uando pubblicò la novella La regina delle tenebre nel 1902, in una densa raccolta dallo stesso titolo, Grazia Deledda (1871–1936) era già una delle voci più originali della narrativa italiana, e avrebbe ricevuto nel 1926 il Premio Nobel per la Letteratura, prima e a tutt'oggi unica italiana, con la motivazione: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». Nelle sue opere, convivono infatti il realismo della vita quotidiana, il sentimento della natura e della sua Sardegna, una costante attenzione ai moti più segreti dell'anima. ✦
La regina delle tenebre racconta la vicenda di Maria Magda, giovane donna bella, ricca e apparentemente destinata a una vita felice. Alla vigilia del matrimonio, tuttavia, un'inquietudine improvvisa e inspiegabile si impadronisce di lei. Ciò che inizialmente sembra una malinconia passeggera si trasforma in una vera crisi spirituale: ogni gioia perde consistenza, ogni speranza appare minacciata dal trascorrere del tempo e dall'ombra della morte. Isolandosi progressivamente dal mondo, Maria Magda intraprende un doloroso viaggio interiore che la conduce ai confini della disperazione. Ma proprio nel cuore di questa notte dell'anima, si prepara una rivelazione inattesa, destinata a mutare il significato stesso della sua esistenza.
La regina delle tenebre*
Testo : 1/7
A venticinque anni, bella, ricca, fidanzata, senza aver mai provato un dolore veramente grande, un giorno Maria Magda si sentì improvvisamente il cuore nero e vuoto.
Fu come il principio d'un malore fisico, che andò di giorno in giorno aumentando, allargandosi, spandendosi.
Ella era felice in casa sua, e un'altra felicità l'aspettava. Ma per raggiungere la nuova felicità, doveva abbandonare l'antica, e le sembrava che allora il rimpianto della famiglia lontana, della dolce casa paterna, della libertà perduta, della patria abbandonata, le avrebbero dato una indicibile nostalgia, avvelenandole la nuova felicità. C'erano ore nelle quali, specialmente di notte, al buio, ella provava una profonda angoscia, vivendo nel futuro. Allora riapriva gli occhi, guardava intorno la camera soffusa di dense penombre, e pensava:
– No, non lascierò nulla, non abbandonerò nulla, mai, mai!
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* Grazia Deledda. La regina delle tenebre. In: Tutte le novelle I. Il Maestrale, 2019, pp. 283-85.
Maria Magda possiede tutto ciò che potrebbe renderla felice, eppure un'oscura inquietudine si insinua nel suo animo. La serenità si incrina e il futuro, invece di apparire come una promessa, comincia a prendere le forme di una minaccia.
La regina delle tenebre
Testo : 2/7
E allora? E il sogno d'amore da lunghi anni accarezzato? Ah, la felicità presente era incompleta, non era neppure felicità al paragone dell'altra. E in certe ore, specialmente nei teneri vespri di viola, ella si struggeva, come mai, nel desiderio del caro lontano.
Talvolta pensava che la vera felicità poteva essere nel fondersi assieme del presente e del futuro, nel viver assieme allo sposo nella casa paterna.
Ma era un lampo di luce, al quale seguiva una tenebra fitta e paurosa. Sì, ebbene, e poi? E poi, ella sentiva che, dopo, due, tre, dieci mesi, l'amore morrebbe (forse era già agonizzante, se ella, non ancora sposa, ne prevedeva nitidamente la fine), e da quel gran sogno ne uscirebbero un uomo e una donna legati dalla legge degli uomini, non più da quella del cuore. Ma anche ciò poteva non accadere: sì, si sarebbero amati sempre, come nei romanzi, sarebbero stati sempre felici, sì, ebbene, e poi? E poi tutto doveva cadere, il tempo passava, la morte veniva. Ah, era questo il male di Magda, o almeno, in certe ore d'analisi, a lei pareva fosse questo il suo male.
L'angoscia di Magda assume tratti sempre più precisi: non è soltanto il timore di perdere ciò che possiede, ma la percezione che ogni felicità sia destinata a consumarsi nel tempo. Dietro il sogno d'amore e dietro ogni speranza si profila una domanda inquietante: che cosa resta, quando tutto passa?
La regina delle tenebre
Testo : 3/7
Ella sentiva il tempo passare, sentiva la vanità d'ogni cosa, e in fondo aveva una terribile paura della morte. Questa paura le avvelenava la vita, la vita alla quale, ella, che pur credeva di dominar gli eventi con lo scrutare il passare inesorabile del tempo, era così tenacemente attaccata. L'idea della fine le gelava in cuore ogni slancio, ogni gioia, le essiccava ogni idea di piacere. Così ella almeno credeva.
Cominciò a diventar cupa, raccolta. Se andava in società, se nei divertimenti si stordiva, al ritorno provava un cupo disgusto di se stessa. Ebbene, ecco che il divertimento era passato: perché ella s'era stordita così scioccamente, dimenticando che il tempo passava?
E se poi l'istinto la trascinava a ricordare, e ricordando a sentir ancora la soddisfazione dei suoi trionfi, della sua eleganza, del suo lusso, un demone le ghignava dentro, sbeffeggiandola. Allora ella si ritraeva disgustata, meravigliata del come s'abbandonava ai piccoli pensieri della vanità femminile.
Quella che sembrava solo una riflessione sul tempo si trasforma pian piano in vera ossessione: la giovane donna osserva se stessa e il mondo come se ogni piacere fosse già destinato a svanire. La sua malinconia non nasce dalla mancanza di qualcosa, ma dall'incapacità di trovare un significato che resista alla caducità delle cose.
La regina delle tenebre
Testo : 4/7
Cominciò a non uscir più neppure a passeggio: solo andava in campagna, tuffandosi come in fragrante lavacro nella visione della sacra natura, ch'ella intuiva e capiva potentemente; ma neanche allora si sentiva serena; anche là la perseguitava l'idea del tempo fuggente, della vanità delle cose.
Chi maggiormente risentivasi della malattia morale di Magda era il fidanzato lontano. Ella non gli scriveva più, o gli scriveva lettere aspre, rinfacciandogli strane cose. Lo trovava volgare, e spesso, irritata contro le miserie del mondo e le perfidie della società, riversava sopra di lui tutta la sua amarezza. Poi se ne pentiva, ma era un pentimento debole e fugace. Un giorno, finalmente, esaminandosi bene, credé trovar la causa del vuoto tenebroso che la circondava. Le parve di non amar più il fidanzato, e alla vigilia delle nozze ruppe il lungo sogno da lunghi anni accarezzato. La chiamarono pazza, e infatti, sotto gli archi congiunti delle sue sopracciglia nere aggrottate, gli occhi nerissimi avevano un pauroso fulgore di follìa.
Il disagio interiore comincia a produrre conseguenze concrete: Magda si allontana dagli altri, rompe il fidanzamento e diventa agli occhi del mondo una figura enigmatica e stravagante. La sua sofferenza si manifesta attraverso comportamenti che la società interpreta come eccentricità o follìa.
La regina delle tenebre
Testo : 5/7
Anch'essa crederà di esser pazza, talvolta, e disperava di tutto. Fu in quel tempo che la sua esistenza si fece del tutto strana. Ella non uscì più di giorno dalle sue stanze: usciva di notte, vagando in carrozza per le campagne dormienti. Vestiva di nero, e sui capelli scuri aveva un cerchietto d'acciaio con cinque diamanti che brillavano più che stelle.
La chiamarono allora la regina delle tenebre: i contadini che vegliavano dall'alto dei vigneti, qualche pastore che andava assonnato dietro greggie pascolanti nella notte, qualche cacciatore notturno steso sull'erba fredda dei ciglioni, la videro più d'una volta scendere di carrozza, con quelle sue cinque stelle in fronte, e appoggiarsi al paracarri, sull'orlo della valle fragrante, o sopra il ponte, come intenta ai fuochi lontani della montagna, o alla voce queta dall'acqua corrente. Una volta, in una riunione di gente elegante e incosciente, un gruppo di giovanotti sciocchi presero a discutere intorno all'evidente pazzia della regina delle tenebre. E uno sostenne, e convinse gli amici, che Magda voleva imitare Marina di Malombra e che, come questa, avrebbe finito col commetter delitti. Non si parlò d'altro. Anche Magda, spesso, tornava nella truce idea di credersi pazza; o per lo meno sentiva che tutta l'anima sua era malata. Qualche volta provava il bisogno di ripigliare la vita antica, di tornare nella società; ma oltre il resto, la ratteneva il timore delle chiacchiere della folla, della curiosità sciocca con cui il suo ritorno verrebbe accolto.
La protagonista appare a questo punto ormai completamente separata dalla vita comune: le sue passeggiate notturne e la fama di "regina delle tenebre" la trasformano in un personaggio quasi simbolico, sospeso tra realtà e leggenda. Ma sotto questa immagine fascinosa continua a consumarsi una lotta profondamente umana.
La regina delle tenebre
Testo : 6/7
E si sentiva triste, triste fino alla morte; e cercava riposo nel pensiero della morte; ma quando s'immaginava intensamente la fine della sua vita, la cessazione completa dei suoi pensieri, delle sue sensazioni, l'immobilità del suo corpo, la distruzione di tutto il suo io superbo, provava un terrore indicibile.
Una notte, finalmente, ella uscì, al solito, e si fermò davanti al parapetto che guardava la valle. Si sentiva più che mai triste, ma qualche cosa d'insolito, un velo tenue di tenerezza, una vaga nostalgia di ricordi lontani, tremava sulla sua tristezza.
Era sul finire dell'estate; una notte interlunare, brillantata di stelle purissime. Nell'aria errava una lievissima freschezza insolita, e le selvatiche fragranze della valle salivano soffuse di quella freschezza appena sensibile. Nelle montagne lontane, che chiudevano lo sfondo della vastissima vallata, i fuochi dei dissodatori che incendiavano le macchie, ardevano così grandi, così sanguinanti che la luce arrivava fino a Magda come luce di luna. Ella rimase lunga ora così, protesa sul parapetto del ponte: al riflesso dei fuochi lontani, i cinque diamanti brillavano come goccie di rugiada. L'acqua passava scarsa sotto il ponte, con un susurro tenue, continuo, sottile, melanconico. Anche la voce dell'acqua, quella notte, aveva una vibrazione insolita, tenera, come di voce stanca, come di voce che parlasse in sogno. E le montagne lontane ardevano, illuminando la pura notte stellata. Lo spettacolo era sublime, e nella contemplazione intensa di quella notte arcana, Magda si obliò, sentì cadere la sua tristezza.
Giunta al culmine della sua crisi, Magda si trova faccia a faccia con il pensiero che più la tormenta: la morte. È in una delle pagine più intense del racconto, dove l'angoscia esistenziale si intreccia alla straordinaria capacità descrittiva dell'autrice, che si prefigura lentamente il momento decisivo della trasformazione interiore.
La regina delle tenebre
Testo : 7/7
I fuochi di quei poveri lavoratori lontani parvero illuminare anche le tenebre che stringevano la superba fronte gemmata. Un pensiero occulto, forse prima d'allora nato nelle profondità misteriose della psiche, brillò e rivelossi improvvisamente nella mente tenebrosa.
La regina delle tenebre si sentì artista, sentì che racchiudeva nell'anima irrequieta una potenza formidabile; il nitido riflesso della natura e delle cose. E pensò:
– Domani comincierò a lavorare, e il mio lavoro sarà come l'opera di quei lavoratori che incendiano la montagna, illuminando la notte e fecondando la terra. Descriverò questa notte, poi scriverò la storia della mia anima, tornerò al mondo, alla vita, all'amore; e il mondo, la vita, l'amore, ed il mio io, vivranno nell'opera mia. E nulla più ci distruggerà.
La contemplazione della natura notturna predispone all'apertura di uno spiraglio inatteso. I fuochi lontani dei lavoratori, le montagne illuminate e il mormorìo dell'acqua diventano il linguaggio attraverso cui la protagonista giunge a una nuova consapevolezza di sé e del proprio destino: una vocazione creativa, artistica, letteraria.
Ad un primo approccio, La regina delle tenebre potrebbe sembrare il racconto di una malinconia femminile o di una crisi sentimentale. In realtà, la novella si muove su un terreno molto più vasto e profondo. I veri protagonisti della narrazione non sono l'amore, o il matrimonio, o la follìa: sono invece il tempo e la morte.
Il racconto esplora la crisi di senso generata da questa nuova e dolorosa cognizione nell'anima della giovane donna: non si tratta di una paura astratta, ma di un elemento che avvelena la vita quotidiana, rendendo vani trionfi, eleganze e dolcezze domestiche. Deledda mostra come la certezza della caducità trasformi gli atti banali in sfacelo morale: il divertimento diventa motivo di rimorso, la vanità è ridicolizzata dalla protagonista stessa. L'autrice non si limita a descrivere un malessere passeggero: con delicatezza clinica segue il diffondersi di un "cuore nero e vuoto", una sensazione che somiglia al principio di una malattia fisica e, insieme, a un'esperienza esistenziale.
La figura di Maria Magda è tratteggiata con contrasti netti e suggestivi. È giovane, bella e benestante, eppure capace di provare un'angoscia che le rende ogni piacere insulso. La sua vicenda smaschera la fragilità delle gioie convenzionali e della felicità attesa: anche la promessa matrimoniale, che per altre significherebbe la realizzazione, per lei si trasforma in motivo di inquietudine.
Centrale è anche la rappresentazione della solitudine che scaturisce dall'incomprensione sociale. Magda viene definita pazza, "regina delle tenebre", oggetto di curiosità e pettegolezzo; lo spazio sociale non sa accogliere il suo malessere. Deledda invita così a leggere la follìa in senso simbolico: non tanto come patologia esclusiva dell'individuo, quanto come segnalazione della sua incompatibilità con i ruoli e le convenzioni. I contadini, i pastori, i cacciatori che la vedono di notte la percepiscono come figura mitica, non come una donna di cui prendere sul serio il dolore. Questo isolamento rende più acuta la sua angoscia, ma nel contempo sottolinea la distanza tra interiorità e mondo esterno, tema ricorrente nella narrativa deleddiana.
In queste pagine, Deledda si avvicina, per certi aspetti, alle inquietudini della cultura europea di fine Ottocento. Vi si ritrovano echi del pessimismo di Arthur Schopenhauer, delle crisi spirituali raccontate da Lev Tolstoj nelle opere della maturità, e di quella sensibilità decadente che vede, nell'esistenza, una realtà attraversata da ombre, dubbi e interrogativi insolubili. Tuttavia, l'autrice non si limita a riprodurre modelli culturali, e la sua originalità consiste proprio nel saper volgere questi temi in esperienza vissuta, concreta, quasi fisica.
Eppure, la novella non precipita mai nel nichilismo. Deledda costruisce con grande abilità narrativa un movimento quasi musicale: dalla luce alla tenebra e dalla tenebra a una nuova forma di luce. Il passaggio decisivo avviene attraverso la natura, elemento centrale in tutta l'opera. Le montagne incendiate dai dissodatori, l'acqua che scorre sotto il ponte, il cielo stellato, i profumi della valle non costituiscono un semplice sfondo paesaggistico. La natura è presenza viva, realtà capace di parlare all'anima, luogo di rivelazione e di proponimento.
Il passaggio finale getta luce interpretativa sull'intero testo: la creazione artistica viene riconosciuta come risposta possibile all'angoscia del tempo e alla fragilità del sé. Non fuga dall'esistenza, ma trasformazione produttiva: l'autrice mette in scena l'atto scrittorio come lavoro che illumina la notte e feconda la terra, immagine potente che lega il gesto creativo all'operosità concreta dei contadini. Traspare qui anche una forte valenza etica: l'opera d'arte, sì consolazione privata, ma anche contributo che rende visibile e dà significato pubblico al dolore. Così, la decisione di Magda di narrare la «storia della mia anima» unitamente alla descrizione della notte rivelatrice, è un modo per sottrarre la sua esperienza all'oblìo, per far sì che finalmente «il mondo, la vita, l'amore, ed il mio io, vivranno nell'opera mia. E nulla più ci distruggerà».
Sul piano stilistico, Deledda conferma una padronanza ammirevole nella costruzione psicologica: l'uso alternato di frasi brevi e periodi più meditativi ricrea il fluttuare dell'angoscia e dell'illuminazione; la lingua è volentieri intensa e musicale, con metafore che evocano il buio, la luce e il tempo (la «tenebra fitta e paurosa», i «teneri vespri di viola», la «notte interlunare brillantata di stelle», i «fuochi sanguinanti» delle montagne). Anche la ripetizione di interrogativi retorici – "E allora? E poi?" – restituisce la circolarità del pensiero tormentato, la sua incapacità di trovare un punto fermo. Nel contempo, la scena finale è costruita con calma quasi liturgica: la notte, il ponte, il torrente, le stelle e i diamanti splendenti in fronte alla donna creano un quadro che sembra trattenere il respiro prima dello svelamento. Qui, la prosa è ancora quella della Deledda giovane, ricca di immagini simboliche, di tonalità crepuscolari e di una musicalità che spesso sfiora il poema in prosa. Purtuttavia, la narrazione mantiene una sorprendente limpidezza: dietro le immagini poetiche, resta sempre leggibile il movimento psicologico della protagonista.
In sintesi, questa novella è una breve ma densa indagine sull'alienazione interiore, sulla solitudine sociale e sulle possibilità redentrici dell'arte. L'autrice costruisce un ritratto femminile complesso, che rifiuta facili moralismi e offre invece una lettura empatica della sofferenza, trasmutandola in progetto creativo: la regina delle tenebre esce così dalla mera figura della folle per diventare simbolo di un'anima che si fa artefice della propria resurrezione.
È il racconto di una crisi, quindi, ma ancor più il racconto di una scoperta. Deledda ci mostra una sofferenza che non nasce dalla perdita di qualcosa, bensì dall'eccesso di consapevolezza. E suggerisce che l'arte, la scrittura, la letteratura, prima ancora di essere bellezza o ornamento, possono costituire una risposta al sentimento della finitudine. Non arrestano il tempo, non cancellano la morte, ma consentono di guardare entrambi senza esserne annientati. In questo senso, la notte attraversata da Maria Magda non è soltanto una notte personale: è una delle grandi notti spirituali della letteratura moderna.