case di pietra.

Il bosco, ugualmente lontano dai bambini e dai vecchi, non s'inchinava mutevole a queste cose: né all'odio né all'amore. Solo certe volte, nella stagione equinoziale, quando le bufere laceravano il cielo, quando vapori infuocati si addensavano sulla piana notturna e leggeri boati tormentavano la terra, un popolo di animali scuro e molleggiante usciva dall'ombra delle fronde rombanti, si ergeva sul limitare del bosco e immobile, con gli occhi ardenti, guardava la terra affannata che forava il cielo con torri e ciminiere, sbriciolava il terreno e inghiottiva le stelle, finché dal seno rosso si sprigionava un grido simile a rantolo di rabbia fumante, un grido che precipitava sulla regione notturna come una sfera di bronzo, macchiata di sangue, che urtasse minacciosa e foriera di sventura contro le case degli uomini e impotente si perdesse nella rena.

E dalle case di pietra veniva quasi un grido di risposta. Infatti vi nascevano bimbi che entravano nella nuova vita con gridi lamentosi, così che tutti i vecchi e gli insonni giungevano le tremule mani senza trovare un posto nel mondo che ogni ora partoriva vite nuove avide di cibo.
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* Ernst Wiechert. La leggenda dell'ultimo bosco. In: Il carro d'argento. Traduzione di Ervino Pocar. Aldo Martello Editore, 1951, pp. 111-29.

I figli della pianura non hanno semplicemente dimenticato il bosco: sono nati quando gli uomini avevano già disimparato a vederlo. La devastazione è divenuta eredità, e l'accecamento educazione. Ciò che non lavora, non produce e non si lascia consumare può ormai apparire soltanto un'inutile sopravvivenza.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 2/9

Allora fu promulgato un editto che si dovesse abbattere l'ultimo dei boschi. I comuni circostanti, uomini e donne, furono mandati a distruggere il gigante, a rovesciare l'idolo che si ergeva tra loro senza lavorare e senza dar frutto, affinché si potesse ricavarne cibo e oro ed energia e la ruota d'acciaio, ai cui raggi si erano affidati, continuasse a girare. Benché avessero macchine capaci di divorare la foresta come il sole divora la neve, a quell'ultimo era riservata una specie di rispetto e di riguardo e all'estrema fatica si doveva accingersi con arnesi del tempo passato, con scuri e seghe, così come i selvaggi in particolari circostanze non accendono il fuoco con zolfo o pietra focaia, ma secondo l'uso preistorico sfregando legno con legno finché se ne sprigioni la sacra scintilla.

Nelle case di pietra si fecero quindi i preparativi come per una festa. E se nei tempi andati la vendemmia o la falciatura della segale aveva empito il cuore di gioia, con grande anticipo, in previsione di momenti nei quali il sudore della semina si sarebbe trasformato benefico nei chicchi del raccolto, ora il giorno della fine del bosco stette sospeso come una bella e sicura speranza sopra la coppa dell'esistenza quotidiana ed empì la dura vita della schiavitù con un bagliore domenicale di particolare natura. Ora persino il primo sguardo mattutino dei fanciulli si volse all'altura buia e silenziosa, e come in trionfo i grandi maligni e perfidi annunciavano: – È ancora là! – come se durante la notte la loro gioia avesse potuto svanire e far perdere loro il primo assassinio pubblicamente consacrato della terra che li aveva nutriti.

Più insonni del solito erano le notti per coloro che udivano il grido delle bestie e i passi sconosciuti davanti alla soglia delle case: allora balzavano dal sonno e puntandosi sulle braccia tremanti mormoravano con la bocca sdentata obliate formule magiche, folli e insensate: – Signore, perdona la nostra colpa! – E più che mai abbattuti dal peso della loro impotente solitudine si adunavano verso sera nella penombra delle stanze muffide, si accoccolavano sulle misere panche illuminando coi bianchi capelli il cupo rifugio e bisbigliavano ansiosi e storditi nell'ora in cui il Figlio di Dio veniva crocifisso o il contagio della peste infieriva e il sangue pioveva dal cielo. E senza veli confessavano i loro sogni gravi e le visioni di campane che si scioglievano in lagrime la notte, di tombe che si spalancavano, di tube che annunciavano il giudizio universale. Ma quando uno di loro alzava il pugno inerte e gridava che non era il caso di sopportare e che la maledizione doveva spezzare i polsi ai figli, il silenzio dell'impotenza li opprimeva e in umiltà e timore tornavano alla luce viva delle case, si torcevano sotto le parole beffarde dei loro figli, continuavano ad ascoltare il preteso rintoccar di campane e pregando pensavano alla morte del loro bosco di gioventù.

Il bosco è ormai condannato, e la sua morte è entrata nelle case prima ancora che una scure ne abbia toccato i tronchi. Per gli uni è promessa di abbondanza, per gli altri lutto anticipato; ma nessuno sa opporsi all'editto. Festa e funerale si preparano così a muovere insieme verso l'altura.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 3/9

Quando poi giunse il momento, e case e strade furono piene di frastuono e di gente quasi pronta, si strinsero insieme vestiti a lutto, e tenendo per mano i più giovani si disposero ad avviarsi come a un funerale guardando la strada davanti a sé quasi vedessero ondeggiare il feretro sopra la folla.

Era una sera di tarda estate con poco vento e nuvole malinconiche, e si era deciso di raggiungere il bosco ancor prima di notte per godersela e pregustare la gioia in libertà, per rizzare le tende, accendere il fuoco e dare alla monotona vita quotidiana un aspetto nuovo affinché il piacere attutito dalla consuetudine si rinnovellasse e la notte precedente la morte del bosco contribuisse ad aumentare l'ebbrezza. Da lontano poteva quindi sembrare che una nuova crociata, uscita dalla pietra e dalle macerie della piana silenziosa, salisse il verde pendio fino al tetro sacrario dell'altura. Le lunghe lame delle seghe caricate sulle spalle si stagliavano sull'orizzonte come innumerevoli croci e ondeggiavano gravi e sinistre sopra il corteo. Portando con sé ciò che riteneva necessario per la propria gioia e comodità, ciascuno camminava con le spalle curve, mentre in coda alla schiera vecchi e bambini seguivano in ordine sparso e accentuavano l'impressione di gente sradicata e forestiera, che da un pezzo si fosse lasciata a tergo le brage del focolare e nel destino comune, lieto o triste, andasse incontro a una sera lontana con un focolare fuori della patria.

Ma quanto più ci si avvicinava al corteo tanto più scomparivano il suono e la scena della santità. Non vi regnavano la tristezza o la pacata serietà con cui ci si avvia alla distruzione di una cosa viva. La scure sulla spalla conferiva la volgare coscienza della forza di distruggere e balenava con la palese smania di distruggere troni, di rovesciare divinità. Non ci sarebbe stato più nulla di alto, di vivo e diverso e tutto si sarebbe pareggiato, demolito, calpestato. Non si trattava di acciaio o carbone o materia morta, ma di una vita verde che tra lagrime e sospiri avrebbe gridato sotto i loro colpi. Prima però si voleva vivere nella brama e nell'ebbrezza, e le donne arrivavano ridendo e crogiolandosi in un lieve tremore e nella previsione di essere preda della notte. Ciò che da lontano somigliava dunque a una crociata, diventava, visto da vicino, una schiera di omicidi simile a quella che armata di spade e di randelli era andata a catturare il Redentore.

La folla sale portando le seghe come croci, ma la somiglianza con una processione sacra dura soltanto a contemplarla da lontano. Da vicino appare il vero pellegrinaggio: uomini feriti dalla propria servitù cercano una liberazione rovesciando ciò che ancora li sovrasta. La forza recuperata mediante la scure non sa creare nulla; può soltanto rendere basso ciò che è alto e morto ciò che è vivo.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 4/9

Intanto il sole calava dietro a loro verso l'orizzonte e attraverso gli squarci del cielo mandava una luce paurosa, così che le ombre del corteo scattavano lunghe e fantastiche su dal pendio con sopra l'inquieto ondeggiare delle croci deformate. Le nuvole scorrevano come nastri pesanti verso occidente, lacerate da strappi improvvisi dai quali scaturiva il bagliore e nei quali stormi di uccelli sprofondavano con ali sfinite. Poi la nuvolaglia si univa in lunghe strisce di colore fulvo che pendevano minacciose sulla terra e soltanto un orlo rosso correva lungo l'orizzonte occidentale come la crepa di una fornace lontana sopra la quale si librasse la nube della morte.

Dal bosco veniva loro incontro il silenzio delle volte tenebrose, ma essi lanciavano grida e beffe tra i rami solenni come chi lanciasse sassi in un servizio divino. Li indispettiva l'insolita natura che si inarcava regale sopra di loro, e con le scuri scheggiavano i tronchi come chi immerga il pugnale in un manto di porpora. E mentre i fanciulli fustigavano con le verghe il volto tranquillo dei fiori, i grandi s'impossessavano del terreno e si avvoltolavano nel musco come in letti di seta che conservassero ancora un profumo di regine. E come dall'alto guardavano il piano petroso e cupo della loro vita sopra il quale pendevano il cielo minaccioso e il cattivo bagliore del fuoco lontano, il vincolo della schiavitù si sciolse a poco a poco di modo che sentirono dentro di sé il diritto e la forza di sputare sulle leggi della loro vita, di essere nuovi e senza catene, di fuggire la pianura, di annullare il tempo e di buttarsi come bestie su ciò che suscitava le loro brame. Gli occhi mandarono quindi lampi malvagi, l'odio avvampò per il fuoco, pel vino e le donne, e dal folto delle macchie saliva già il grido dell'ebbrezza che per sentieri malsani trovava sodisfazione.

E mentre sotto i rami sorgevano lentamente le tende, mentre gli sprazzi del primo fuoco erompevano nella sera non ancora buia e il frastuono della folla destava echi sgradevoli dal cupo silenzio, i vecchi si trovavano incerti e sperduti in quel mondo nuovo, accarezzavano con dita tremanti le cortecce coperte di licheni, si portavano alla fronte avvizzita un fiore calpesto e ritornavano tentoni nel paese dell'infanzia, storditi dal profumo degli aghi di pino ancora caldi di sole e dal lieve mormorio delle fronde.

Fra il clamore di chi si crede finalmente libero e lo smarrimento dei vecchi, il bosco accoglie la sua ultima notte. Gli uomini hanno portato sotto le fronde il fuoco, il vino e le proprie brame; ma da occidente sta salendo verso di loro una figura solitaria.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 5/9

Non s'accorsero pertanto che al cadere della notte, quando i fuochi mandarono una luce più viva, un tardo viandante saliva l'altura. Veniva lentissimo e stanco da occidente, stagliandosi a poco a poco sulla striscia di fuoco che orlava l'orizzonte. Così sorse stranamente dentro la luce rossa che dapprima gli circondò come un'aureola il capo chino e poi le spalle, i fianchi, i piedi, finché parve scivolare sopra la terra, chiamato dall'al di là perché recasse un messaggio solitario.

Ed ecco, gli occhi già ebbri della gente sopra il colle lo scorsero. Prima lo indicò una bambina che camminava timida e tremante a fianco della nonna. Con gli occhi sbarrati e quasi con terrore guardò il viandante e sussurrò: – Guarda, nonna, ora viene!

Uno strano silenzio si posò sulla folla in attesa. Soltanto la fiamma lingueggiava scoppiettando fra i rami secchi, e il respiro di ognuno si fece più affannoso. Quello poteva essere un ritardatario o un uomo della pianura resosi libero per partecipare alla festa silvestre. Ma essi sentivano che non era così, sentivano che era lontano dalla vita loro e da quella della pianura e s'indispettivano per essere costretti a tacere e ad aspettare.

Il piede del viandante parve arrestarsi quando cozzò contro il muro invisibile dell'odio che si alzava tra lui e gli occhi cattivi della folla. Egli si chinò e confuso si portò alle labbra uno dei fiori stroncati e, guardando la bambina che a sua volta lo fissava amichevolmente, con voce dolce e timida le disse: – Guarda, sorella mia.

Tutti furono costretti ad ascoltare il suono di quella voce e ad osservare il viso stanco e addolorato che brillava sopra la veste scura dalla quale sporgevano i piedi nudi.

Allora il padre della bimba si alzò e avanzandosi minaccioso gli domandò con linguaggio volgare che cosa fosse venuto a fare con quella faccia da scemo in mezzo a una festa, e chi fosse.

Il viandante rispose con voce sommessa ma chiara che era partito per cercare il granello di senape che un uomo aveva preso e seminato nel suo campo e che doveva piangere sulla città eterna. E come l'altro lo fissò inebetito a quella strana risposta, un sorriso sfiorò i lineamenti del forestiero che assente guardò le vette degli alberi, colpite dai bagliori del fuoco. Quel sorriso però gli fu fatale perché l'altro, credendo di esser preso in giro, strinse senz'altro il pugno e lo batté sul volto sorridente. Senza una parola il viandante percosso si forbì il sangue, fece un cenno alla bambina che con un grido di dolore era caduta in ginocchio, e passò davanti al malvagio per internarsi nel bosco. Ma uno di coloro che era coricato presso il fuoco allungò la gamba e lo fece stramazzare tra le risate degli astanti. Il viandante sollevatosi con fatica guardò incerto e addolorato la fredda ironia dei presenti. Colui che l'aveva fatto cadere balzò in piedi, prese un calice di vino e afferrando con la sinistra il forestiero per i capelli gli premette con la destra l'orlo metallico tra le labbra sanguinanti costringendolo a ingollare la bevanda: dopo di che, scaricatosi nell'atto eroico, si ributtò accanto al fuoco e allungò la mano verso la donna che lo applaudì tra le risa.

Il povero umiliato mosse soltanto le labbra in silenzio mentre i suoi sguardi ritornavano alla strada donde era venuto, e dopo aver girato gli occhi intorno come per chiedere se qualcuno avesse altro da dirgli o da fare, alzò in un gesto misterioso una mano pallida ed entrò nel bosco. Ma prima di scomparire nel buio dei rami si voltò ancora dopo una lotta interiore e tendendo la mano nel gesto di prima disse, senza minacciare, ma in tono profetico: – Chi versa sangue umano, il suo sangue sarà versato. Ma chi versa il sangue di Dio, il suo sangue non asciugherà mai. – E le tenebre del bosco avvolsero il viso e il gesto.

Una risata odiosa scoppiò alle sue spalle, e insieme con la fiamma lingueggiarono i desideri di ebbrezza come se le porte della selva si fossero chiuse per sempre dietro al monito estremo. È vero che la bambina sempre in ginocchio continuava a piangere disperatamente, ma quei singhiozzi aumentavano il piacere di tutte le brame cui le vie consuete avevano tolto vigore e che cercavano sangue e lagrime per sfociare in nuove ebbrezze.

Il viandante non rivela il proprio nome. Parla con le parole del Vangelo, si china sul fiore stroncato e chiama "sorella" la sola creatura che sappia ancora guardarlo senza odio. La folla ripete sopra il suo corpo i gesti della Passione, senza riconoscere colui che ha davanti. Ma il suo monito unisce ormai due ferite: il sangue dell'uomo percosso e quello di Dio che sta per essere versato nel bosco.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 6/9

La vecchia trascinò allora con mani tremanti la piccola piangente verso la notte addentrandosi nel silenzio minaccioso del tetto di fronde, finché l'ebrietà rumorosa le giunse soltanto come un muggito di tori lontani che avidi e selvaggi calpestassero la notte.

Sull'orlo umido di una radura sedettero insieme e guardarono con occhi spalancati la luna che rompeva dalle fosche scogliere degli abeti nella buia notte d'estate. Le pareti della selva si ergevano con la loro mole pesante verso la luce nuova, strade ardenti balenavano nel silenzio e una regione argentea si alzava con lenta magia dalla nebbia senza fondo. Nella luce incerta i caprioli alzavano la testa per afferrare rumori lontani, e attraversavano silenziosi la bianca radura. Le loro ombre sottili e azzurrine pareva scuotessero la rugiada dall'erba notturna.

– Nonna, – sussurrò la bambina – è questo il bosco?
– Sì, cara, questo è il bosco, con la nebbia, coi caprioli e col musco.
– Nonna, domani dovremo morire. Il bosco griderà perché lo percuoteranno come quel forestiero, e nessuno tergerà il sangue. Ma io non voglio, non voglio vedere.
– La maledizione li colpirà – mormorò la vecchia. – Dove prenderanno il legno per la mia cassa e per la croce del mio sepolcro?
– Non voglio vedere – bisbigliò la bimba. – Dove andranno a stare i caprioli e i fiori e l'erba? Io non voglio vedere.

La donna guardò la luna mentre le sue mani fredde cullavano in grembo la testa della piccola. – È venuto da occidente – mormorò – a giudicare i vivi e i morti.

Lontano dai fuochi e dalle grida, il bosco torna a essere ciò che è: nebbia, caprioli e musco. La bambina lo riconosce senza bisogno di comprenderne il mistero. Nei suoi occhi, nel fiore raccolto dal viandante e nella malinconia degli animali si apre ancora quel "vestibolo di Dio" del quale Wiechert parlerà presentando i suoi racconti.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 7/9

La mattina seguente il bosco fu abbattuto. La bambina piangente stava in grembo alla nonna e i vecchi pregavano premendo la fronte nell'erba umida. Il bosco gridava con voce forte e lamentevole. Ma ad un tratto nel vocìo selvaggio che accompagnava il crollo fragoroso del primo albero s'inserì un silenzio lungo e così pauroso che i vecchi inginocchiati alzarono la fronte e il pianto si spense in gola alla bambina. Il silenzio si propagò intorno al bosco da un gruppo all'altro, e tutti si ritrassero dalla bianca superficie dei tagli che spiccava in mezzo al musco verde-scuro. Su quel bianco infatti erano apparse alcune gocce rosse e pesanti che andavano ingrossando e dagli alberi abbattuti scorrevano con lievi guizzi nel musco dove si frangevano scomparendo nel verde intrico. Sui larghi tronconi invece sostavano confluendo come la pioggia sui vetri e formando man mano macchie scure che coprivano il bianco e parevano sangue sull'obliato ceppo di un giustiziere.

Per un po' si udì il respiro del bosco trascorrere calmo nelle fronde e un lontano grido di falco alzarsi lamentoso dal suolo, sicché tutti stettero immobili ad ascoltare quei suoni di una vita ampia e misteriosa come il respiro di un re addormentato. Qualcuno esclamò poi con un singhiozzo: – Sangue... Dio mio, è sangue! – E ancora ritornò il silenzio.

Ma poi tutti levarono un grido bestiale, rauco e inumano, perché sentivano di non poter sopportare quel silenzio, e sbatterono le scuri sulle pozze vermiglie facendosi schizzare addosso le gocciole e vi pestarono i piedi bestemmiando, con la schiuma alle labbra, e allungando le mani per allontanare l'incessante stillicidio che non riuscivano a stagnare e che sgorgava da pulsanti vene invisibili.

Caddero allora in ginocchio urlando di rabbia impotente, pulirono nell'erba umida le mani e il taglio delle scuri e videro che le mani non ritornavano bianche, che le fronti recavano il marchio di Caino, che il sangue sarebbe stato più forte di loro, che uccidevano una cosa viva ed erano segnati per tutta la vita.

La rivelazione è avvenuta: il bosco è vivo e il delitto non può più essere scambiato per lavoro. Ma la verità non salva necessariamente colui che la vede. Quando la colpa riconosciuta non si muta in pentimento, diventa intollerabile; e l'uomo tenta allora di cancellarne la voce moltiplicando i colpi.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 8/9

Come insensati si buttarono allora sul bosco. Le seghe stridettero perché bagnate col sudore della fronte. Con urli rochi si aggrappavano come diavoli alle funi, e appena si udiva il rombo della caduta erano sopra alle vittime inermi e ne strappavano rami e corteccia digrignando i denti perché il corpo schiantato più non gridava e non era caldo né guizzava o rantolava nel dolore della morte.

Senza voltarsi indietro divoravano la foresta come belve intorno alla carne fumante, ma sapevano che dietro a loro il sangue stillava adagio e continuo e che il musco si arrossava e la terra di Dio si dissanguava.

Non si udivano più grida di gioia, facezie, risate. Le donne stavano accovacciate davanti ai fuochi spenti e guardavano la luce rosea che inondava il deserto o strofinavano inconsciamente le mani contro le vesti, sussultando ad ogni grido che veniva dal bosco morente.

La notte scese sotto quello stesso cielo minaccioso e trapassò lenta e pesante nel nuovo giorno. E in quelle ore altro non si udì che il gemito profondo della gente sfinita e lo sgocciolio che empiva il bosco, arrossava la rugiada e velava l'alba di riflessi sanguigni.

La mattina un campo rosso si stendeva fra le tende e il bosco. Il sangue scorreva senza posa. Gli uomini stettero a lungo sul margine della terra vermiglia sentendo ciascuno la vicinanza dell'altro come un tremito nella mano convulsa. Non fu caso se levarono un grido unanime e come un sol uomo alzarono le scuri, quando il babbo della bambina piangente alzò il piede sopra il rigagnolo sanguinoso accompagnando l'atto con una volgare facezia. E quando sotto i loro pugni il corpo di lui fu tutto sangue fumante, essi barcollando e cercando nuova morte, attraversarono l'erba intrisa che lasciava spietatamente il segno e assalirono la selva come il giorno prima a guisa di maledetti, incapaci di spegnere la sete che bruciava loro l'anima spenta.

E il sangue continuò a scorrere di giorno e di notte e a gocciolare come un veleno pernicioso nelle vene degli uomini di modo che il sonno lievitava, la follia penetrava negli occhi e li spingeva ad abbattere gli alberi con le mani sanguinanti, giorno e notte, per condurre a termine l'opera spaventosa.

Fino alla caviglia, infatti, guazzavano nel sangue quando uscivano dalle tende, e da mattina a sera una nube biancastra e sempre viva sopra il campo della morte saliva, quasi respiro cocente, da una piaga sanguinante.

Ora, afferrando il manico viscoso della scure, taluni piangevano mentre altri sobbalzavano di notte levando disperatamente le braccia e gridando in modo disumano scendevano nella pianura i cui fuochi mandavano un fumo tetro.

Così il cerchio della morte si stringeva intorno alla foresta. E una sera udirono dalla parte opposta i colpi delle scuri e lo stridere delle seghe e i tonfi dei tronchi abbattuti. Ma pur non udendo alcun suono umano, capirono che anche là scorreva il sangue.

Allora l'orrore li schiantò. Dietro a loro salirono le nebbie dalla terra buia, e gli alberi rovesciati balenarono come cadaveri attraverso quel velo ondeggiante. Il silenzio seppellì la morta foresta e dilagò in cerchi rossastri sopra la terra. Soltanto lo stillicidio su gambi e foglie percoteva col suo martellio le fronti e i cuori. Tutti si tapparono le orecchie coi pugni e presa la fuga strisciarono come bestie ferite sopra il musco, lanciando grida folli quando i gambi oscillanti e umidi li sfioravano. E si abbandonarono presso le tende premendo il viso contro la tela bianca, inorriditi del proprio corpo che non poteva sfuggire al tormento del sangue.

La distruzione non li ha liberati. Il sangue che volevano cancellare è ormai fuori e dentro di loro, e il bosco morente li tiene prigionieri della colpa. Nel silenzio sopravvenuto, i carnefici non attendono più la fine dell’opera, ma una parola o un gesto che possa liberarli dal proprio tormento.

La leggenda dell'ultimo bosco
Testo : 9/9

E così giunse l'ora. La bambina alzò la testa dal grembo della nonna e si alzò come librandosi su un paio d'ali. Tese la mano verso il bosco come allora e come allora esclamò con labbra tremanti: – Nonna, eccolo che viene!

I visi tormentati si alzarono con la speranza dei condannati per sentir la parola che fendesse il silenzio, per guardare la mano che indicasse la liberazione dalla morte. La folla, in ginocchio come risorta dalla notte del sepolcro, fissò gli occhi nel miracolo apparso sulla sera.

Dal buio portone delle macchie folte uscì attraverso la nebbia, sul terreno insanguinato, un lungo e vario corteo, mosso ma solenne ad un tempo: erano gli animali della foresta che abbandonavano l'ultima dimora. E una luce commovente avvolse quella migrazione silenziosa di creature mute che si separavano dall'uomo per sempre. V'erano migliaia di gambe accalcate e migliaia di ali remiganti in tumulto, e le volpi seguivano i caprioli, i ghiri le nere talpe. Ma quel passaggio non aveva nulla di ridicolo, quella morbida folla di bestie non faceva rabbrividire gli uomini: era soltanto la serietà dolorosa di fronte a un grande fenomeno, l'intuizione angosciata dell'insolito distacco.

E in testa al grande silenzio camminava il viandante venuto da occidente. Alla sua destra e alla sinistra camminavano due cervi giganti, e le sue braccia erano posate sulle alte corna. Il suo viso malmenato mostrava ancora il sangue, e sulle palme delle mani appariva visibile a tutti una ferita rossa come uno strappo fatto con le unghie donde stillava il sangue.

Come a un richiamo, tutti alzarono le mani, e con gesto unanime di indicibile terrore indicarono i piedi nudi del viandante. E tutti, tutti videro che quei piedi erano bianchi e puri benché camminassero sul campo insanguinato, come puri e immacolati erano i piedi di tutte le bestie.

Tutti chinarono allora la fronte di Caino nell'erba arrossata, e il loro dolore trovò sfogo in un lungo lamento che ondeggiò nella sera silente. E si torsero le mani e si trascinarono in ginocchio sulle orme degli animali chiedendo l'elemosina di un'unica occhiata misericordiosa. Fin nel respiro delle creature affondarono la fronte, lanciando parole folli ai partenti: – Non ve ne andate! Non lasciateci! Portate via il sangue! Non abbandonateci soli nella nostra terra!

Ma era come parlare al vento, perché il respiro degli animali passava sopra loro come una nuvola e il lume di tutti gli occhi era rivolto alla lontananza, al di là della pianura.

Così la corrente di vita calda sfuggiva loro di mano inesorabilmente, perdeva colore e contorni, si confondeva col grigiore della strada scendente dal colle e poté infine distinguersi soltanto dalla figura del viandante che s'immergeva nella striscia di fuoco all'orizzonte, allargando le braccia a guisa di crocifisso, con le mani aggrappate alle corna dei due cervi come a un groviglio di spine.

Infine soltanto la testa rimase visibile come in un disco di fuoco, e anch'essa sprofondò dentro la linea del tramonto.

La bambina alzò convulsamente le braccia sopra i colpiti e disse con la sua voce infantile prossima a spegnersi: – Ora siamo maledetti per tutta l'eternità!

E nel profondo ultimo silenzio il sommesso stillicidio riprese nel bosco sanguinante.

* * *

Il castigo non viene dal cielo. Nessun fulmine colpisce i colpevoli, nessuna forza sovrumana restituisce la vita agli alberi. Accade qualcosa di più silenzioso e forse più terribile: il viandante e gli animali si allontanano. La «corrente di vita calda» si ritira dal mondo umano e lascia gli uomini soli nella terra che essi hanno voluto interamente per sé.


Avevano deciso di abbattere il bosco perché non lavorava e non dava frutto. In una civiltà dominata dalla necessità, l'esistenza di qualcosa che non possa essere convertito in «cibo, oro, energia» appare come un'offesa. Il bosco custodisce bellezza, quiete e santità, ma nessuna di queste realtà può essere pesata, accumulata o bruciata per imprimere nuovo movimento alla ruota d'acciaio. La sua gratuità è precisamente ciò che lo condanna.

📌 Sarebbe tuttavia ingiusto separare questa fame di utilità dal dolore storico dal quale nasce. I racconti del Carro d'argento furono concepiti negli anni successivi alla Grande guerra, quando la Germania portava insieme il lutto della carneficina, il peso della sconfitta e lo smarrimento prodotto dalla caduta dell'Impero. Anche il mondo della leggenda viene dopo una guerra. I suoi abitanti non sono uomini appagati che distruggono per un capriccio, ma creature chiuse nelle case di pietra, asservite a una vita dura e sospinte da bisogni estremi. Vista così, la loro violenza è ancora più inquietante. La sofferenza non li ha resi misericordiosi: ha generato in loro il desiderio di vedere prostrato ciò che ancora si erge. Il bosco diviene il capro espiatorio di un'umanità umiliata: è alto mentre gli uomini camminano curvi, libero mentre essi si sentono schiavi, regale mentre il loro mondo ha veduto cadere i re, antico mentre ogni certezza del passato sembra essersi dissolta. Abbattendolo, credono di abolire la testimonianza vivente della propria diminuzione.

La scure restituisce così al vinto un'effimera coscienza di forza. Ma è una forza sterile, capace di manifestarsi soltanto mediante la distruzione. Il desiderio che «non ci sarebbe stato più nulla di alto, di vivo e diverso» contiene già l'essenza della folla: non elevarsi verso ciò che la supera, ma trascinarlo nella propria desolazione; non liberarsi dalla schiavitù, ma rendere schiavo o morto tutto ciò che ne è ancora immune.


Wiechert trasforma questa violenza in un rito rovesciato. La marcia verso il bosco sembra da lontano una crociata; le lame delle seghe ondeggiano come croci; il popolo si prepara come per una festa e celebra «il primo assassinio pubblicamente consacrato» della terra che lo ha nutrito. Ma quanto più il corteo si avvicina, tanto più l'apparenza sacrale si dissolve. I pellegrini sono la schiera venuta a catturare il Redentore e gli strumenti portati sulle spalle non annunciano la salvezza, bensì la crocifissione della vita.

📌 Il viandante venuto da occidente rende manifesto ciò che fino a quel momento era rimasto celato nelle immagini. Le allusioni evangeliche ne disegnano gradualmente il volto: il granello di senape, il pianto sulla città eterna, il fiore baciato, il calice premuto sulle labbra, le mani ferite, la figura che si allontana con le braccia distese come sopra una croce. Egli è insieme viandante, profeta e Redentore; ma torna fra gli uomini dentro una creazione condannata, quasi per mostrare che la Passione non si è conclusa una volta per sempre e che ogni vita percossa rinnova il sangue del Golgota.

Per questo la sua profezia distingue fra due colpe: «Chi versa sangue umano, il suo sangue sarà versato. Ma chi versa il sangue di Dio, il suo sangue non asciugherà mai». Il bosco appartiene alla vita divina non perché sia esso stesso una divinità, ma perché reca in sé il segno del Creatore. Ferirlo significa colpire una presenza che non è possesso dell'uomo e della quale l'uomo stesso fa parte.


Quando il sangue appare sui tronchi recisi, non accade dunque un prodigio estraneo alla realtà del racconto. Diventa visibile ciò che la folla aveva rifiutato di vedere: gli alberi non erano materia morta, ma una vita ampia e misteriosa. Il sangue non crea la colpa; la rivela.


Qui l'autore tocca uno dei punti più oscuri della coscienza umana. Gli uomini vedono, comprendono e nondimeno continuano. Anzi, proprio la rivelazione li spinge a infierire con maggior rabbia. Finché potevano considerare il bosco una riserva di legname, restava loro il riparo dell'accecamento; dopo la comparsa del sangue, ogni colpo diventa deliberato. Ma ammettere la verità significherebbe arrestarsi, confessare il delitto e rinunciare alla propria innocenza. È allora più facile tentare di distruggere la voce che accusa.

📌 È a questo punto che si compie la prima parte del monito pronunciato dal viandante: «Chi versa sangue umano, il suo sangue sarà versato». L’uomo che alza il piede sopra il rigagnolo sanguinoso accompagnando il gesto con una volgare facezia è infatti il padre della bambina, lo stesso che per primo aveva percosso il forestiero e fatto scorrere il suo sangue. Per questo Wiechert avverte che «non fu caso» se la folla si levò come un sol uomo contro di lui. Colui che aveva colpito viene ora colpito e il suo corpo diviene a sua volta «tutto sangue fumante».
Non è tuttavia una giustizia consapevole, né il principio di un ravvedimento. L’uomo diventa la vittima espiatoria sulla quale gli altri scaricano per un istante la colpa e il terrore comuni. La sua facezia rende improvvisamente visibile, nella forma più oscena, la bestemmia commessa da tutti: egli tenta ancora di irridere quel sangue quando nessuno è ormai capace di negare che il bosco sia vivo. Massacrandolo, la folla punisce in lui anche se stessa, ma senza confessarlo e quindi senza purificarsi.
La prima parte della profezia trova così il proprio compimento; la seconda continua invece ad avverarsi sotto gli occhi di tutti: «Ma chi versa il sangue di Dio, il suo sangue non asciugherà mai». Subito dopo il pestaggio, infatti, gli uomini attraversano il rigagnolo «barcollando e cercando nuova morte» e tornano ad assalire la foresta. Il sangue umano ha chiamato altro sangue umano; quello del bosco, invece, continua a scorrere, perché nessuna nuova violenza può espiare la ferita inferta alla creazione.

Il sangue si propaga dai tronchi agli uomini. Prima macchia le scuri e le mani; poi imprime sulle fronti il segno di Caino; infine penetra nelle vene, avvelena il sonno e genera altro sangue. La violenza non può più distinguere fra uomo e albero, perché, dopo avere negato la sacralità di una vita, ha smarrito il fondamento che protegge tutte le altre.


Il bosco diviene così una seconda carneficina dopo quella della guerra. L'Europa aveva appena veduto milioni di uomini trasformati in numeri, corpi, forza da impiegare e consumare; nella leggenda, la medesima ragione strumentale viene applicata alla terra. Non è necessario supporre una consapevole equivalenza allegorica. È sufficiente riconoscere che l'autore scriveva dopo aver conosciuto un mondo nel quale la vita era stata subordinata alla macchina e il sacrificio degli esseri viventi giustificato dalla necessità.


Eppure non tutto il genere umano ha perduto la capacità di vedere. Restano i vecchi, depositari impotenti della memoria, e rimane soprattutto la bambina. Gli uni ricordano il bosco dell'infanzia, ma non possiedono più la forza per difenderlo; l'altra appartiene alla generazione cresciuta senza fiabe, e tuttavia riconosce immediatamente il viandante, piange sul fiore calpestato e domanda dove andranno i caprioli, l'erba e il musco.

📌 La bambina non formula una dottrina della natura. Dice soltanto: «Io non voglio vedere». Nelle sue parole non vi è cecità, ma il dolore di chi ha già veduto l'essenziale. Seduta nella radura, impara dalla nonna che il bosco è proprio quella comunione di nebbia, animali, vegetazione e silenzio che gli uomini della pianura non sanno più nominare. In quel momento si comprende pienamente la frase di Della vita irrequieta: «Gli occhi di un bambino o il fiore di un giglio o la malinconia di un animale possono essere il vestibolo di Dio».

Il vestibolo, tuttavia, viene distrutto. Ed è questo a distinguere la leggenda da una narrazione di morte e rinascita. Wiechert scrive che, quando una vita sicura si spezza, possono apparire «l'uomo nuovo, l'arrivo alla grazia o l'abbandono nella morte». Agli uomini del bosco la grazia si presenta due volte: dapprima nel viandante umiliato, poi nel sangue che rende riconoscibile il delitto. Entrambe le volte essi la respingono. La frattura non genera l'uomo nuovo, ma porta all'abbandono.


L'ultima migrazione non è pertanto una semplice fuga degli animali privati della loro dimora. È la separazione della creazione dall'uomo. Le volpi seguono i caprioli, i ghiri le talpe; predatori e prede procedono insieme, ricomposti in una pace dalla quale soltanto l'umanità si è esclusa. I loro piedi e quelli del viandante restano immacolati sul terreno insanguinato, mentre i colpevoli non riescono più a ripulire le mani. L'innocenza attraversa il sangue senza esserne contaminata; la colpa, invece, non può sottrarsi alla macchia che porta dentro di sé.


Gli uomini implorano gli animali di non andarsene, ma ormai il lume dei loro occhi è rivolto altrove. Non c'è vendetta nel corteo, e neppure disprezzo. C'è qualcosa di più irrevocabile: il distacco. Avendo considerato la natura un oggetto posto interamente a propria disposizione, gli uomini ottengono infine un mondo che appartiene soltanto a loro. Ma quella conquista coincide con la più assoluta delle privazioni.


La frase pronunciata dalla bambina – «Ora siamo maledetti per tutta l'eternità!» – non annuncia una pena inflitta dall'esterno. La maledizione è già compiuta: consiste nel rimanere soli dopo aver scacciato tutto ciò che poteva ancora condurre oltre l'uomo. La terra non è stata soltanto privata degli alberi e degli animali; è divenuta un luogo dal quale il divino si ritira.


Resta il sangue. Continua a stillare nel «profondo ultimo silenzio», perché il delitto contro la vita non può essere cancellato insieme alla sua vittima. Gli uomini potranno consumare il legno, estrarne cibo, oro ed energia, far girare ancora per qualche tempo la ruota d'acciaio. Ma sotto il movimento della macchina rimarrà quel suono sommesso, ritmico e inestinguibile.


È il sangue del bosco. È il sangue degli uomini già caduti nella guerra. È la ferita della creazione e, insieme, quella che l'uomo ha aperto dentro di sé. La leggenda termina quando non vi è più nulla da abbattere. Ma lo stillicidio continua.

[ddf, viii-2026]