1984: Uncensored

Contro la riscrittura di Orwell,
la recensione di Benedetto Croce

egli ultimi anni, il mondo dei libri è stato travolto da una pratica che definire paradossale è poco: la riscrittura retroattiva dei classici. A muovere le fila di questa operazione sono principalmente le grandi case editrici anglosassoni, spesso sotto la pressione di gruppi di attivisti o per il timore di subire campagne di boicottaggio sui social media. ✦

Il braccio armato di questa censura sono i cosiddetti sensitivity readers (lettori della sensibilità), figure professionali incaricate di setacciare i testi – sia nuovi che già pubblicati – alla ricerca di termini, descrizioni o concetti che potrebbero risultare "offensivi", a loro dire, per le minoranze o per la sensibilità contemporanea.

Le motivazioni addotte sono quasi sempre di natura etica e protettiva: l'obiettivo dichiarato sarebbe quello di rendere la letteratura più "inclusiva" e "sicura" per il lettore moderno. Si sostiene che certe parole o stereotipi del passato possano causare un danno psicologico o perpetuare pregiudizi.

Tuttavia, l'effetto concreto è la rimozione del contesto storico: invece di spiegare che un autore di cent'anni fa pensava in modo diverso da noi, si preferisce correggere il passato come se quei pensieri non fossero mai esistiti.

Il metodo è chirurgico e, per certi versi, inquietante. Non ci si limita a inserire una nota introduttiva che contestualizzi l'opera, ma si interviene direttamente sul corpo del testo. Si sostituiscono aggettivi, si eliminano interi passaggi e si riscrivono dialoghi.

Un esempio eclatante riguarda le opere di Roald Dahl (1916-1990), noto autore di libri per ragazzi: nelle nuove edizioni di testi come La fabbrica di cioccolato, parole come "grasso" o "brutto" sono state rimosse o sostituite (Augustus Gloop diventa "enorme", non più "grasso"). Ancora più assurdo è il caso di Ian Fleming (1908-1964): i romanzi di James Bond sono stati ripuliti da riferimenti etnici o descrizioni che oggi non sono ritenute "politicamente corrette", snaturando il personaggio di una spia che era figlio del suo tempo e del cinismo imperiale britannico. Perfino Agatha Christie (1890-1976) non è stata risparmiata: termini considerati oggi irrispettosi verso certe popolazioni sono stati cancellati da Poirot e Miss Marple.

Ma il vertice del ridicolo si raggiunge con il revisionismo applicato a George Orwell (1903-1950): il tentativo di "aggiornare" le sue opere per includere diversità forzate o per spostare il bersaglio della sua critica dal totalitarismo al capitalismo è il tradimento supremo verso un autore che aveva fatto della verità oggettiva la sua ragione di vita.

Qui siamo oltre il paradosso, al classico caso in cui la realtà supera la satira. Modificare il suo 1984 – che è proprio il romanzo che ha inventato il concetto di "Memory Hole" (il buco della memoria tramite cui il regime si disfa dei documenti storici "non conformi" alla verità del momento), o il "Doublethink" (il bispensiero che ammette contemporaneamente qualsiasi concetto e il suo opposto, a seconda della volontà del Partito) – è un'ironia davvero tragica.

O, meglio, è il colmo dell'insensatezza e l'anacronismo totale: Orwell scriveva nella Londra degli anni '40, proiettando una distopia basata sulla sua esperienza, e oggi c'è qualcuno che vorrebbe vedere riscritto il romanzo (e non solo quello) perché "non contiene personaggi di colore" o perché urta la cattiva coscienza di certe anime progressiste, e vuole perciò porvi rimedio con l'introduzione di quote forzate di diversità che ne distruggono la coerenza storica o con falsificazioni che ne stravolgono il portato politico originale.

Il Ministero della Verità è diventato reale: chi propone queste manomissioni si comporta esattamente come il protagonista del libro, Winston Smith, prima che si ribellasse: corregge il passato per compiacere il "partito" del presente.

L'ossessione per il "representation at all costs", quando cioè la rappresentanza diventa più importante del valore letterario o del contesto storico, porta dritti dritti all'esibizionismo morale più degradante ed estremo.

Il risultato finale di questa "follia" è una letteratura sterilizzata, un passato edulcorato che non insegna più nulla perché non disturba più nessuno. È il trionfo di chi vuole "mettere le braghe alla storia" per non arrossire di fronte alla realtà.

Noi, da parte nostra, anche un po' come gesto di ribellione a queste operazioni deplorevoli di revisione e manipolazione, riportiamo di seguito per intero, e commentiamo, la recensione del romanzo di Orwell scritta da Benedetto Croce nel 1949, alla sua apparizione: una recensione di 1984 "sotto l'aspetto dottrinale", come precisava il filosofo, e la cui lettura proprio per questo abbiamo scelta a sostegno del testo vero orwelliano: così come l'autore inglese chiedeva che venisse inteso, in barba ai tentativi di contraffazione e falsificazione odierni.

La nuova disciplina del pensiero*
Testo : 1/11
L'Orwell, che scrisse alcuni anni fa una fortunata satira politica, Animal farm, tradotta anche in italiano («La fattoria degli animali»), ha dato fuori ora un romanzo, Nineteen Eighty-four («Nel 1984»), che è, come l'altro, tutto politico e contro lo stato totalitario, di cui sente l'incubo sul mondo intero e che scruta attentamente con la penetrazione dell'orrore e dell'odio. E lo descrive come già in atto nel 1984, di qui a trentaquattro anni, in un quadro che fa tragico riscontro all'idillico Looking backward, col quale sul cadere dell'ottocento il Bellamy dipinse la felicità che aspettava la società umana col trionfo del socialismo.
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* Benedetto Croce. La nuova disciplina del pensiero. In: Quaderni della Critica. N. 16, 1950, pp. 69-77.

Croce apre collocando subito Orwell nel solco della satira politica moderna: prima Animal Farm, poi Nineteen Eighty-Four. Ma ciò che lo interessa non è tanto il romanzo come invenzione narrativa, quanto il suo valore di diagnosi storica e dottrinale. Orwell, agli occhi di Croce, non fantastica per puro gusto apocalittico: egli guarda il totalitarismo come un incubo già presente, come una forza storica che incombe sul mondo e che può essere proiettata nel futuro solo perché già riconoscibile nel presente.

Puntuale è il confronto con Edward Bellamy. Là dove Looking Backward immaginava un futuro socialista armonioso, pacificato, quasi idillico, Orwell rovescia quella fiducia ottocentesca in una visione tragica: non il progresso necessario dell'umanità, non la riconciliazione finale della società, ma la possibilità che il progresso tecnico e organizzativo venga sequestrato da un potere assoluto. Croce, che aveva attraversato il tramonto dell'Europa liberale e l'urto delle guerre mondiali, coglie immediatamente la sostanza del libro: 1984 è la risposta nera al sogno progressista dell'Ottocento.

E da questo primo quadro, che oppone l'utopia luminosa alla distopia totalitaria, il discorso passa naturalmente alla costruzione politica immaginata da Orwell: non più una singola tirannide nazionale, ma un intero mondo ripartito in organismi imperiali giganteschi, stabilizzati non dalla pace morale, ma dall'equilibrio dell'impotenza reciproca.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 2/11
L'Orwell immagina che, nell'anno da lui segnato, lo stato totalitario, dopo un prologo di alcuni decennî di guerre e rivoluzioni, si sia assestato e assodato in tutto il mondo, cioè nei tre giganteschi «Superstati», in cui il mondo sarà ripartito, dell'Oceania, che comprende l'America e l'Inghilterra, dell'Eurasia, con la Russia e l'Europa continentale, e dell'Estasia, con la Cina, il Giappone e quant'altro potrà stringere a sé. E benché questi tre colossi saranno armatissimi, nessuna guerra, salvo che di minaccianti parole, scoppierà tra essi, perché ciascuno dei tre sa di non poter vincere gli altri, e la cagione oggettiva ed effettiva nelle guerre moderne, che sarebbe (secondo un'idea che non è certo originale dell'Orwell) di distruggere il dippiú della ricchezza che si è prodotta e che non si riesce ad assorbire e non si vuole versare nell'uso comune, è venuta meno da sé per l'abbassarsi affatto naturale della produzione economica in una società in cui la vita langue tutta e il progresso della scienza, necessario al progresso economico, si è anch'esso arrestato. Ora, qual è il principio che vige in questa nuova forma sociale e politica, e la garantisce e la tiene ben salda? Non discorrerò del libro dell'Orwell in termini di critica letteraria ed artistica, e ne lascerò da banda la parte romanzesca, che qui appare come schiacciata sotto il peso della materia che egli medita e che noi meditiamo come lui, dubitosi tutti delle sorti stesse del mondo, quali non eravamo prima che si aprisse l'età delle guerre mondiali. Noi (e intendo in particolare quelli della mia generazione, che eravamo educati in un'Europa quanto studiosa e laboriosa, altrettanto fidente nella virtú del progresso sociale e morale per la via della libertà, e credevamo che l'età delle guerre europee fosse chiusa), guardando intorno a noi lo scompiglio morale, e peggio ancora la risorta selvaggia disumanità, e la distruzione delle accumulate ricchezze, da quelle del benessere a quelle dell'alta opera artistica, intellettuale e morale e religiosa, e l'aridità dei cuori e la povertà delle menti e la perplessità degli animi come in attesa di una finale ruina universale, procuriamo di non affissarci mai a lungo nel paragone di questo presente con quel passato, ricordandoci del povero Stefan Zweig, che volle nostalgicamente evocarlo e nel rimpianto disperato non poté altro alfine che togliersi la vita.

In questo passo, Croce ricostruisce il mondo geopolitico di 1984: tre immensi superstati, Oceania, Eurasia ed Estasia, armati e nemici, ma incapaci di annientarsi davvero. La guerra, in tale sistema, non è più un evento eccezionale né una decisione politica orientata a una vittoria definitiva: diventa una condizione permanente, uno strumento di equilibrio interno, un meccanismo attraverso il quale il potere mantiene la società in uno stato di privazione, paura e obbedienza.

Croce aggiunge un punto di notevole importanza: in questa società si è arrestato anche il progresso della scienza. Non c'è vera vitalità economica, non c'è incremento autentico della ricchezza, non c'è fiducia nella crescita morale e civile dell'uomo. La società totalitaria descritta da Orwell è dunque un mondo irrigidito, impoverito, reso sterile. Non produce futuro: amministra soltanto il proprio dominio.

Croce compie qui una scelta di metodo. Dichiara che non parlerà del libro come opera d'arte o come romanzo, ma sotto il profilo dottrinale. Non gli interessa giudicare l'intreccio, né seguire la vicenda sentimentale e tragica di Winston Smith: gli interessa comprendere il principio spirituale e politico che tiene in piedi quel mondo. In tale scelta, si avverte anche una confessione generazionale: egli parla a nome di uomini cresciuti nella fiducia liberale dell'Europa ottocentesca, uomini che avevano creduto chiusa l'età delle guerre continentali e che ora si trovano davanti allo spettacolo di un'umanità moralmente devastata.

Il riferimento a Stefan Zweig è, in questo senso, doloroso. Zweig aveva rievocato con struggimento "il mondo di ieri", l'Europa colta, cosmopolita, fiduciosa, e non aveva retto al confronto con la catastrofe contemporanea. Croce, più severo e più saldo, non si concede quella resa nostalgica: guarda il "mostro", ma non si lascia ipnotizzare dal rimpianto. Ed è proprio da questa posizione che può procedere alla domanda centrale: che cos'è, in sé, lo Stato totalitario?

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 3/11
Sotto l'aspetto dottrinale, dunque, nel quale solamente consideriamo il libro dell'Orwell, ci sembra che converrebbe essere grati all'autore per avere definitivamente sciolto il fittizio legame tra il comunismo e lo stato che nacque in Russia con la rivoluzione del 1917, il quale presto si tirò dietro due imitazioni che mostrarono che si poteva distaccarlo dal comunismo: il fascismo italiano, che sorse senza programma o senza un programma a cui desse sincera fede e che presto ne accattò uno dal nazionalismo; e il nazismo tedesco, ben altrimenti nutrito di antiche tradizioni nazionali e ricco dei succhi venefici di un naturalistico razzismo; l'uno e l'altro totalitarî di stato, con molta teatralità e chiasso il primo, in modo cupo e coerente l'altro, quello tedesco, che in ciò gareggiò col russo. Il legame, che era fittizio, tra comunismo e stato russo è apparso tale con sempre maggiore evidenza; e non hanno piú forza se non verso i volenterosi di mantenere quella unione, identificazione e confusione, i giochi di parole e i sofismi che si sono succeduti negli ultimi anni, da quello, puerilmente furbo, della «democrazia progressiva» alle odierne deprecazioni della «plutocrazia» e dell'«imperialismo» e del «fiume di sangue» che questi due si appresterebbero a versare, incuranti dell'umanitarismo e del pacifismo bolscevico. Ma l'Orwell ha il merito di non far di ciò nemmeno questione e studiare lo stato totalitario in sé, fuori di ogni equivoco di fini sia umanitarî sia di politica internazionale, e perciò egli muove dal supposto che, nella sua ipotesi, il mondo tutto abbia raggiunto quella forma e vi si sia accomodato.

Qui, Croce attribuisce a Orwell un merito dottrinale preciso: aver liberato l'analisi dello Stato totalitario dall'equivoco che lo identificava necessariamente con il comunismo. Il totalitarismo, dice Croce, non coincide con una particolare dottrina economica; è una forma del potere, una struttura spirituale e politica, un modo di organizzare la vita umana soffocandone la libertà. Può dunque nascere in Russia sotto il segno del bolscevismo, ma può anche assumere, come è accaduto, la forma del fascismo italiano e del nazismo tedesco.

È un passaggio importante. Croce riconosce nel comunismo sovietico, nel fascismo e nel nazismo tre manifestazioni diverse di una medesima malattia: lo Stato che pretende di assorbire tutta la vita, tutta la coscienza, tutta la parola, tutto il pensiero. Il fascismo italiano gli appare più teatrale, più chiassoso, quasi istrionico; il nazismo tedesco più cupo, più coerente, più organicamente avvelenato dal razzismo; il bolscevismo russo più sistematico nella costruzione del dominio. Ma la radice comune è il totalitarismo come cancellazione della persona.

Croce è anche molto lucido nel denunciare il linguaggio propagandistico con cui il regime sovietico maschera se stesso: "democrazia progressiva", "plutocrazia", "imperialismo", "pacifismo bolscevico". Sono formule che servono a conservare artificialmente il legame tra la tirannide reale e l'ideale emancipatore che essa pretende di incarnare. Orwell, invece, secondo Croce, taglia corto: non si lascia ingannare dai fini dichiarati e osserva il meccanismo del potere in quanto tale.

Da qui, il discorso può farsi più profondo: se il totalitarismo sovietico non è semplicemente "il comunismo realizzato", occorre allora interrogare il comunismo stesso, la sua origine, il suo rapporto con le classi sociali, con gli intellettuali, con la libertà.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 4/11
In effetto, come ho già piú volte notato e mi pare necessario insistervi, il comunismo non fu una creazione della classe proletaria, come non fu dell'aristocratica né di quella borghese o industriale o capitalistica o come altro economicamente questa si designi, ma un ideale di semplicistica e astratta eguaglianza, che torna e tornerà sempre nei sogni dell'umanità. Vagheggiato nei secoli da singoli filosofi o solitarî ideatori di ordinamenti sociali e statali o in talune sette religiose, parve che esso fosse ormai un parto maturo della storia (o prossimo a maturarsi) sul finire del secolo decimottavo, dopo la rivoluzione francese, e che bastasse a questo effetto spingere piú oltre il razionalismo giacobino, come tentò il Babeuf. I suoi grandi autori e promotori dell'Ottocento furono tutti intellettuali, di tutte le varietà: da Saint-Simon e Owen e Fourier a Marx ed Engels, e, se si vuole proseguire col Novecento, a Lenin (perché solo a un intellettuale come Lenin poteva venire in mente il disprezzo del lavoro intellettuale e l'adorazione di quello manuale), e Trotzki, e al suo rivale Stalin, del quale ultimo si raccontano miracoli di universale e profondo pensiero dovunque la sua mente geniale si posi. E poiché codesti intellettuali provenivano quasi tutti dal ceto medio o ne prendevano presto il costume anche quando nascevano di tra gli operai e i contadini; e poiché, d'altra parte, il ceto medio ed intellettuale si suol chiamare «borghesia», ne verrebbe fuori il paradosso che il comunismo sia prodotto della borghesia, dell'odiata borghesia che esso dovrebbe sterminare. Il che non si riesce ad evitare se non col riconoscimento che nella società umana (anche cotesta è cosa che ho detto ma sento il dovere di ripetere sempre che me ne viene l'occasione), oltre le cosiddette classi economiche, c'è una classe-non-classe, quella intellettuale, che Hegel denominava la «classe generale» e che io preferisco di continuare a chiamare «ceto medio», nel senso di mediatore tra gli altri tutti, coi mezzi, che soli valgono a tal fine, del sapere e della cultura. I comunisti la chiamano «borghesia», regalando alla borghesia tutta la filosofia, la poesia, l'arte, la civiltà moderna e dichiarandole, in quest'atto, imbrogli di difesa economica di quella: dove il male non è nell'uso metaforico di un nome (la metafora è cosa intrinseca al linguaggio), ma nel disconoscimento della realissima e importantissima classe intellettuale, che sta tra e sopra le altre sociali e dalla quale si elaborano tutte le grandi idee o quelle che debbono essere per lo meno proposte alla discussione, com'è, tra esse, il comunismo. Altra impronta dell'origine intellettuale e morale del comunismo è il suo vario rapporto di affinità e di contrasto con la libertà, la quale da sua parte il Babeuf richiedeva, sebbene assurdamente la volesse non di «diritto» (come è intrinsecamente) ma di «fatto», in termini non spirituali ma materiali; e il Marx che, autoritario e «prussiano» (come è stato ben definito), da sua parte punto non desiderava né sentiva, tuttavia era costretto a mettere come decorazione della rivoluzione da lui profetata con la formula del «trapasso dal regno della Necessità nel regno della Libertà», spacciando perciò la sua «dittatura del proletariato» come espediente provvisorio. Per intanto, la nascita gemella del moderno comunismo e della libertà moderna die' origine a un gran fatto storico, il socialismo o laburismo, che era lo storicizzamento del comunismo, il vero passaggio dall'utopia alla storia, il quale accettava e rispettava il metodo del liberalismo (cioè accettava il tutto di esso, perché il liberalismo non è poi altro che un metodo), delle elezioni, dei parlamenti, delle discussioni e delle votazioni, nonché della garanzia che offrono gli ordinamenti statali.

Questa è una delle sezioni più dense e più riconoscibilmente crociane. Il filosofo distingue nettamente il comunismo come ideale morale e intellettuale dalla forma storica dello Stato sovietico. Il comunismo, egli dice, non è nato spontaneamente dal proletariato, né da una classe economica determinata; è piuttosto un ideale astratto di eguaglianza, che ritorna periodicamente nella storia umana come sogno, costruzione razionale, utopia. Lo si trova nei filosofi, nei riformatori sociali, nelle sette religiose, nei progetti di ordinamento perfetto della società.

Per questo, Croce insiste sull'origine intellettuale del comunismo moderno. Da Saint-Simon a Fourier, da Owen a Marx ed Engels, da Lenin a Trockij e Stalin, i grandi promotori del comunismo sono, in forme diversissime, intellettuali. E qui la sua ironia si fa tagliente: se quasi tutti provengono dal ceto medio, o comunque assumono la funzione propria del ceto intellettuale, si potrebbe paradossalmente dire che il comunismo sia un prodotto di quella stessa "borghesia" che esso dichiara di voler distruggere. Ma il punto vero è un altro: la società non è composta soltanto da classi economiche. Esiste una "classe-non-classe", un ceto mediatore, il ceto della cultura, del sapere, dell'elaborazione delle idee.

Croce difende qui una delle sue convinzioni più profonde: le grandi idee storiche non nascono meccanicamente dai rapporti economici, ma dall'attività spirituale, dalla cultura, dalla riflessione, dal conflitto morale e intellettuale. Il marxismo, riducendo filosofia, poesia, arte e civiltà a sovrastrutture o strumenti della borghesia, commette un errore radicale: scambia la vita spirituale per maschera dell'interesse economico.

Molto importante è anche il chiarimento sul rapporto fra comunismo e libertà. Croce riconosce che, nella storia moderna, l'ideale comunistico e l'ideale della libertà nascono spesso vicini, talora intrecciati. Babeuf vuole l'eguaglianza e invoca la libertà, anche se la interpreta materialmente; Marx, pur autoritario, non può rinunciare a ornare la propria visione con la formula del passaggio dal regno della necessità al regno della libertà. Ma il vero "storicizzamento" del comunismo, per Croce, non è la dittatura rivoluzionaria: è il socialismo o laburismo democratico, cioè l'ingresso delle aspirazioni egualitarie nel metodo liberale, fatto di elezioni, parlamenti, discussioni, garanzie.

Il passaggio successivo nasce da questa distinzione. Se il socialismo democratico è il comunismo riportato nella storia e disciplinato dalla libertà, la rivoluzione russa rappresenta invece il caso opposto: non l'elevazione del proletariato, ma l'uso del proletariato come strumento per la costruzione di un nuovo Stato assoluto.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 5/11
Ma la rivoluzione accaduta in Russia nel 1917, dalla quale è nato e si è sviluppato il presente suo stato totalitario, ha avuto nel proletariato il suo strumento e non già il fine vantato di una umana elevazione da compiere, e, anzi, affinché lo strumento foggiato si mantenesse saldo e forte nel pugno dei capi dello stato, non ha dato agli operai e contadini i diritti che non avevano mai avuto colà e che i loro simili posseggono da oltre un secolo nei paesi dell'occidente, sindacati, libertà di sciopero, partiti nei parlamenti, e via dicendo. Ha bensí abbattuto la proprietà privata, ma non per farne partecipi parimente tutti i cittadini, sí invece per accrescere enormemente i mezzi dello stato contro tutti i tentativi di cangiarne e d'insidiarne la forma che ha assunto colà. Alla letteratura, alla poesia e all'arte si fa obbligo, in Russia, di rappresentare i bisogni e i sentimenti del popolo ossia del proletariato; ma in realtà il popolo, o il proletariato che sia, rimane assente e c'è presente soltanto quello che i reggitori vogliono che sia o che si dica che sia il popolo. Il Partito bolscevico o totalitario si può calcolare, secondo l'Orwell, ristretto al due per cento della popolazione; al quale aggiungendo il numero degli impiegati e dei dipendenti, di un tredici per cento, si ha il risultato che l'ottantacinque per cento della popolazione è tenuta fuori dalla vita politica, ed è quella che lavora e dalla quale si traggono i milioni di soldati che si sono portati o si potranno portare a morire nelle guerre, una enorme massa priva del lievito mentale che genera idea, volontà e azioni politiche, cioè la piena vita umana.

Croce affronta qui il cuore della sua critica alla rivoluzione bolscevica. Il proletariato, che avrebbe dovuto essere il fine della rivoluzione, ne è stato invece lo strumento. Operai e contadini sono stati evocati come soggetto storico, ma non sono stati realmente liberati. Non hanno ottenuto quei diritti che, nelle società occidentali, costituivano da tempo il patrimonio minimo della vita politica moderna: sindacati, libertà di sciopero, partiti, rappresentanza parlamentare.

L'abolizione della proprietà privata, dunque, non realizza una partecipazione universale alla ricchezza, ma trasferisce allo Stato una potenza immensa. Ciò che viene tolto ai privati non diventa davvero comune: diventa statale. E lo Stato, accresciuto di mezzi economici giganteschi, può difendere se stesso con più forza contro ogni mutamento, ogni dissenso, ogni insidia. Qui Croce coglie un punto essenziale: la statalizzazione non coincide necessariamente con la socializzazione. Può anzi diventare la forma più concentrata del dominio.

Anche la letteratura, la poesia e l'arte, ufficialmente chiamate a rappresentare il popolo, non rappresentano affatto il popolo reale. Rappresentano ciò che il Partito decide che il popolo debba essere. Il popolo, nella sua vita concreta, scompare dietro la maschera ideologica che il potere gli impone. La massa lavora, combatte, muore; ma non partecipa alla vita politica. È corpo senza mente pubblica, energia senza libertà, materia sociale senza forma spirituale.

La cifra orwelliana del due per cento, cui Croce aggiunge il tredici per cento degli apparati e dei dipendenti, serve a mostrare la struttura oligarchica del regime: una piccola minoranza domina, una fascia subordinata amministra, l'immensa maggioranza obbedisce. Ma se le masse, rese inerti, non sono il pericolo principale per lo Stato totalitario, il vero nemico resta un altro: l'intelligenza libera, l'oppositore intellettuale, l'uomo che pensa ancora con la propria testa.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 6/11
Ma se dalle masse, per l'inerzia della loro natura, poco pericolo viene agli stati totalitarî, uno grande se ne annida negli animi e negli intelletti di coloro che, fuori o dentro del regime, non lo amano e vogliono o desiderano mutarlo: gli oppositori intellettuali, che gli zar non poterono mai domare e alla cui potenza essi alfine soggiacquero. E poiché gli uomini dei nuovi regimi sono stati già quelli delle cospirazioni e degli attentati contro gli zar, e per loro personale esperienza conoscono queste cose e il pericolo che contengono, il loro assiduo lavoro consiste nel guardarsi dagli intellettuali, dai non conformisti, dagli spiriti liberi di ogni qualità e grado, e infrangere la molla della loro azione prima che scatti. Ciò si adempie col vigilarli per mezzo di un'occhiutissima polizia, col sopprimerli istruendo processi che sono esecuzioni, e col premere sopra di loro con mezzi svariati e irresistibili, che li pieghino a una confessione del loro errore e dei loro delitti e a una professione di fede che è l'opposta di quella che è la loro.

In questo passo, Croce individua il nemico naturale di ogni regime totalitario: non tanto la massa, che può essere resa passiva e disarticolata, quanto l'intellettuale libero, il non conforme, l'uomo capace di giudizio autonomo. Gli zar, ricorda Croce, non riuscirono mai a domare del tutto gli intellettuali russi, e alla fine ne furono travolti. I nuovi regimi, nati anche dall'esperienza della cospirazione rivoluzionaria, conoscono bene quel pericolo e sanno prevenirlo.

Da qui, nasce l'apparato sistematico della sorveglianza. Il regime totalitario non si limita a reprimere l'azione già compiuta: vuole spezzare la molla interiore dell'azione prima che scatti. Non gli basta impedire il dissenso pubblico; vuole prevenire il dissenso mentale. Per questo la polizia diventa "occhiutissima", i processi sono in realtà esecuzioni, e la pressione psicologica mira non soltanto a punire, ma a convertire l'oppositore, a piegarlo alla confessione, a fargli dichiarare come propria la fede opposta alla sua.

È un punto in cui Croce si avvicina al nucleo più terribile di 1984: il totalitarismo perfetto non vuole soltanto sudditi obbedienti, ma coscienze conquistate. Non gli basta il silenzio; vuole l'abiura. Non gli basta che l'uomo taccia; vuole che l'uomo dica, e dica contro se stesso. È il passaggio dalla tirannide esterna alla manipolazione dell'anima.

Su questa base, si comprende meglio il quadro orwelliano che Croce sta per descrivere: un potere mondiale, impersonato nel "Grande Fratello", che governa attraverso ministeri rovesciati, parole capovolte, riti collettivi e disciplina del pensiero.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 7/11
Tale il regime che l'Orwell descrive, vittorioso e trionfante, nel 1984, in tutto il mondo; un regime che sarà il medesimo nelle tre grandi Superpotenze, con un capo ascoso nello sfondo di ciascuna, personaggio che noi in Italia conoscemmo già come il «duce» e che il nostro autore designa col nome di «Big Brother», di «grande (o grosso) fratello», infallibile e onnipotente, e alla cui ispirazione e guida saranno direttamente attribuiti «ogni buon successo, ogni cosa che riesca, ogni vittoria, ogni scoperta scientifica, ogni conoscenza, ogni sapienza, ogni felicità, ogni virtú». Il partito governa con quattro ministri: il ministro della Pace (che è quello della guerra), il ministro dell'Amore (che ha sotto di sé la politica del pensiero e coltiva l'odio), il ministro dell'Abbondanza (che si occupa della carestia), e il ministro della Verità (che provvede alla bugia, cioè alla propaganda). Di ammirevole perfezione è, in ispecie, la «politica del pensiero», che riesce a penetrare nell'intimo degli animi e all'uopo ha a disposizione una sua macchina, il Teleschermo. Possenti di semplicità sono le frasi fatte: «guerra è pace»; «libertà è schiavitú», «ignoranza è forza». Mirabili per graduata crescente pressione fino al delirio e al prorompere furioso negli atti sono i riti e le cerimonie, come quella del raccoglimento collettivo per i «due minuti di odio».

Croce passa alla descrizione dei congegni simbolici e istituzionali del regime orwelliano. Il "Big Brother", che egli traduce come "grande" o "grosso fratello", gli appare immediatamente riconoscibile alla luce dell'esperienza italiana del "duce": una figura posta sullo sfondo, invisibile e onnipresente, alla quale si attribuisce ogni successo, ogni verità, ogni scoperta, ogni felicità, ogni virtù. Non è soltanto un capo politico: è una funzione mitologica, il punto su cui il regime concentra l'immaginazione servile delle masse.

Di estrema lucidità è l'attenzione di Croce ai nomi dei ministeri. Il ministero della Pace amministra la guerra; quello dell'Amore organizza la persecuzione e l'odio; quello dell'Abbondanza governa la carestia; quello della Verità produce la menzogna. Il rovesciamento linguistico non è un ornamento satirico: è la grammatica stessa del totalitarismo. Il potere non si limita a mentire sui fatti; vuole possedere il significato delle parole.

Il Teleschermo, poi, incarna la perfezione tecnica della sorveglianza. È insieme strumento di controllo, propaganda e penetrazione nell'intimità. Ma Croce coglie anche la forza delle formule: "guerra è pace", "libertà è schiavitù", "ignoranza è forza". La loro efficacia non sta nella complessità, ma nella brutalità elementare. Sono proposizioni assurde, ma ripetute fino a diventare riflessi mentali. Lo stesso vale per i "due minuti di odio": il regime non governa soltanto con decreti, ma con liturgie, scariche emotive, riti collettivi che disciplinano il sentimento.

Il passo prepara così il nodo successivo: dietro queste formule e questi riti non c'è più nemmeno l'ipocrisia di chi dice di volere il potere per realizzare un ideale. Nel mondo di Orwell, il potere non finge più di essere mezzo: si confessa apertamente come fine.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 8/11
Il nuovo stato, nella sua indole, si diversifica da quegli stati che procurano di difendere sé stessi con l'illudere gli altri e sé stessi e persuadersi di perseguire certe idee e certi disegni politici, per modo che i loro capi promettono di deporre il potere non sí tosto avranno aperto ai popoli il paradiso della libertà ed eguaglianza, nel quale alfine saranno entrati. Il nuovo stato è invece perfettamente consapevole che il potere non è mezzo per un fine, ma «un fine per sé stesso», e che non si lascia mai il potere che si è conquistato e non si stabilisce una dittatura per garantire una rivoluzione, ma «si fa una rivoluzione per stabilire una dittatura». In questo vuoto di ogni ideale, diventa ideale il potere per sé stesso: l'ateismo (per cosí dire) si costruisce un suo Dio ateo. Da questa idea del Partito, che è perpetuo e niente può scuoterlo e farlo cadere, si svolge persino un'idea di immortalità, imitazione della immortalità che la religione promette, perché, se l'individuo muore, il Partito non muore e in esso l'individuo è immortale. Una particolare e minutissima tecnica si adopera per disciplinare l'anima in servigio del Partito: com'è la «fermata» dinanzi al delitto che si sta per commettere col lasciarsi andare a un pensiero che, vero e logicamente dedotto che sia, può essere pericoloso, e il cercare tosto rifugio e protezione contro di ciò nel benefico e virtuoso istupidimento; il «bianco-nero», l'asserire impudentemente, imperterritamente, che il bianco è nero, nonostante l'evidenza del contrario, e, se cosí si richiede nei riguardi del Partito, la leale prontezza a pronunciare quella proposizione; e, infine (ed è perfezione superiore), il «doppio pensiero», l'acquistata abilità di sapere e di credere fermamente che il nero è bianco, obliterando la coscienza di aver mai creduto l'opposto. E poiché i fatti del passato, della storia, non hanno esistenza obbiettiva, e sopravvivono solamente nei ricordi e nei libri, è data la possibilità di affermare, contro cotesti ben deboli presidî, quella sorta di storia immaginata che il Partito stima che gli sia utile affermare, negando ogni altra che esso vuole che non sia mai esistita e che il pensiero disciplinato può rendere inesistente senza difficoltà alcuna.

Questa è forse la sezione più filosoficamente decisiva dell'intera recensione. Croce distingue il nuovo Stato totalitario da quei regimi che, pur mentendo, continuano almeno a illudere se stessi di perseguire un fine ulteriore: la libertà, l'eguaglianza, il paradiso futuro, la redenzione dei popoli. Nel regime orwelliano, invece, cade anche quest'ultima maschera. Il potere non serve a realizzare un ideale: il potere è l'ideale. Non si instaura una dittatura per salvare una rivoluzione; si fa la rivoluzione per instaurare una dittatura.

Croce formula qui una delle sue immagini più forti: l'ateismo che si costruisce un Dio ateo. In assenza di valori trascendenti, morali o spirituali, il Partito diventa esso stesso l'assoluto. Promette una forma secolare di immortalità: l'individuo muore, ma il Partito resta; e nell'identificazione con il Partito l'individuo si illude di sopravvivere. È una religione senza Dio, una mistica del potere, una salvezza rovesciata.

La tecnica della disciplina interiore è analizzata con grande finezza. La "fermata" davanti al pensiero pericoloso è l'autocensura divenuta istinto; il "bianco-nero" è la disponibilità a negare l'evidenza; il "doppio pensiero" è la perfezione suprema della servitù mentale, perché non consiste soltanto nel dire il falso, ma nel credere il falso dopo aver cancellato la coscienza di aver creduto il vero.

Da qui, Croce arriva al tema della storia. Se il passato sopravvive soltanto nei documenti e nella memoria, e se il Partito controlla documenti e memoria, allora il passato può essere rifatto. La storia non è più ricerca del vero, ma fabbricazione dell'utile. Questo è il punto in cui la recensione di Croce tocca più da vicino la questione, oggi per noi ancora bruciante, della manipolazione retroattiva: chi controlla le parole, i documenti e i ricordi non corregge soltanto il presente, ma pretende di decidere ciò che è stato.

Il passaggio successivo mostra che Croce non considera queste figure psicologiche come pure invenzioni romanzesche. Egli le riconosce, nel suo presente, in uomini concreti, in convertiti ideologici che sembrano aver rinunciato alla comune misura morale.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 9/11
Molti, anche nei nostri paesi, sono ora in grado di attestare l'esattezza di caratteristiche psicologiche come queste, valendosi dell'esperienza che hanno fatta di coloro che presso di noi si convertono al bolscevismo e che sembra improprio qualificare o ingiuriare col dirli mentitori sfacciati, perché, quando si è tratti a gridare questa parola sbrigativa, par di vedere errare sulle loro labbra un sorriso, che vuol dire: «E perché non dovremmo mentire, se questo giova al nostro Partito? Siete bene ingenui a meravigliarvi della cosa. C'è forse qualche altra autorità superiore a quella del Partito? La coscienza morale? Ma non ci fate ridere. Leggete i nostri grandi pensatori: Marx, Lenin, Stalin, e imparerete che la cosiddetta coscienza morale è niente altro che un lurido interesse borghese di classe». E si ascoltano, tra stupore e ribrezzo, le parole di persone che avevamo conosciute ben diverse di animo e di raziocinio, le quali, diventate bolsceviche, ci dichiarano, con aria rapita, di aver ormai raggiunto la pace e la felicità, perché si sentono liberate da ogni dubbio e da ogni perplessità di risoluzione, essendo diventate come pezzi di una macchina, che opera per loro. Pare che una nuova gente sia discesa sulla terra, da noi dissimile non solo nel loro passato che non è il nostro, ma perché diversamente conformata, insensibile ai nostri dolori, estranea alle nostre gioie. E se talvolta un ricordo affiora di un comune passato e un moto di umana simpatia quasi ci porta ad aprirci a loro come a cuori comprensivi ed amici, al primo approccio, al primo suono di voce, al primo sguardo siamo costretti a ritirarci in noi, rinunziando.

Croce afferma qui che le caratteristiche psicologiche descritte da Orwell non appartengono soltanto alla finzione. Molti, nei paesi occidentali, possono riconoscerle in coloro che si convertono al bolscevismo. Il punto non è semplicemente che costoro mentano. Dire "mentitori" sembra persino insufficiente, perché la menzogna, in loro, non appare più come violazione di una norma morale condivisa. È diventata funzione politica, dovere di Partito, atto di fedeltà.

La pagina è durissima. Croce immagina sulle labbra del militante un sorriso di superiorità: perché non mentire, se la menzogna serve al Partito? Che cos'è la coscienza morale, se non un residuo borghese, un pregiudizio di classe, un idolo da abbattere? Qui il problema non è più soltanto politico, ma antropologico. L'uomo ideologicamente convertito sembra appartenere a un'altra umanità, perché ha spezzato il vincolo elementare della verità, della pietà, della memoria comune.

Molto intensa è l'immagine finale. Croce parla di persone un tempo conosciute come diverse, dotate di animo e raziocinio, che ora dichiarano di aver raggiunto la pace perché liberate dal dubbio. Ma questa pace è la pace della macchina, non dello spirito. Non nasce da una conquista morale, ma dall'abdicazione della coscienza. Il dubbio, che per l'uomo libero è fatica ma anche dignità, viene sostituito dall'automatismo.

La distanza che si crea tra Croce e questi convertiti è quasi fisica: al primo suono della voce, al primo sguardo, egli sente di doversi ritirare. Non perché manchi in lui la disposizione umana all'amicizia, ma perché l'altro non parla più da una coscienza libera. È come se il regime avesse occupato la sua voce.

A questo punto, il filosofo si domanda da dove venga una simile tecnica dell'anima. È invenzione russa? Ha precedenti religiosi, gesuitici, marxiani, asiatici? Il discorso entra così in una breve ma significativa indagine genealogica.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 10/11
Un simile modo di schermaglia e lotta di anime si direbbe che sia una invenzione originale dei conduttori della rivoluzione russa. Non vien fatto di riattaccarla storicamente e neppure idealmente alle pratiche gesuitiche, perché il gesuitismo si fondava, in ultima analisi, su una fede trascendente. E neppure è chiaro e sicuro il nesso storico col giovanile ritrovato del Marx, cioè con la sua famigerata sentenza che «non si tratta di conoscere il mondo, ma di cangiarlo», perché, se qui un rapporto ideologico c'è nella dissacrazione e praticizzamento di ciò che si venera come verità, né negli scritti del Marx né nella letteratura marxistica, che per piú anni seguii con cura, vidi spuntare niente di simile. Mi viene, sí, il vago ricordo di un pensiero dello Herzen, che voleva stabilire l'«eguaglianza dei cervelli»: ma non penso che faccia esattamente al caso o che abbia avuto mai efficacia politica. Che si tratti di qualche antico, a noi recondito, atteggiamento mentale asiatico, o piú precisamente mongolico, che assurge e si espande ora in una parte dell'Europa, dove ha trovato il terreno favorevole? Non so e aspetto che qualche schiarimento mi venga un giorno da qualche parte. Il fascismo sentí il bisogno di avvolgere le tante bugie che diceva in una nuvola di incenso, e creò la scuola di mistica fascistica: credo che vivano ancora in Italia taluni che in essa professarono corsi di lezioni, e chi sa piú cosa uscí dalle loro bocche! Ma questo era parte dell'aspetto buffonesco, che non mancava al triste regime accanto ai tratti di delittuosità.

Croce si interroga sull'origine storica e ideale di questa particolare forma di lotta spirituale: la manipolazione sistematica delle anime, la trasformazione della verità in strumento, la riduzione della coscienza a funzione del potere. Egli esclude, o almeno attenua, il paragone con il gesuitismo, perché il gesuitismo, per quanto possa apparirgli discutibile nei suoi mezzi, si fondava comunque su una fede trascendente. Qui, invece, manca ogni orizzonte superiore: non c'è Dio, non c'è verità, non c'è salvezza; c'è soltanto il Partito.

Egli esita anche davanti al nesso con Marx. Ricorda la celebre sentenza giovanile secondo cui non si tratta di conoscere il mondo, ma di trasformarlo; e riconosce che lì può esserci un germe della subordinazione della verità alla prassi. Tuttavia, da studioso serio, non forza il collegamento. Dichiara di non aver trovato negli scritti di Marx o nella letteratura marxistica da lui seguita per anni qualcosa di davvero simile alla tecnica bolscevica della menzogna disciplinata.

Il riferimento a Herzen e all'"eguaglianza dei cervelli" resta vago; l'ipotesi di un antico atteggiamento mentale asiatico o mongolico (che rimanda alla visione storica del "giogo tartaro" come fattore che ha plasmato l'autocrazia russa, vista come un'imposizione che ignora l'individuo) è avanzata con cautela. Più interessante è invece il confronto con il fascismo. Anche il fascismo mentiva, ma sentiva il bisogno di avvolgere la menzogna in una "nuvola di incenso", cioè in una retorica mistica, teatrale, sacraleggiante. La "scuola di mistica fascistica" gli appare quasi il lato buffonesco di un regime triste e criminale.

Il totalitarismo orwelliano, da parte sua, è più radicale: non ha bisogno di credere davvero ai propri miti, né di nobilitarsi con una fede. Esso sa che il potere è potere, e che la verità è ciò che il potere decide di far valere come verità. Da questa consapevolezza discende l'esito tragico del romanzo: la caduta di Winston Smith, l'ultimo uomo che ancora tentava di pensare.

La nuova disciplina del pensiero
Testo : 11/11
Comunque, il protagonista del romanzo dell'Orwell, Winston Smith, colui che figura, nel 1984, come l'ultimo dei liberali e che ancora a lungo resiste tra i terribili dolori delle ingegnosissime torture e il fuoco di fila delle persuasioni a cui è sottoposto, alla fine è vinto anche lui e si sente intimamente assimilato agli altri del regime e a un tratto in lui si accende una scintilla, che è l'amore, né piú né meno che l'amore, per il «Gran fratello»; e questa è l'ultima parola, parola di sconfitta, del romanzo. Certo se la tecnica di mortificare nell'uomo la facoltà del pensiero e di sopraffarlo con l'asserzione della menzogna (di queste cose c'informano gli eventi dei paesi europei caduti sotto il regime russo), a grado a grado avvolgesse l'intero mondo e lo congegnasse con meccanica precisione, quale l'Orwell lo rappresenta, il genere umano, non si può dire neppure che tornerebbe alla vita animale, di sana animalità (di «generosa» animalità, avrebbe detto il Vico), prodromo di rinascente sana umanità, ma si disferebbe e si annullerebbe nella morte di un mondo umano. Ma, congettura per congettura, poiché di congetturare si tratta nell'un caso come nell'opposto, se il nuovo metodo totalitario ha mostrato di possedere una notevole forza, tanto da far temere (o sperare) del suo allargarsi e predominare nel mondo, è da osservare che non sono da tenere in poco conto le fedi perduranti e le reazioni spontanee che, se non primamente in Russia (ma anche in Russia si avverte che nel fondo c'è del torbido, come comprovano il continuo sospetto e gli sforzi di repressione delle «idee occidentali»), potranno dar segno di crescente vigore in altri popoli, non ancora legati al carro russo: oltreché l'Orwell stesso stima necessario qualcosa che ancora manca ad assicurare la disciplina della pressione sulle anime e che dovrebbe essere un New Speak, una nuova rinnovata lingua, la quale per l'Inghilterra sostituirebbe l'inglese tradizionale, lo Standard English. Consisterebbe essa nel serbare un certo numero di parole necessarie agli affari della vita ordinaria, somministrarne di nuove nelle cose della politica, e abolirne un gran numero per far sí che i vecchi concetti e costumi non trovino piú i vocaboli in cui esprimersi, e la stessa purga dovrebbe estendersi ai concetti come «onore, giustizia, moralità, libertà, internazionalismo, democrazia, scienza, religione». Ciò equivarrebbe, in sostanza, a dover distruggere tutta la poesia e la letteratura e il pensiero e la scienza e la storia delle età antecedenti, e quel che di essa è diventato in noi l'anima e l'esser nostro; la qual cosa è presto detta ma impossibile a fare, onde indirettamente e radicalmente non si riuscirà mai a mettere a tacere le voci che da secoli e millennî parlano nei petti degli uomini, e che al momento buono elevano il loro tono, si riconoscono tra loro e si convertono in azioni e rinascimenti e risorgimenti e rivoluzioni. E, in ogni caso, chi, come l'Orwell, ha guardato il mostro e non si è perso d'animo, e lo ha posto a sé, fuori di sé, a fronte di sé, oggetto di disamina e di critica, ha scritto il suo libro non certo per rendergli omaggio, ma per esortare a raccogliere le forze di resistenza di difesa e offesa, e perché non si dimentichi mai che nella situazione di quel sistema totalitario accadrebbe qualcosa di immensamente piú vasto e profondo della caduta della civiltà greco-romana, perché il genere umano stesso soccomberebbe senza speranza di resurrezione: morirebbe del gran peccato contro natura, contro la natura umana, di aver corrotto in sé il pensiero, che è il preservatore da ogni corruttela.
1949.

Croce chiude riportando il destino di Winston Smith alla sua massima portata simbolica. Winston non viene semplicemente sconfitto nel corpo. Non basta che sia arrestato, torturato, umiliato. Il regime ottiene da lui ciò che veramente vuole: non l'obbedienza esteriore, ma l'amore per il Grande Fratello. La sconfitta ultima consiste nel fatto che la vittima finisce per sentire come proprio il sentimento imposto dal carnefice. È la vittoria del potere sulla radice stessa della persona.

Il filosofo napoletano comprende perfettamente che, se un simile metodo si estendesse al mondo intero, l'umanità non regredirebbe nemmeno a una sana animalità. Qui, il riferimento a Vico è prezioso: l'animalità "generosa" può essere ancora principio di una futura rinascita, perché conserva energia, immediatezza, istinto vitale. Il mondo totalitario, invece, non restituisce l'uomo alla natura; lo disfa. Non produce bestie vigorose, ma automi spiritualmente morti. Non è barbarie primitiva: è corruzione artificiale dell'umano.

Tuttavia, Croce non conclude nella disperazione. Egli ammette che il metodo totalitario ha mostrato una forza notevole e può suscitare timore; ma oppone a questa forza le fedi perduranti, le reazioni spontanee, le voci profonde della civiltà. Anche in Russia, osserva, il sospetto continuo e la repressione delle "idee occidentali" dimostrano che qualcosa ancora resiste nel fondo. Un potere sicuro di aver conquistato definitivamente le anime non avrebbe bisogno di sorvegliarle senza tregua.

Un altro punto decisivo è la lingua. Orwell stesso immagina la necessità della Newspeak, la nuova lingua destinata a sostituire l'inglese tradizionale. Essa dovrebbe conservare solo le parole utili alla vita ordinaria e alla politica del Partito, cancellando quelle che permettono di pensare concetti come onore, giustizia, moralità, libertà, democrazia, scienza, religione. Croce coglie subito l'enormità dell'impresa: per riuscirvi, bisognerebbe distruggere tutta la poesia, tutta la letteratura, tutta la filosofia, tutta la storia sedimentata nell'anima umana.

Ed è qui che la recensione si apre alla speranza. Una simile distruzione è "presto detta ma impossibile a fare". Le parole dei secoli e dei millenni non sono soltanto nei libri: sono nei petti degli uomini. Possono tacere, abbassarsi, nascondersi, ma non vengono mai cancellate del tutto. Al momento opportuno si riconoscono, si chiamano, si convertono in azione, rinascimenti, risorgimenti, rivoluzioni.

La conclusione è vibrante. Orwell, per Croce, non ha scritto il suo libro per rendere omaggio al mostro, ma per fissarlo davanti a sé, separarlo da sé, farne oggetto di critica. Guardare il mostro senza cedere al suo fascino è già un atto di resistenza. 1984 non è dunque un libro di resa, ma un appello alla difesa e all'offesa spirituale contro il totalitarismo.

La posta in gioco, per Croce, è più grave della caduta della civiltà greco-romana. Lì una civiltà storica tramontò, ma l'umanità sopravvisse e poté rinascere. Nel sistema totalitario perfetto, invece, soccomberebbe il genere umano in quanto tale, perché verrebbe corrotto ciò che lo preserva da ogni corruttela: il pensiero. Il vero peccato contro natura non è violare un costume, ma spegnere nell'uomo la facoltà di giudicare, distinguere, ricordare, dire il vero. In una parola: pensare.

Per queste ragioni, la recensione di Croce, letta oggi, non è più soltanto una pagina su Orwell. È una difesa della memoria, della lingua e della libertà contro ogni potere che pretenda di correggere retroattivamente il reale, di amministrare il passato, di sterilizzare la parola, di togliere agli uomini non solo ciò che possono dire, ma perfino ciò che essi possono pensare.

📌 L'assalto editoriale e ideologico alle opere di George Orwell rappresenta forse il capitolo più ironico e inquietante della moderna censura retroattiva. È un paradosso vivente: le stesse tecniche di manipolazione del linguaggio denunciate dall'autore vengono oggi applicate ai suoi testi per renderli "conformi" ai canoni del presente.
Proprio in questi mesi, il nuovo film d'animazione de La fattoria degli animali (2026), diretto da Andy Serkis, ha scatenato enormi polemiche esattamente per i motivi sopra elencati. In questa nuova versione, il messaggio di Orwell è stato stravolto in modo quasi profetico rispetto alla sua distopia mediante:
L'introduzione del "Cattivo Capitalista": è stato inserito un nuovo personaggio umano, Freda (una potente e avida donna d'affari), che rappresenta il capitalismo corporativo. Nel libro originale, il focus era interamente sulla corruzione interna dei maiali (il totalitarismo) e sul tradimento della rivoluzione; qui, la colpa viene spostata su un nemico esterno "di mercato", "liberista".
L'inversione del significato: mentre Orwell voleva mettere in guardia contro i regimi totalitari, questa versione trasforma la storia in una critica al consumismo e allo sfruttamento aziendale. In luogo della critica feroce alla tirannia stalinista e al tradimento della rivoluzione russa, i revisori moderni hanno introdotto elementi per trasformarlo in una critica al capitalismo.
Il "Lieto Fine" forzato: per non "turbare" il pubblico moderno e le famiglie, il finale cupo e disperato dell'opera originale è stato sostituito da una conclusione più "speranzosa", dove gli animali combattono contro l'influenza del capitalismo. Per non urtare o per compiacere le agende progressiste attuali, si distrugge il senso di un'opera nata proprio per denunciare il potere che manipola il linguaggio e la storia.

È insomma quello che potremmo chiamare il paradosso di Orwell: di chi ha passato la vita a combattere contro la "falsificazione dei fatti", e alla fine è diventato la vittima numero uno di quella pratica. "Per la serenità dei lettori" (o della coscienza di chi non sa rassegnarsi al declino ineluttabile di ideologie fallimentari) certo, ma in cambio di una memoria storica ridotta a un colabrodo e di un'opera letteraria deplorevolmente addomesticata.

Per tornare a 1984, le ragioni addotte per i rimaneggiamenti sono legate alla cosiddetta "mancanza di diversità". Alcuni consulenti editoriali e gruppi di pressione hanno criticato il romanzo perché la Londra distopica di Orwell (lui scriveva nel 1948) non rifletterebbe la composizione multiculturale della società odierna.
La motivazione ufficiale è che il libro, non annoverando personaggi di etnie o background diversi, risulterebbe "escludente" per i lettori giovani. Questa almeno è la preoccupazione di Dolen Perkins-Valdez, scrittrice di colore e docente alla American University, autrice dell'introduzione alla nuova edizione del 75° anniversario di 1984 per i tipi della Berkley Books.
L'effetto è l'inserimento di varianti o edizioni commentate che forzano una rappresentazione anacronistica, dimenticando che quel libro è il reperto storico di un'epoca specifica e che l'omologazione grigia e priva di identità dei personaggi era parte integrante della denuncia di Orwell contro la cancellazione dell'individuo operata dal Partito.
Oltretutto, ha osservato il romanziere statunitense Walter Kirn al riguardo, "allorché Orwell scrisse 1984, i neri rappresentavano l'1% scarso della popolazione del suo Paese, e perciò sarebbe come pretendere di trovare personaggi bianchi in un romanzo nigeriano".
C'è poi una questione più sottile che riguarda il linguaggio di genere. Esistono spinte per revisionare l'uso dei pronomi e di certi termini maschili universali in Orwell, giudicati troppo "patriarcali". Un esempio significativo di questa tendenza è la pubblicazione autorizzata di "Julia", una riscrittura di 1984 dal punto di vista dell'amante di Winston Smith, il protagonista. Sebbene presentata come una "compagna di lettura", l'operazione serve a dare una veste femminista e moderna a una storia che originariamente metteva al centro la lotta esistenziale di un uomo contro la cancellazione della memoria.
Il risultato è una frammentazione del messaggio originale: l'orrore del Socing (Ingsoc, nell'originale inglese), Socialismo Inglese, viene filtrato attraverso lenti identitarie moderne, diluendo l'avvertimento universale contro il potere assoluto. In sintesi, le ragioni di questi interventi sono sempre le stesse: "attualizzare" il testo per non alienare il pubblico contemporaneo e "correggere" la visione di un uomo del passato che non poteva conoscere le sensibilità dei nostri anni.
L'effetto complessivo è un tradimento documentale: si toglie a Orwell la sua voce profetica e scomoda per trasformarlo in un autore "rassicurante" e politicamente allineato, compiendo esattamente quell'opera di riscrittura del passato che Winston Smith, nel romanzo, era costretto a fare al Ministero della Verità. E ciò, con il duplice effetto, da abili prestigiatori, di riuscire a salvare, assieme alle capre del progressismo attuale, anche i cavoli del socialismo reale.
👉 Il ruolo della Orwell Estate, l'ente che gestisce i diritti dell'autore, è l'ultimo tassello di questo cortocircuito. È infatti paradossale che proprio gli eredi, custodi morali di un uomo che scrisse "se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentire", abbiano dato il via libera a operazioni come la riscrittura di 1984 dal punto di vista di Julia o ai nuovi adattamenti edulcorati.
La giustificazione ufficiale addotta dalla Estate è di natura "divulgativa": sostengono che per mantenere vivo l'interesse delle nuove generazioni sia necessario permettere a voci moderne di "reimmaginare" il mondo orwelliano. Tuttavia, dietro questa patina di nobili intenti si nasconde una realtà molto più pragmatica: il business dei diritti.
Sebbene le cifre esatte dei singoli contratti siano riservate, il giro d'affari è imponente. Orwell è un brand che genera milioni di sterline ogni anno tra royalties librarie, diritti cinematografici e teatrali. Acconsentire a remake "politicamente corretti" o a spin-off in linea con l'attuale agenda culturale permette di:
– Rinnovare i copyright: in molti paesi i diritti d'autore scadono dopo 70 anni dalla morte (Orwell è morto nel 1950, quindi le opere originali sono entrate nel pubblico dominio in UE nel 2021). Creare "nuove versioni" o derivati protetti da nuovi copyright permette agli eredi e agli editori di mantenere un controllo economico esclusivo su versioni "ufficiali".
– Accedere al mercato mainstream: le grandi produzioni cinematografiche (come quella di Andy Serkis per Netflix) richiedono investimenti milionari che oggi vengono concessi solo se il prodotto rispetta determinati standard di "inclusività" e "messaggio sociale". Il "tradimento" dell'opera diventa quindi il prezzo da pagare per incassare assegni a sei o sette cifre.
In pratica, la memoria di Orwell è stata trasformata in una macchina da soldi che, per continuare a produrre dividendi, deve accettare di farsi "mettere le braghe". Gli eredi hanno scelto di privilegiare la massimizzazione del profitto e la presenza sul mercato globale rispetto alla difesa dell'integrità del messaggio originale, diventando complici di quella stessa manipolazione che il loro illustre progenitore aveva denunciato come il male assoluto.

Fonti dei testi

[ddf, iv-2026]