Giustizia è fatta!

Pinocchio davanti alla legge

uella del carcere "per i galantuomini" è una delle pagine più feroci e meno citate di tutto il Pinocchio di Carlo Collodi (1826-1890), proprio perché non appartiene al registro dell'eccezionale o del gotico, ma a quello – terribilmente riconoscibile – della giustizia ordinaria. Siamo nel capitolo XIX del romanzo, e il burattino, derubato dal Gatto e dalla Volpe, si rivolge fiducioso alla legge. Il giudice, uno scimmione con la barba bianca, emblema di una legalità che è già, per natura, parodia di se stessa, dopo aver ascoltato il racconto, emette la sentenza più assurda e più vera: "Questo povero diavolo è stato derubato. Dunque, in prigione!". E Pinocchio viene incarcerato non perché colpevole, ma perché vittima. ✦

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XIX. Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro e, per castigo, si busca quattro mesi di prigione*
Testo : 1/1

[...] Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non c'erano più.
Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo d'una flussione d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione.
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappacitrulli, avendo riportato una bella vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io – disse Pinocchio al carceriere.
– Voi no, – rispose il carceriere – perché voi non siete del bel numero...
– Domando scusa; – replicò Pinocchio – sono un malandrino anch'io.
– In questo caso avete mille ragioni, – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.
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* Carlo Collodi. Le avventure di Pinocchio: storia di un burattino. Firenze, Paggi, 1883, cap. XIX.

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In questo capitolo, Collodi compie un gesto di lucidità spietata. Non descrive una giustizia corrotta nel senso romanzesco del termine; descrive qualcosa di peggio: una giustizia coerente, che funziona secondo una logica interna impeccabile.

Il colpevole, il furbo, il predatore, restano liberi. Il derubato, l'ingenuo, chi "non ha saputo stare al mondo", viene punito. La legge non protegge l'innocente: sanziona l'inadeguato.

Pinocchio resta in carcere quattro mesi. Un dettaglio apparentemente neutro, ma narrativamente crudele: il tempo non ha funzione educativa, non redime, non chiarisce. È tempo morto, tempo sottratto alla vita.

La liberazione avviene solo grazie a un'amnistia generale, concessa per "liberare tutti i malandrini". E il carceriere, con perfetta coerenza, si accorge dell'errore: Tu non sei un mascalzone, dunque rientra in prigione! E Pinocchio riesce a uscire solo dichiarandosi canaglia. È uno dei passaggi più vertiginosi dell'intero libro: per essere liberi, bisogna rinnegare la propria innocenza.

Questa scena non è una parentesi comica: è una satira sociale durissima, figlia dell'Italia postunitaria, della burocrazia, dei tribunali, dell'idea che la legge non sia giusta, ma autoreferenziale.

🔎 Note testuali

E scava, scava, scava: la prima cosa che colpisce è l'accanimento fisico di Pinocchio nello scavare la terra alla ricerca dei suoi zecchini d'oro. Non è un gesto simbolico astratto: è concreto, ostinato, infantile e disperato insieme. Collodi insiste sullo "scava, scava, scava" fino all'iperbole del pagliaio che ci starebbe ritto dentro. È una fatica inutile, ma soprattutto è una fiducia cieca nella causalità: se ho fatto ciò che mi è stato detto, il mondo deve rispondere. Quando la realtà smentisce questa logica elementare, Pinocchio non dubita del sistema, ma di se stesso. È già pronto, psicologicamente, a subire l'ingiustizia successiva.

andò difilato in tribunale: il tribunale arriva subito dopo, senza transizioni: come se la legge fosse il naturale prolungamento di quello scavo fallito. Anche qui, Pinocchio agisce correttamente: va "difilato", racconta "per filo e per segno", fornisce nomi, cognomi, connotati. È un comportamento irreprensibile, quasi scolastico. Collodi insiste su questa correttezza proprio per renderne insopportabile l'esito.

Il giudice era uno scimmione: la scena del giudice è costruita con un'abilità teatrale finissima. Lo scimmione non solo ascolta, ma partecipa emotivamente: si intenerisce, si commuove, mostra benignità. È un dettaglio decisivo, perché esclude qualsiasi lettura semplicistica. Non siamo davanti a un potere cinico o crudele. Siamo davanti a un potere che prova sentimenti, ma che li tiene rigorosamente separati dall'atto del giudicare. L'emozione non incide sulla decisione: è una parentesi inoffensiva, quasi decorativa.

allungò la mano e suonò il campanello: il campanello segna il passaggio dalla narrazione alla procedura. Da quel momento, le parole non contano più. Entrano in scena i can mastini vestiti da giandarmi: animali feroci, ma perfettamente integrati nell'apparato statale. Anche qui Collodi è chirurgico: non servono uomini, servono funzioni. Il linguaggio della sentenza è di una chiarezza agghiacciante, perché perfettamente logico: è stato derubato → dunque prigione. Il "dunque" è il vero colpo di genio: suggella una deduzione impeccabile all'interno di un sistema malato.

rimase di princisbecco e voleva protestare: il silenziamento di Pinocchio – la bocca tappata "a scanso di perditempi inutili" – è un altro dettaglio micidiale. Non si reprime la protesta perché falsa o pericolosa, ma perché inutile. La parola non serve più a nulla. La giustizia ha già parlato. (tosc. di princisbecco: di sorpresa, di stucco, di sasso).

E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: i quattro mesi di carcere non sono una pena educativa: sono un tempo vuoto, sospeso, privo di senso. E quando arriva la liberazione, arriva nel modo più beffardo possibile: come effetto collaterale di una festa imperiale. La giustizia non corregge se stessa; semplicemente si distrae. Le carceri si aprono non per equità, ma per spettacolo.

sono un malandrino anch'io: il dialogo finale col carceriere è uno dei momenti più amari dell'intero libro. Il criterio non è la colpa reale, ma l'appartenenza a una categoria. Pinocchio capisce immediatamente la regola del gioco e si adegua: si dichiara malandrino. Il carceriere lo saluta "rispettosamente": gesto che suggella la vittoria completa del sistema. L'innocente recupera la libertà solo quando rinuncia a essere tale. È una scena che non concede appigli morali facili. Non c'è redenzione, non c'è crescita, non c'è apprendimento positivo. C'è solo una lezione implicita, durissima: per sopravvivere, bisogna imparare a mentire su se stessi nel linguaggio del potere.

👉 Anticipazione di caratteri kafkiani

Quando si parla di una possibile "anticipazione kafkiana" in Pinocchio, non si allude a un'influenza diretta né a un gioco di analogie superficiali. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più inquietante. In questa celebre scena del giudice scimmione, Collodi mette in atto una rappresentazione della legge che coincide sorprendentemente con la logica profonda che governerà, qualche decennio più tardi, l'universo narrativo di Franz Kafka (1883-1924).

Pinocchio si rivolge al tribunale perché è stato derubato. Il gesto è ingenuo, ma non irrazionale: presuppone che la legge serva a ristabilire un ordine violato, a distinguere il colpevole dall'innocente. È proprio questa supposizione a rivelarsi fatale. Il giudice non contesta il racconto, non dubita dei fatti, non cerca prove alternative: ascolta e, sulla base di quanto ascoltato, emette una sentenza che appare assurda solo a chi conserva un'idea "morale" della giustizia. Essere stati derubati equivale, nella logica del sistema, a dimostrare la propria inadeguatezza. La pena non colpisce il crimine, ma la vulnerabilità. La legge non protegge chi subisce il torto: sanziona chi non ha saputo evitarlo.

È esattamente questo slittamento che rende la scena straordinariamente moderna. Anche nel mondo kafkiano, a partire dal Il processo, la colpa non precede il giudizio: nasce dal fatto stesso di essere sottoposti alla macchina giudiziaria. Josef K. non viene processato perché colpevole; diventa colpevole perché processato. Allo stesso modo, Pinocchio non viene incarcerato perché ha commesso un reato, ma perché il suo racconto lo colloca, suo malgrado, nella categoria sbagliata: quella dei deboli, degli sprovveduti, di coloro che non "sanno stare al mondo".

Ciò che rende questa pagina di Pinocchio particolarmente inquietante è il tono con cui tutto avviene. Non c'è indignazione, non c'è ribellione, non c'è scandalo. L'assurdo è trattato come ordinaria amministrazione. Nessun personaggio mette in discussione la sentenza; nessuno avverte la necessità di spiegare o giustificare l'ingiustizia. È lo stesso clima che si respira nei tribunali di Kafka, dove l'opacità delle procedure non è un errore da correggere, ma la condizione stessa del funzionamento della legge. La giustizia non cerca la verità: si limita a classificare, archiviare, smistare.

Il dettaglio dell'amnistia porta questo meccanismo a una chiarezza quasi crudele. Pinocchio viene liberato non perché innocente, ma perché l'amnistia è riservata ai "mascalzoni". Quando il carceriere si accorge che il burattino non rientra nella categoria giusta, è pronto a rimandarlo in prigione. L'unica via di uscita consiste allora in una confessione paradossale: dichiararsi colpevole per poter essere assolto. Non importa che la colpa sia reale; importa che sia funzionale al linguaggio del sistema. È un passaggio che lo scrittore praghese renderà tragicamente assoluto: nei suoi testi, l'interiorizzazione della colpa non libera, ma divora l'individuo fino alla fine.

Il nostro autore, tuttavia, compie un gesto ancora più scomodo, perché lascia intravvedere una possibilità di salvezza che è moralmente devastante. Il burattino esce dal carcere, ma lo fa rinnegando la propria innocenza. La legge non lo redime: lo costringe ad adattarsi, a parlare la sua lingua, ad accettare una menzogna su se stesso pur di tornare alla vita. È una lezione che non ha nulla di pedagogico e che spiega bene perché questa pagina venga spesso ricordata poco o male. Non insegna a essere buoni; insegna a capire che, in certi mondi, essere innocenti è una colpa.

In questo senso, la scena del giudice scimmione non è un semplice episodio satirico, ma una vera e propria prefigurazione narrativa di quel paesaggio morale in cui Kafka si muoverà con sistematicità e disperazione. Pinocchio, sotto la maschera della fiaba, osa dire ciò che la modernità faticherà a confessare apertamente: che la legge può funzionare perfettamente e, proprio per questo, essere radicalmente ingiusta.

🔎 Figure d'autorità

Il giudice è uno scimmione della razza dei Gorilla, descritto con una minuzia che non è mai neutra. La lunga caratterizzazione – la grave età, la barba bianca, gli occhiali d'oro senza vetri, la flussione agli occhi – non serve a colorire la scena: serve a fondarla simbolicamente.


Quel giudice è rispettabile, autorevole, "grave". Porta tutti i segni esteriori della saggezza e dell'autorità. Ma gli occhiali senza vetri sono una delle invenzioni più velenose di Collodi: non indicano semplicemente una vista debole, bensì una cecità istituzionalizzata. Il giudice vede, ma non guarda; giudica, ma non distingue. La sua infermità (infiammazione oculare cronica) non è un limite personale: è la condizione stessa della funzione che esercita.

Questo dettaglio rende ancora più solida l'idea di un'anticipazione kafkiana. La legge, qui, non è cieca nel senso classico (imparziale), ma cieca nel senso patologico: affetta da una flussione cronica che le impedisce di mettere a fuoco la realtà. Gli occhiali, simbolo di razionalità e discernimento, diventano puro ornamento: un simulacro di visione che non corregge nulla. È un'immagine che Kafka avrebbe potuto firmare senza cambiare una virgola.

Il fatto che il giudice sia uno scimmione – e non un uomo – non attenua la critica, la rende anzi più spietata. Non siamo davanti a una caricatura grottesca nel senso comico; siamo davanti a una animalizzazione del potere, che suggerisce come la giustizia, pur rivestita di forme solenni, risponda a meccanismi istintivi, automatici, quasi biologici. Il gorilla non è crudele, non è sadico: è semplicemente incapace di uscire dal proprio schema.

In questo quadro, la sentenza contro Pinocchio acquista un rigore glaciale. Il giudice non sbaglia perché malvagio o corrotto, ma perché perfettamente adeguato al ruolo che ricopre. La sua vista malata, gli occhiali vuoti, la gravità senile: tutto concorre a costruire una figura di autorità che funziona proprio mentre fallisce. È lo stesso paradosso che regge il mondo kafkiano: l'ingiustizia non nasce dall'arbitrio, ma dalla normalità.

Anzi, se vogliamo dirla fino in fondo, Collodi qui è persino più crudele di Kafka. Quello dissolve l'autorità in un labirinto astratto, questi le dà un corpo, una barba, una malattia agli occhi. La rende tangibile. E, così facendo, suggerisce che il problema non è un sistema lontano e metafisico, ma qualcosa che ci guarda – o mostra di guardarci – dall'alto di un banco di tribunale, con occhiali inutili sul naso.

📌 La cecità istituzionalizzata non è un effetto collaterale della scena: è il suo nucleo concettuale. La giustizia come vista malata, come funzione che giudica proprio perché non vede, è una delle immagini più intelligenti e più feroci mai offerte dalla letteratura italiana a chi abbia voglia di leggerla davvero.
In Collodi, nulla di quella descrizione è decorativo. Lo scimmione giudice non è cieco per caso, né porta occhiali senza vetri per semplice bizzarria grottesca. Quegli occhiali sono il segno visibile di una funzione che ha smesso di vedere, ma che continua a giudicare come se vedesse. La flussione agli occhi, cronica e incurabile, dice che non si tratta di un errore momentaneo, bensì di una condizione strutturale: la giustizia, come è organizzata, non può vedere meglio di così.
È qui che Collodi è straordinariamente moderno. Non denuncia una giustizia ingiusta perché corrotta o malvagia; denuncia qualcosa di più inquietante: una giustizia che opera secondo regole corrette, con figure autorevoli, con riti e simboli riconoscibili, ma che ha perduto il contatto con la realtà concreta delle vite che giudica. La cecità non è un difetto dell'uomo, è un requisito dell'istituzione. Per questo le lenti non servono: gli occhiali vengono indossati solo per segnalare che si sta "guardando", non per guardare davvero.
In tal senso, la condanna di Pinocchio non è un abuso, ma una conseguenza logica. Il sistema non punisce l'ingiustizia subita, perché non è progettato per riconoscerla. Punisce invece ciò che riesce a classificare: la debolezza, l'ingenuità, l'inadeguatezza. Essere derubati significa aver fallito una prova implicita di competenza sociale. La legge, cieca ma attiva, registra il fallimento e lo sanziona.
Si capisce allora perché questa pagina abbia una forza così duratura. Collodi trasferisce al lettore un'intuizione scomoda: la giustizia non è cieca perché imparziale, ma perché non può permettersi di vedere troppo. Vedere davvero significherebbe riconoscere l'unicità dei casi, l'asimmetria delle forze, l'ingiustizia strutturale; e questo manderebbe in crisi l'intero meccanismo.
La cecità, dunque, non è un limite da correggere, ma una condizione di funzionamento. Come nel mondo kafkiano, la legge non ha bisogno di comprendere per esercitarsi; le basta applicarsi. Collodi lo dice con l'arma più sottile che possiede: una figura apparentemente fiabesca, uno scimmione rispettabile, che giudica senza vedere e proprio per questo giudica senza esitazione.
È una lezione che Pinocchio consegna quasi di nascosto, come se temesse che fosse presa troppo sul serio. Ma chi la vede, difficilmente riesce poi a dimenticarla.

Bibliografia

[ddf, i-2026]