i sono pagine di bella letteratura, magari non molto frequentate, che costan poco, che richiedono un minimo d'applicazione, ma che dopo averle lette – o meglio sarebbe dire, assaporate – ti ripagano con una calda gioia interiore, un senso di gratificazione e di tenerezza che solo ti spinge a rammaricarti di non averci incespicato prima.
È il caso di queste tre scenette, o raccontini, di Carlo Dossi (1849-1910), bozzetti di bambini – al pari di altri ancora da lui composti – «tirati giù da un niente e tratti in pagine indimenticabili» (come ebbe a lodarli Benedetto Croce). ✦
1. Le caramelle è un bozzetto scapigliato celebre per la sua capacità di catturare la spontaneità infantile. Il racconto narra in modo toccante l'incontro tra tre bambini e un bottegaio avaro, evidenziando il contrasto tra la purezza dei piccoli e la cinica grettezza del mondo adulto.
L'autore mette in mostra il suo stile inconfondibile: una lingua ricercata, ironica e ricca di preziosismi, utilizzata per descrivere una scena di estrema semplicità infantile.
Egli usa questo episodio come una sorta di "microscopia" dei sentimenti e del linguaggio, giocando con le sfumature dialettali (come quel Monsù: "Signore"; e doi sold: "due soldi") per dare colore alla narrazione.
Le caramelle*
Testo : 1/1
– «Monsù, doi soldi d' caramèl» – disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottàvan di pari. E, tutti e tre, postàronsi al banco.
Il caffettiere, lasciato il giornale, si alzò.
Io adocchiai i piccini. L'«omo», era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po' di aria baciocca che i «maschi» hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettabile somma. La quale somma egli chiudeva in un pugno. E tenèvala stretta, ve'!
Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che, dove lascian lo sguardo, guai!
La puttina invece alla dritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggèvasi in su la punta delle scarpette; attaccando le palme all'orlo del banco, poggiava, tramezzo a quelle, il mento.
E i sei occhietti – due neri, due grigi, e due castagnini – si atruppàrono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un piccolo peso su 'n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnàrono: la si diresse a dipalcare un baràttolo; gli occhietti le tènnero dietro: «tac tac...» il caffettiere lasciò cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cinque... ad ogni «tac», i fanciulli si sogguardàvano e sorridèvano.
Ma, per due soldi, i sorrisi non potèano èssere molti.
Mi venne un'idea.
Avvertito con una tossetta il «monsù» e mèssomi a traverso la bocca l'indice, mi diedi, dietro dei bimbi a far segni; cioè, ad accennare il barattolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.
Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese 'na gotta. Anzi; egli ebbe il coraggio – sottolineo «coraggio» di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre grandi mortificati la seguitàrono e tre sospiri.
Cosi, fu il cartoccino aggruppato, e consegnato all'ometto.
Questi «mollò» allora il due-soldi. Stèttero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioja, scappàrono via.
***
– «Chiel», che voleva? – mi domandò il caffettiere.
– Volevo, che loro vuotaste il baràttolo – risposi istizzito – pagavo io.
Ei si rimase un po' gnocco.
– «Contagg!» – disse – bisognava parlare.
Foss'egli stato una donna!
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* Carlo Dossi. Le caramelle. In: Dossi. Romanzi e racconti italiani dell'Ottocento. A cura di Carlo Linati. Garzanti, 1944, pp. 197-98.
Le caramelle proviene dalla Vita di Alberto Pisani (1870), romanzo autobiografico da cui Dossi estrasse molti bozzetti poi confluiti nelle Goccie d'inchiostro (1880), brevi prose sperimentali che anticipano il gusto novecentesco per la miniatura narrativa. Si tratta di una delle pagine più dense e rappresentative dell'arte dossiana, tanto da essere spesso citata come esempio paradigmatico della sua capacità di trasformare un'inezia in un microcosmo etico.
Come visto, il nucleo narrativo è semplicissimo: tre bambini entrano in una bottega e chiedono poche caramelle, misurate con un'avarizia quasi rituale dal bottegaio. Il narratore, mosso da un impulso di generosità, tenta di far capire al negoziante che desidera pagare lui l'intero contenuto del barattolo, affinché i piccoli possano uscire con un tesoro inatteso.
Il gesto, tuttavia, fallisce: il bottegaio non comprende il cenno, e quando l'equivoco viene chiarito, risponde con una frase che è insieme prosaica e crudele nella sua ottusità, affermando che sarebbe stato necessario parlare esplicitamente (Contagg: "cànchero", "diavolo"). La chiusa, con la sua punta ironica e volutamente provocatoria ("Foss'egli stato una donna!"), suggerisce che una donna avrebbe intuito immediatamente il senso del gesto, senza bisogno di parole.
La forza del bozzetto risiede nella sua capacità di condensare, in poche righe, un'intera fenomenologia della sensibilità. Da un lato, l'infanzia appare come un luogo di purezza e di desiderio elementare, incarnato nei volti e nei gesti dei bambini, che Dossi osserva con tenerezza acuminata. Dall'altro, il mondo adulto si presenta nella sua doppia veste: quella della generosità impulsiva del narratore, e quella della grettezza del bottegaio, incapace di cogliere un moto spontaneo di bontà. La scena, così minuta, diventa un piccolo teatro morale, in cui la distanza tra ciò che è immediato e ciò che è ottuso si manifesta con una chiarezza quasi geometrica.
Dal punto di vista stilistico, Le caramelle è un esempio perfetto della prosa dossiana più matura: una lingua che mescola registri, che accoglie con naturalezza inserti dialettali, che si affida alla rapidità del gesto e alla precisione dell'immagine. La frase è breve, tagliente, calibrata con un'attenzione quasi musicale. La miniatura non è mai decorativa: ogni dettaglio è funzionale a un effetto di rivelazione. È questo che ha colpito lettori come Benedetto Croce, i quali hanno visto in Dossi un maestro della "prosa breve", capace di trasformare un episodio insignificante in un frammento di verità morale.
In definitiva, il bozzetto è un piccolo laboratorio della poetica dossiana: un luogo in cui l'osservazione minuta diventa strumento di conoscenza, e in cui la prosa, pur nella sua brevità, raggiunge una qualità di precisione e di finezza che la avvicina più alla meditazione morale che al semplice aneddoto.
Nei testi di Carlo Dossi il dialetto non compare mai come puro "folclore", ma come materiale vivo, affettivo e psicologico. È un lombardo mescidato – soprattutto milanese e lombardo occidentale – continuamente impastato con deformazioni colloquiali, francesismi popolarizzati, vezzeggiativi infantili e invenzioni fonetiche. Si raccolgono, qui di seguito, i principali termini dialettali o regionali presenti nel bozzetto, con il relativo significato.
Glossarietto
Monsù: Dal francese monsieur:
signore, padrone, capo.
Tipico lombardo-piemontese ottocentesco.
doi sold: Due soldi.
caramèl: Caramelle.
trottàvan: Trottavano, correvano a piccoli passi rapidi.
omo: Uomo.
baciocca: Sciocca, ingenuotta, un po' tontolina.
ve'!: Interiezione lombarda: eh!, guarda!, vedi!.
smortone: Ragazzine pallide e malinconiche; qui in senso vezzeggiativo.
puttina: Bambina piccola.
Dal lombardo putìn/putèll.
tomboletta: Grassottella, paffutella.
latte-e-vino: Colorito roseo e sano.
atruppàrono: Si raggrupparono.
dipalcare: Togliere da uno scaffale.
avvantaggina: Caramella di troppo, eccedente la misura.
gnocco: Stordito, impacciato, tonto.
Chiel: Lei.
Pronome personale maschile lomb.-piem..
Contagg!: cànchero!, accidenti!, diavolo!. Imprecazione lombarda.
'na gotta: Niente, nulla.
Espressione popolare lombarda.
La casetta di Gigio*
Testo : 1/1
– Mammina, condùcimi in nanna – disse a mezza voce un toso nell'abbracciare mia cugina Claudia.
– Sì presto? – domandò essa, guardando il pèndolo che segnava le otto. – E perchè mai, Gigio?
Il mimmo sorrise maliziosetto.
– Ah! non vuòi dirlo tu – fece la mamma – lo dirò io.
Gigio nascose il suo paffuto visino contro la spalla di lei.
– Sai, Carlo – diss'ella, volgendosi a mè. – Quì, il mio bruttìssimo bimbo, intorno a quest'ora ha la malinconia del letto.
Comincia a fregàrmisi, come un gattuccio, alle gonne, mi tira i gheroni, insomma non stà più quieto fino a che io (egli mi dice il suo brougham) finchè lo porti alla cuccia, lo svesti al pari di una poppàtola – poi ve lo acconci.
Bene, come l'è infoderato e ci ha avuti e baci e bacini, sai che mi fà? nasconde il capetto sotto le coltri... già, una cattiva abitudine...
– Ma ci si vedono tante cose... belle – mormorò il piccinino.
– E vuole – seguì la mamma – che io gli smorzi súbito il lume; non solo; ch'io me ne esca zitta, sulla punta dei piedi... Di', pensi ch'egli intenda dormire?
– Mammina! – sospirò il mammoletto.
– Figurati, Carlo, che prima di venirmi a chiamare, e' s'apparecchia un magazzino di roba sotto ai guanciali; vi disaccoccia, credo, tutto ciò che riesce a razzolarsi qui in casa... le chicche, i rottami di zùcchero... anche i chiodi. Non parlo de' suòi fantoccini. Ieri, per dirtene una, gli scopersi nel letto, indovina? la gamba di uno sgabelluccio. Voleva, che so io! voleva gli sostenesse la volta... Qual volta?
– Andiamo... dunque! – fe' il mimmo, raspando con un piedino sull'intavolato.
– Gua' che ti rompi le scarpe, bimbo! – osservò premurosa la mamma. – Già, tu farài sempre a tuo senno. – Dà la buona notte al cugino (e prendèndoselo al collo ed alzandosi): – Oh! la casetta di Gigio! – quindi, uscì.
Udii al di là della porta, fresche risa e baciozzi.
La sua casetta!... il lettuccio!... mi si gonfiàrono gli occhi. Sovènnemi di un'altra mammina, un'amorosa mammina che stava cucendo sotto il chiarore di una lucerna una camiciuola, pel suo tosetto, sovennemi di questo tosetto, biondo e ricciuto, che, serràndosele intorno, susurrava lui pure: conducimi in nanna.
E adesso?... Più nulla. Proprio? Ah! no. La mia casetta l'ho ancora.
Quando, stanco dalla giornaliera lotta contro la poltronàggine, avvilito dalle piccole cattiverie in cui scappuccio ogni tratto, dalle ridicole transazioncelle fra il mio dentro e il mio fuori e, più, avvilito dal sentirmi, come tutti gli altri, un burattino in balìa di mano ignota, mi nicchio, mi faccio il covo in mezzo alle coltri e a poco a poco, nella ebrezza lieve che precede il sonno, dimèntico questo mio corpaccio – godo... parmi godere, infine! la libertà.
Se Gigio reca in lettino un subisso di roba, io pure. Tutte quelle impressioni, quèi sentimenti, che per la via degli occhi e delle orecchie, affollàrono nel mio capo, sgarbùgliansi, mi si sciorìnano. Un cioccolatino, a Gigio, tocca la posta di un panettone: a mè si moltiplicano le idèe, le più disparate assorèllansi. Tutte quelle imàgini, la notte prima plasmate, dietro alle quali durante il giorno ho corso... dalle dalle... non imprigionàndone che qualcheduna – ed anche questa sciupata – mi riappàjono, disègnansi nettamente. Se un dolore, una mortificazione, un'offesa, m'han fatto nodo alla gola, ecco tranquille làgrime che le cancellano: il ricordo delle mie buone azioni – quantunque le buone sien poche – m'inonda di gioja.
Poi – alcuna volta – disfatto in un battibaleno il mondo, ivi lo rifaccio a mio modo: che generale riversamento! Altre invece, il cervello, non conservàndomi di sè che una bricia, mi si suddivide in migliaja di parti.
Allora, fra de' piccoli èsseri mièi, riannodo le fila interrotte dal giorno, le fila delle loro comedie o tragedie. Circola in ognuno la mia volontà; tutto, dinanzi ad essa, si piega; oppongo a mè medèsimo ostàcoli per il piacere di abbàtterli. Insomma, ho a dirla? io non giravolto più con la terra. Fuori da ogni potenza fisica, fuori dal tempo – creo, provo la superbia di...
– Gigio è nella sua casetta – fe' Claudia, riaprendo la porta.
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* Carlo Dossi. La casetta di Gigio. In: Dossi. Romanzi e racconti italiani dell'Ottocento. A cura di Carlo Linati. Garzanti, 1944, pp. 340-42.
2. Nel bozzetto La casetta di Gigio, Carlo Dossi costruisce una delle sue miniature più complesse, perché alla dimensione infantile, osservata con la consueta finezza psicologica, si sovrappone una riflessione adulta che trasforma l'episodio domestico in un momento di autoanalisi.
Il testo si articola in due movimenti nettamente distinti: il primo è narrativo e descrittivo, centrato sul piccolo Gigio e sui suoi rituali del sonno; il secondo è introspettivo, e riguarda il narratore stesso, che riconosce nella propria esperienza notturna una sorta di equivalente adulto della "casetta" del bambino.
La prima parte del bozzetto è dominata dalla figura di Gigio, un bambino che, all'approssimarsi dell'ora di andare a letto, manifesta una serie di comportamenti affettuosi, capricciosi e ritualizzati. Dossi ne registra i gesti con una precisione che non è mai caricaturale: il modo in cui si stringe alla madre, il suo sorriso malizioso, il nascondere il viso sulla spalla materna, il raspare con il piedino sul pavimento, tutto concorre a delineare un carattere vivace e tenero, immerso in un mondo di piccole abitudini che gli conferiscono sicurezza.
La madre, figura affettuosa e indulgente, racconta al narratore le manie del figlio: il bisogno di essere accompagnato a letto come in un "brougham" (carrozza trainata da cavalli), la richiesta di spegnere subito la luce, la pretesa che lei esca in punta di piedi, la tendenza a riempire il letto di oggetti eterogenei, dalle chicche ai chiodi, fino alla gamba di uno sgabello. Questi dettagli non sono meri ornamenti: definiscono un universo infantile in cui il letto diventa un rifugio, un luogo di immaginazione e di possesso, una "casetta" che il bambino costruisce con ciò che trova, secondo una logica tutta sua.
Il tono cambia bruscamente quando la madre esce con Gigio e il narratore rimane solo. Il silenzio che segue le risa e i baci del bambino apre uno spazio di memoria e di malinconia. Il narratore ricorda la propria infanzia, la propria madre, la propria "casetta", e il bozzetto si sposta dalla descrizione esterna alla risonanza interiore. Il ricordo della mamma che cuce al chiarore della lucerna e del bambino che le si stringe attorno introduce un momento di commozione trattenuta, che non scivola mai nel sentimentalismo ma che conferisce profondità emotiva al testo. La domanda "E adesso?... Più nulla. Proprio?" segna il passaggio alla riflessione adulta, che costituisce il cuore della seconda parte.
La "casetta" del narratore adulto non è più un letto pieno di oggetti, ma uno spazio mentale che si apre nel momento che precede il sonno. Dossi descrive con grande finezza questo stato di sospensione, in cui il corpo si alleggerisce e la mente si libera dalle costrizioni della giornata. Le impressioni accumulate durante il giorno si sciolgono, le idee si moltiplicano, le immagini ritornano nitide, i dolori si attenuano, le buone azioni riemergono con un senso di consolazione. È un processo di riorganizzazione interiore che ha qualcosa di creativo e di liberatorio. Talvolta, il narratore ricostruisce il mondo a suo modo, altre volte si sente frammentato in mille parti, ma sempre ritrova, in questo spazio notturno, una forma di libertà che la vita diurna gli nega.
Il parallelismo tra Gigio e il narratore è evidente ma non didascalico. Entrambi hanno una "casetta", un luogo di ritiro e di immaginazione; entrambi vi portano ciò che hanno raccolto durante il giorno: il bambino oggetti materiali, l'adulto impressioni e pensieri; entrambi cercano nel sonno una forma di protezione e di libertà. Ma la differenza è altrettanto chiara: per Gigio la casetta è un gioco, un rifugio fisico; per l'adulto è un luogo mentale, un momento di tregua dalla fatica morale dell'esistenza.
Il bozzetto si chiude con il ritorno della madre che annuncia che Gigio è nella sua casetta, interrompendo la riflessione del narratore e riportando il testo al piano iniziale, in un movimento circolare che è tipico delle prose brevi di Dossi.
Dal punto di vista stilistico, "La casetta di Gigio" è un esempio notevole della capacità dossiana di fondere osservazione minuta e introspezione. La lingua alterna con naturalezza il registro colloquiale dei dialoghi familiari e quello più elevato della riflessione filosofica, senza mai perdere coesione. Il bozzetto mostra inoltre una delle qualità più originali di Dossi: la capacità di trasformare un episodio domestico in un'occasione di autoanalisi, di far emergere dal minimo un significato più ampio, di cogliere nella quotidianità un nucleo di verità psicologica.
È un testo che, nella sua brevità, contiene una riflessione sulla memoria, sull'identità, sulla fatica del vivere e sulla funzione rigeneratrice del sonno, e che conferma la finezza con cui Dossi sa osservare tanto l'infanzia quanto l'età adulta.
Tesoretta*
Testo : 1/1
Chi più giojello da scatolino? chi più inviziata di Tesoretta?
Era venuta al mondo, proprio in una veglia, sopra un vassojo di chicche. Allorchè il musino di lei, vero sorbetto di fràgole e crema, apparve, ognuno sorrise, ognuno si offerse a dondolare la culla.
E sua mammina – che gioja! Tuttociò che un amore, con zeppo di ventilire il turcasso, può comperare, fu. Tesoretta ebbe camicie della più fina batista, ebbe scialli di trine, calzettuccie di seta, e come Tesoretta, al dire del mèdico era un arboscello da serra, la s'inviluppò in tanto armellino, in tanta màrtora, da farle rèndere aria di un nettapenne.
Poi – oh aveste veduto il suo nido! – Prepuntato di stoffa, con un tappeto che acconsentiva come la polpa di una gamboccia, con un odore di muschio da disgradarne la carta da lèttere di una elegante damina, esso inscatolava e una piccola nanna di raso celeste e oro, imbottita con piume di cigno, e sedie che si ribaltàvan soffiando, e poltrone che avrèbber potuto requiare lo stesso mio cugino Guidella; di più, sugli stipi, sulle cantoniere, una folla di ninnoli, curiosi, gentili – grottesche figurine di avorio, organetti che gariglionàvano, noci con entro mille ferruzzi per le pipite, e tiri a quattro d'argento e bastimentucci di filigrana e galantuòmini giapponesi dalla testa pelata – che salutàvano continuamente.
E in mezzo a tutti questi balocchi, il graziosissimo di Tesoretta. Che vita lieta, la sua! Aperti i nerissimi occhioni nell'ora in cui i martirelli dell'abicì càvano dai loro panieri e mela appiola e panetto, essa in bianco accappatojo a nodi azzurri, sedèa alla pettiniera. E là, mamma ravviàvale i ricci, un giorno con un'acconciatura a ciuffi da scàtole di canditi, un altro con una di fidibus; dopo di che, spazzata una colazioncina di dolci, dei quali la si sceglieva i meglio incartati, usciva a spasso in un carrozzino di vimini, foderato di rancio amoerre, guidando con rèdini di seta rosa un candidissimo agnello. Allorchè poi il povero Monsù Travet si toglie con un sospiro di soddisfacimento le manichette di tela, il portinajo le rischiudeva il cancello e sberettàvasi; infine, attraversato gloriosa e trionfante un pranzo, una conversazione, e qualche volta un ballo, essa si rifaceva la nicchia nel suo caldo lettino.
Venuta-su dùnque così inaffiata di quintessenza di viola e fra tanta bambagia, è chiaro che la nostra piccina riuscisse delicata come un cliché fotogràfico. Sua mamma, anche oggi, se dà nel frontispizio della Crònaca Grigia, briscia, risovvenèndole quel calabrone che un dì, con grande spavento di tutti, pungea un labbruzzo alla sua mòrbida bimba, ed io, quand'ora stringo la grossa mano dell'alto baffuto Leopoldo, cugino di Tesoretta, rammento con pena quel biondo petulantello di Poldino, che entrato di furia, dov'ella si stava con altri bottoni di rosa... ahi! le scoccò un buffetto sul naso.
Questo, del rimanente, fu il solo torto che le toccasse mai da bestiucce in calzoncini o gonnella: e pongo la distinzione, chè da quelli invece che non fanno uso di tali attributi, così necessari a dì nostri per conòscere il sesso, ella ne sofferse parecchi - principalmente da uno.
– Chi?
Den.
Den apparteneva alla mamma di Tesoretta; un levrierino grigio, svelto, dal lungo muso; di quelli che bùbbolano anche di mezza state e sèmbrano avere indosso una perpetua pulce. Den, co' suòi improvvisi abbajamenti a degl'invisibili mici, con le sue corse a ficcacollo per poi subitamente restare, in sospetto, le orecchie tese, uno zampino levato, divertiva a crepar dalle risa il pacifico e vecchio Tell – un bracco.
Bene, Den covava ruggine per Tesoretta. Quando, la prima volta, un rottame di zùcchero passò dalle dita della sua padrona nelle tascucce della puttina, maravigliato, offeso, adocchiò: alla seconda, alla terza, guaì sordamente. Privarlo dello zucchero suo! Dio-cane! Che altro, fuorch'esso, gli rimaneva, ora, che un ukase municipalesco, appiccàndogli una musoliera, una cinghia alla strozza, e per giunta, una corda, toglièvagli di fiutare... le belle? Den fece un groppo al codino – quindi d'allora in poi si trovàrono per la casa gheroni strappati dalle sottane di Tesoretta, si raccolse un cappellino di lei nel mondezzajo, si scoprì, rifacendo la nanna della bambina un... Scusa! non ti vedevo, Bigia.
E lì, quale tirata di orecchi! Den fu rinchiuso nello stanzino cui egli avrebbe dovuto prima ricòrrere, e il guàttero passàndovi presso due ore dopo con una gazzetta in mano, stette in forse – atterrito da un rabbioso lamento – di aprirlo.
Intanto, nella sala a terreno della sua mamma, si rannicchiava sul fondo di un poltronone la bimba. Le manine di lei stàvano appiattate in un manicotto di topo-bianco; sul manicotto posava un libro. Pur non guardava. L'ànima sua parpaglionava lontan lontano, forse intorno a un cartoccio di chicche, forse ai mille barattoli e alle boccette di una bacheca di profumiere.
Ma, in quella – un grattìo alla porta. E la porta si schiude. Guizzane, impetuoso, Den.
Egli si arresta, le narici soffianti, la guardatura bieca. Fisa Tesoretta e guàjola.
Bah! ella non si move neppure. La fantasia di lei o vola entro una mostra di cappellini, vera gabbiata di pappagalli, o salterella dentro e fuor per le chicchere di un servizio lillipuziano da tè.
E ciò fa montare la sènapa al naso di Den. Ei balza sopra una sedia faccia a faccia con Tesoretta; sciupa l'imbottito coll'unghie, dirùggina i denti.
Invano! la mimma non impallidisce neppure: ben in contrario, sorride; sorride con quella stessa grazia, con quella stessa tranquillità, con cui riceve le amiche.
Ma, cielo! gli occhi del levrierino stralùnano insanguinati. Egli soffia, egli ringhia. Di colpo si slancia su Tesoretta... Ahi! le morde la gota. E Tesoretta cade dal seggiolone giù.
E Den si getta nella finestra; precipita, con un fracasso di vetri, in giardino.
– All'arrabbiato! all'arrabbiato! – grida una villanella fuggendo.
Buum – una schioppettata.
O poveretto Den! Ingelosir di una bàmbola!?
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* Carlo Dossi. Tesoretta. In: Dossi. Romanzi e racconti italiani dell'Ottocento. A cura di Carlo Linati. Garzanti, 1944, pp. 355-58.
3. Tesoretta è un bozzetto costruito con una sorta di precisione entomologica attorno alla gelosia animalesca del cane di casa nei confronti della bambina, figura che Dossi tratteggia con una cura minuziosa, quasi da miniaturista settecentesco. Il testo appartiene alla sezione più compiuta delle Goccie d'inchiostro e ne rappresenta uno degli esempi più raffinati, tanto per la qualità della scrittura quanto per la sottigliezza psicologica.
La struttura del bozzetto è lineare, ma la sua economia interna è calibrata con grande finezza. Dossi apre con la presentazione della bambina, Tesoretta, descritta attraverso una serie di dettagli che ne definiscono immediatamente la condizione privilegiata: le camicine di battista, gli scialli di trine, i nidi di raso in cui viene adagiata, le cure quasi ossessive che la circondano. È una creatura "da serra", protetta, fragile, preziosa, e la prosa dossiana insiste su questa dimensione di lusso e delicatezza non per compiacimento, ma per creare il contrasto necessario alla dinamica narrativa successiva. La piccola non è tanto un personaggio psicologicamente complesso quanto un centro affettivo attorno al quale si organizza la vita della casa.
Il secondo polo del bozzetto è il cane di famiglia, la cui gelosia costituisce il vero motore narrativo. Dossi osserva l'animale con un'attenzione psicologica sorprendentemente moderna, con una finezza che la critica ha spesso messo in relazione con la sua attitudine a cogliere i fenomeni psicologici minimi: il cane percepisce la bambina come una usurpatrice di attenzioni, un'intrusa che sottrae affetto, spazio e centralità, un nuovo fulcro affettivo che lo relega ai margini. La osserva, la controlla, la teme e la detesta con un'intensità che Dossi restituisce attraverso una serie di rapide notazioni comportamentali. La gelosia del cane non è un espediente comico, ma un fenomeno emotivo reale, colto nella sua ambivalenza: un misto di risentimento, paura e desiderio di riconquistare il proprio posto nel microcosmo domestico.
La tensione tra i due poli – la bambina iperprotetta e il cane relegato ai margini – genera una serie di microepisodi che costituiscono l'ossatura del bozzetto. Dossi osserva come il cane reagisca ai gesti affettuosi rivolti alla piccola, come si irrigidisca quando la vede sollevata, accarezzata, lodata; come cerchi di attirare l'attenzione con movimenti bruschi o con atteggiamenti di falsa indifferenza. La prosa, pur rimanendo tersa e controllata, lascia filtrare una vena di ironia che mette in luce la teatralità involontaria dei comportamenti dell'animale.
La dinamica tra la bambina e il cane evolve in modo improvviso e drammatico con l'aggressione dell'animale. Il morso alla gota della bambina è il punto di rottura che trasforma la gelosia latente in violenza manifesta. Fino a quel momento, Dossi costruisce la tensione attraverso piccoli segni comportamentali, ma l'aggressione è un salto qualitativo che chiude la possibilità di ulteriori sviluppi. E la schioppettata che segue – quel "Buum" secco, isolato, che nel testo ha quasi il valore di un colpo di teatro – è la risposta immediata, brutale e definitiva del mondo adulto; ma anche la sua chiusura necessaria, la conferma che la gelosia del cane non era un semplice capriccio, ma un sentimento capace di degenerare in pericolo reale.
Dal punto di vista stilistico, Tesoretta è un testo esemplare della prosa breve dossiana: una lingua elegante ma mai ridondante, una sintassi che procede per tocchi rapidi e precisi, un uso sapiente del dettaglio come strumento di rivelazione psicologica. La descrizione degli oggetti – le stoffe, i tessuti, i piccoli lussi infantili – non è ornamentale, ma funzionale alla costruzione di un ambiente che determina i comportamenti dei personaggi. L'animale, dal canto suo, è osservato con un'attenzione che ricorda certi naturalisti francesi, ma filtrata attraverso l'ironia lombarda e la sensibilità scapigliata.
In definitiva, Tesoretta è un bozzetto che rivela la capacità di Dossi di cogliere, nel minimo, una verità complessa: la gelosia come sentimento primordiale, la fragilità dell'infanzia come costruzione sociale, la vita domestica come teatro di tensioni sottili. È un testo che merita di essere letto con attenzione filologica e psicologica, perché nella sua brevità racchiude una densità di osservazione che pochi altri autori italiani dell'Ottocento hanno saputo raggiungere con altrettanta grazia e precisione.
📌 Il linguaggio di Carlo Dossi è un vero e proprio laboratorio sperimentale che i critici, come Gianfranco Contini, hanno definito "espressionismo linguistico". Non è una semplice imitazione del parlato, ma un sapiente pastiche che mescola registri opposti. Eccone i tratti distintivi:
In sintesi, la sua è una ribellione alla lingua standard del tempo (quella manzoniana, più pulita e uniforme), preferendo un linguaggio "aperto" e scompigliato, proprio come suggerisce il nome del movimento a cui apparteneva.