Il lanciatore di giavellotto
💬 Dalla metà di ottobre, con la mattina che batteva più bianca alla finestra e con il rumore del fiume ormai dentro casa, la nuvola e il fico erano diventati un riferimento fisso per Damiano Possanza. Mentre si preparava per la nuova giornata, la matassa grigiastra che si opponeva al sole e la macchia verde dell'albero occupavano la sua vista e il suo pensiero.
La nuvola era ferma sulla foce ormai da qualche giorno, sempre alla stessa altezza, uguale di forma e di colore fino al tramonto, quando si incendiava; e alla sera, quando si spegneva in un bianco di cenere. Anche di notte la nuvola premeva sul varco del fiume, tra le fiancate nere dei monti.
Il portamento del fico era tutto espanso già dall'alba, metà verde e metà giallo sopra il muro di cinta, contro la collina e il bordo della nuvola dall'altra parte del fiume. Per l'effetto dei due colori delle foglie sembrava che di continuo si sovrapponesse a se stesso.
Aveva ben scelto Possanza il getto di un fico sultano e bene anche il sito e la terra dove piantarlo e le correnti cui affidarlo, allo scopo di ricordare e di accompagnare rigogliosamente la nascita e la crescita del primo nipote, quello che per tradizione doveva rinnovare il suo nome.
Adesso il piccolo Damiano e il fico compivano nove anni, entrambi in buona salute. Il nipote era ai primi giorni di scuola e usciva di casa prima di lui dopo averlo ammirato per un momento sbarbarsi alla finestra con il rasoio a mano libera, il pennello soffice di tasso, il vasetto colmo di schiuma odorosa di mandorla. Per salutarlo gli toccava la cintura che gli scendeva aperta sui fianchi e dopo sbatteva la porta di casa senza riaccompagnarla, con un colpo da uomo.
La nuvola fluttuava e il suo riflesso lambiva la ringhiera della scala.
Il fico continuava il gioco di rincorrersi con i rami diversi finestra per finestra: quella della cucina era socchiusa e la nuora illuminava il raggio che ne veniva con la vestaglia rosa di cittadina. I suoi colpi maldestri sulle stoviglie e sull'acquaio cadevano uno dietro l'altro con uno strano accanimento, tra il richiamo e il canto.
Possanza evitava di guardare quella bellissima donna discinta, con tutto il collo e le braccia nude, con il petto che si muoveva sotto il lucido della camicia. Andava di proposito a dare uno sguardo alla piccola Lavinia, la nipote, ancora dentro la culla in fondo al letto dei genitori. Ma oltre al conforto della tenerezza di quel sonno, gli toccava di raccogliere, anche se evitava di sapere se volontariamente o no, la visione del letto disfatto, più basso dalla parte della sposa e un profumo che l'avrebbe accompagnato a lungo, fino a mischiarsi anche nel tatto con quello della creta che lavorava.
La casa ammodernata da meno di dieci anni, in previsione delle nozze del figlio, era piccola, appena sufficiente ad accogliere la famiglia.
Di notte la parete della sua stanza era animata dai rumori della stanza accanto. Era costretto a leggere in questi rumori un romanzo pieno di immagini e di vuoti, che mutavano in modo sempre più insinuante. Era interrogato anche dal silenzio, dal suo peso e dalla sua durata.
Uno sbaglio capitale era stato quello di costruire un solo bagno; adesso pieno di segnali promiscui, di indumenti, di saponi e di boccette che il suo senso non poteva più distinguere e ordinare. Seguiva da tempo il principio di usare il bagno solo di notte o a metà giornata: il più lontano possibile dal passaggio degli altri. Ma l'ultima alla sera, a rinchiudervisi dentro, era proprio la nuora.
Possanza uscì quella mattina senza nemmeno prendere il caffè per evitare di entrare in cucina, vicino alla donna, e si diresse verso la fornace pensando alla nuova serie di cocci che doveva preparare. Si concentrò sull'immagine di piatti più piccoli, con una nuvola al centro, uno per uno come un brano di quel cielo autunnale che l'accompagnava, sbiadito ma terso; i vasi e i tegamini con le foglie di fico sull'orlo, da sentirne il profumo a guardarli. Era un maestro artigiano, quasi un artista, e come tale doveva vivere e salvarsi.
✦ Paolo Volponi. Il lanciatore di giavellotto. Einaudi, 1981
Prima ancora che accada qualcosa, è l'aria a cambiare. La nuvola, il fico, il fiume, le stanze troppo vicine, i rumori oltre la parete, gli oggetti lasciati nel bagno comune: tutto esce lentamente dal proprio posto per assumere un significato nuovo. Ciò che fino a ieri apparteneva alla serenità della casa diventa una domanda, un'inquietudine, una tentazione da aggirare senza riuscire a evitarla. Anche il lavoro delle mani cerca allora un rifugio, trasformando la creta in nuvole e foglie, quasi che la bellezza possa ricondurre a ordine ciò che dentro si va confusamente risvegliando. Sotto la superficie, come l'argilla che attende il forno, qualcosa sta già cambiando forma.